Intervista

Gennaro Sangiuliano: «Non è la democrazia in sé a produrre inefficienza, è la sua degenerazione burocratica e culturale a farlo»

«Non credo che democrazia ed efficienza siano inconciliabili. L’Italia democratica ha realizzato in pochi anni l’Autostrada del Sole. Il problema è che oggi le democrazie occidentali tendono a confondere la democrazia con l’assemblearismo permanente. Si è diffusa una cultura del dubbio senza fine, del rinvio continuo, del ricorso sistematico, della paralisi procedurale»
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Viviamo in un’epoca di nuovi e redivivi imperi, guidati da leadership tribali che cercano di ridefinire l’ordine internazionale attraverso strategie ibride e maschere simboliche. Dalla Turchia di Erdoğan alla Russia di Putin, dalla Cina di Xi agli Stati Uniti di Trump, il potere torna a presentarsi come un’entità sciamanica che unisce destino personale e riferimenti mitologici, culture profonde e appetiti immediati sigillati dietro alle icone di culti personali in cui esitano riferimenti antichi. Zar, eroi di frontiera, sultani, mandarini, imperatori, i nuovi paradigmi del Potere intersecano gli storytelling popolari con retaggi ancestrali creando nuovi archetipi politici. Conoscere vite, ossessioni, linguaggi e posture di queste figure non è più una mera curiosità per eruditi ma si presenta come il punto di partenza per indagare le radici narrative e antropologiche del comando, in un’epoca in cui Stato, nazione e leader tendono di nuovo a confondersi in una liturgia politica arcaica e postmoderna insieme fatta di paura, fedeltà e fato. Per entrare nelle storie dietro cui esita l’ombra della Storia abbiamo intervistato Gennaro Sangiuliano, già Ministro della Cultura e Direttore del Tg2, che nelle sue imponenti biografie edite Mondadori – “Putin. Vita di uno zar”, “Il nuovo Mao. Xi Jinping e l’ascesa al potere nella Cina di oggi”, “Il sultano. La vita di Recep Tayyip Erdogan”, “Trump. La rivincita” – ha raccontato i passati e misteri dei principali leader dello scenario internazionale.

-Direttore Sangiuliano, ha dedicato quattro dei suoi ultimi libri ai principali protagonisti globali (Trump, Erdogan, Xi, Putin). Perché è importante conoscere le fasi di formazione dei grandi leader?

Il loro vissuto intimo e personale, qual è stato l’humus familiare e sociale, è essenziale per delinearne il profilo psicologico. E questo aiuta a comprendere la ratio delle decisioni che assumono. Se si sono portati dietro traumi psicologici. Non si tratta di mera curiosità biografica, ma di capire il retroterra delle decisioni che finiscono per influenzare le nostre vite. 

-Tre di loro vengono da origini umili, mentre Trump rappresenta una storia diversa…

Sì. Putin, Xi Jinping ed Erdogan hanno un tratto comune: non solo guidano tre Stati autoritari o semi-autoritari, ma vengono tutti da origini umili e da infanzie segnate dalla sofferenza. Putin nasce in una kommounalka, gli appartamenti collettivi sovietici in cui più famiglie condividevano gli spazi. Ogni nucleo disponeva di una sola stanza. Il giovane Putin passava molto tempo fuori casa, nel gelo di Leningrado, e questo lo ha reso un ragazzo di strada. Anche Xi Jinping conosce presto la durezza. È vero che è un “principe rosso”, figlio di un dirigente importante del Partito comunista cinese, ma durante la Rivoluzione culturale il padre cade in disgrazia e scompare in un lager. Xi, a diciassette anni, viene perciò mandato in un campo di lavoro, isolato dal mondo, dove per due anni accudisce maiali senza sapere quale piega prenderà la sua esistenza. Solo dopo la morte di Mao e la presa al Potere di Deng Xiaoping e la riabilitazione del padre potrà iniziare l’ascesa politica. Erdogan, dal canto suo, faceva l’ambulante in quanto aiutava la madre vendendo dolci nei quartieri benestanti di Istanbul sognando di fare il calciatore. Anche qui ritroviamo una vita difficile, fatta di privazioni e fatica.

-E Trump?

La sua è una vicenda diversa. Nasce in una famiglia benestante di costruttori immobiliari. Ma è vero pure che la ricchezza dei Trump è recente. Il nonno era emigrato dalla Germania e faceva il barbiere; il padre ha iniziato dal basso, nei cantieri, prima di costruire una fortuna. Donald Trump nasce dunque in un contesto privilegiato, ma alle spalle c’è ancora la memoria di una mobilità sociale molto dura. La differenza fondamentale, poi, è che Trump resta il presidente di una democrazia: può vincere, perdere e tornare a vincere, dentro una cornice istituzionale che continua a esistere. 

-Dario Fabbri sostiene che la storia la fanno i popoli, non i leader. Lei che ha firmato quattro biografie di leader carismatici, che ne pensa?

Non bisogna essere categorici. La storia nasce sempre dall’intreccio di fattori. Marx aveva colto un elemento imponente, la dimensione economica, che pesa enormemente nei processi storici. Però l’aspetto materiale non esaurisce tutto. Esistono anche il fattore religioso, il fattore culturale, le mentalità collettive. L’Iran dello shāh era più ricco dell’Iran attuale, eppure la rivoluzione ha scelto una teocrazia: segno che l’economia da sola non esaurisce tutto. La storia è, quindi, un complesso di fattori. Dire che la fanno soltanto i popoli è riduttivo, perché i leader hanno la capacità di leggere una congiuntura, cogliere un’occasione e far virare una nazione in una direzione precisa.

-Quanto pesano adesso i leader?

Oggi, con la cosiddetta fine delle ideologie, le leadership pesano più di prima. Nel Novecento esistevano partiti forti, strutture ideologiche permanenti che esprimevano il leader. I partiti contavano di più del loro leader. Mao, per esempio, non ebbe sempre tutte le cariche insieme; il partito restava importante quanto il capo. Oggi Xi Jinping ha inserito il proprio pensiero nella Costituzione ed è divenuto più importante del partito stesso. Anche in Occidente, con la crisi delle organizzazioni politiche tradizionali, il leader conta sempre di più. La Democrazia cristiana e il Partito comunista italiano erano forti come strutture, non per il fascino di un singolo. Oggi viviamo, invece, una stagione opposta.

-Trump, invece, è la causa o la conseguenza di una trasformazione profonda degli Stati Uniti? 

È soprattutto la conseguenza di un vuoto politico e di leadership. Per anni è stato vicino ai democratici, ha sostenuto i Clinton, si è mosso dentro l’establishment newyorkese. Poi ha visto che si era creato uno spazio politico libero a destra e lo ha occupato, un po’ come fece Berlusconi in Italia dopo il crollo del vecchio sistema dei partiti. A mio avviso Trump è la conseguenza degli eccessi della cultura woke e del globalismo elitario. Una tendenza incarnata soprattutto da buona parte del Partito Democratico, che ha progressivamente smesso di rappresentare i ceti popolari, gli operai, la middle class, le fasce fragili, e si è trasformato nel partito delle élite urbane, dei quartieri benestanti di Manhattan, Chicago, San Francisco. Trump ha intercettato quel malessere. È, quindi, a mio avviso più conseguenza che causa. 

-E che differenza vede tra la prima e la seconda amministrazione Trump?

La sua seconda amministrazione appare più istintiva, più improvvisata della prima. Nella prima fase Trump era stato più ordinato, oggi non si intravede una strategia.

-Restando su questo punto, dal lato americano il vero avversario sembra essere principalmente la Cina. È davvero così?

Indubbiamente la Cina è il grande antagonista dell’Occidente, e non solo sul piano commerciale. È un antagonista sistemico, culturale, ideologico. Xi Jinping lo dice apertamente: la democrazia, per lui, non è un valore; il valore supremo è, invece, l’armonia. Si tratta però di un’armonia intesa in senso neoconfuciano, non liberale. Significa, pertanto, l’idea di una società in cui ciascuno occupa un posto definito e l’insieme procede ordinatamente secondo un principio gerarchico. È un modello collettivista, opposto a quello occidentale, che mette al centro l’individuo e i suoi diritti. La Cina, inoltre, combina dispotismo politico, capitalismo estremo e capacità di esecuzione dirigista ma efficiente. In Occidente discutiamo per decenni di infrastrutture; loro decidono e le costruiscono in pochi anni. Questo produce efficienza, ma a un prezzo altissimo in termini di controllo sociale. Il riconoscimento facciale, la sorveglianza diffusa, la tracciabilità capillare della vita quotidiana sono elementi di un sistema che può risultare impressionante e angosciante. Eppure, è proprio questa miscela di ordine, controllo, gerarchia, efficienza e potenza industriale che rende la Cina così competitiva.

-La sfida con la Cina, secondo lei, può essere vinta dagli Stati Uniti, oppure siamo davanti al tramonto dell’Occidente?

La Cina è certamente il grande pericolo storico del momento per l’Occidente, perché propone un modello alternativo di civiltà politica. Non penso però che il declino dell’Occidente sia un destino già scritto. L’Occidente resta la civiltà che più di tutte ha riconosciuto il valore della persona, la centralità dei diritti, il primato dell’individuo. È un patrimonio enorme. Trump, pur in modo confuso, ha percepito che questo mondo è in crisi e che la Cina rappresenta l’antagonista principale. La sua è una grande reazione al declino occidentale. Il problema vero è capire se l’Occidente saprà reagire. 

-Dopo il 2022 Putin ha consolidato la sua saldatura con Xi. È un’alleanza tattica o strategica?

Io spero che sia solamente tattica. La Russia, per la storia, dovrebbe essere più vicina all’Occidente che alla Cina. L’Europa va dall’Atlantico agli Urali; la Russia condivide con noi il cristianesimo, scambi culturali, letterari, artistici. San Pietroburgo è stata progettata anche da architetti italiani; la nobiltà russa dell’Ottocento parlava francese; Dostoevskij, Cechov, Lenin stesso sono immersi in un dialogo continuo con la cultura europea. In un certo senso, l’Occidente ha regalato la Russia alla Cina, non riuscendo a costruire un rapporto stabile dopo la fine dell’Urss. Putin di fronte alla guerra in Ucraina e allo scontro con l’Occidente, ha stretto l’alleanza con Pechino. Ma, sul lungo periodo, è un’intesa che contiene anche elementi di diffidenza reciproca. Quindi spero sulla scia delle intuizioni berlusconiane che sia solo un’alleanza tattica e momentanea. 

Roma, Maggio 2026. XXXIV Martedì di Dissipatio

-A proposito della Cina, lei sostiene che Xi si richiami più a Confucio che a Marx. La Cina si sta rispiritualizzando?

Più che di nuova spiritualità (la Cina è molto materialista) parlerei di ritorno a una grande tradizione politica e culturale. La Cina ha millenni di storia alle spalle e Xi Jinping ha recuperato molto dell’immaginario confuciano: gerarchia, armonia, ordine, centralità dello Stato, merito. È significativo che, osservando i libri presenti nel suo studio, una parte importante rimandi a testi e interpreti del mondo confuciano. Del marxismo restano il partito e la legittimazione ufficiale, ma la Cina contemporanea non è più comunista nel senso classico. Nelle aree urbane esistono proprietà privata, grandi patrimoni, miliardari, consumi di lusso. Il vero ibrido cinese è l’unione tra capitalismo spinto e autoritarismo marxista riletto sotto una lente neoconfuciana. Questo non coincide con una spiritualità in senso religioso; è piuttosto una restaurazione di codici e immaginari storici profondi della civiltà cinese.

-Sul piano globale andiamo verso una nuova guerra fredda tra Stati Uniti e Cina?

Lo scenario plausibile è quello di una competizione sistemica lunga, con tratti da nuova guerra fredda ma dentro un’economia mondiale ancora intrecciata. È certo che il baricentro della ricchezza si sia spostato verso l’Asia: Cina, Giappone, Taiwan, Singapore, Indonesia. I microprocessori taiwanesi, per esempio, dicono molto. Resta da capire se l’Occidente avrà la forza di reagire o se entrerà in una decadenza lenta. Molto dipenderà dalla capacità dell’Europa di ritrovare una funzione strategica autonoma senza rompere il legame con gli Stati Uniti. Se l’Occidente resta diviso, l’avanzata asiatica diventa molto più difficile da contenere.

-E Erdogan? È assimilabile a Putin e Xi anche nel rapporto tra autoritarismo ed ascesa economica?

In parte sì. In Turchia si vede una dinamica simile: restringimento degli spazi democratici e, al tempo stesso, capacità di portare sviluppo materiale ed efficienza, specie in aree periferiche. Erdogan ha spostato la Turchia dalla repubblica laica di Atatürk verso un assetto più autoritario e più islamizzato, ma ha anche portato infrastrutture, acqua, strade, scuole, università, crescita industriale in territori che prima erano rimasti indietro soprattutto nelle regioni anatoliche. Per molti cittadini questo pesa più del pluralismo politico. C’è poi un elemento biografico interessante: Erdogan avrebbe potuto fare il calciatore. Era alto, bravo, lo chiamavano “Imam Beckenbauer” per il modo in cui interpretava il ruolo di libero nel calcio e per la sua religiosità ostentata anche nella vita sportiva. Quando la sua carriera calcistica sfumò si dedicò alla politica. Oggi la Turchia è una media potenza però molto aggressiva ed influente: condiziona la Siria, è presente in Libia e Somalia, ha uno dei più grandi eserciti del mondo, resta nella NATO ma coltiva rapporti ambigui con Mosca. Ha favorito l’industria militare per rafforzare la proiezione nazionale, ma ha anche impresso alla società un nuovo conformismo islamista. Tutto questo rende Ankara un attore da osservare con estrema attenzione.

-In Oriente si vede un ritorno alla tradizione? O siamo noi occidentali ad avere smarrito qualcosa?

Più che un ritorno puro e semplice alla tradizione, vedo l’occupazione di un vuoto lasciato dal crollo di grandi ideologie novecentesche. Nel mondo arabo l’islamismo ha occupato lo spazio abbandonato dai socialismi e nazionalismi laici di Nasser, del kemalismo, del Ba‘th, di Gheddafi, dell’FLN algerino. In Russia l’ortodossia ha colmato almeno in parte il vuoto del marxismo-leninismo. In Cina il confucianesimo ha fornito un lessico di ordine e continuità storica culturale che ha favorito l’unità e la coesione del Paese. In questo senso l’Oriente non ha semplicemente riscoperto il sacro: ha riattivato matrici culturali fondanti sulla religione come espressione della propria civiltà capaci di legittimare il potere dopo la fine di grandi narrazioni moderne.

-Il discorso del Capo di Stato turco dopo la fine del Ramadan sembra imporre la Turchia alla guida del mondo sunnita. In questo senso Erdogan vuole diventare il leader del mondo musulmano?

Erdogan si muove dentro una dottrina precisa: il neo-ottomanesimo. La Turchia kemalista aveva abbandonato l’idea imperiale in nome del nazionalismo laicista. Erdogan l’ha ripresa e l’ha rilanciata. Vuole una Turchia di nuovo centrale tra Europa, Asia e Medio Oriente, capace di esercitare egemonia sugli spazi che un tempo appartenevano all’Impero ottomano. A questo si accompagna una forte impronta islamista. Due episodi lo mostrano bene: la riconversione di Santa Sofia in moschea e il cosiddetto sofagate, con Ursula von der Leyen lasciata senza una sedia. Sono segnali simbolici, ma i simboli contano. Erdogan intende affermare un ordine diverso, in cui il ruolo della Turchia e la visione tradizionale dei rapporti di forza siano pienamente ristabiliti.

-Secondo lei, come vogliono essere ricordati questi leader?

Putin vuole passare alla storia come l’uomo che ha fermato il declino russo seguito agli anni di Eltsin, segnati dallo strapotere degli oligarchi e delle mafie e dal collasso dello Stato. Xi Jinping vuole essere ricordato come il restauratore della grandezza cinese in continuità con la storia imperiale e il fautore della riunificazione nazionale con Taiwan. Erdogan ambisce a essere il rifondatore di una Turchia potente, neo-ottomana, nuovamente protagonista nello spazio islamico e mediterraneo. Trump, invece, vuole apparire come colui che ha compreso il declino americano e occidentale e ha tentato di arrestarlo riportando al centro nazione, produzione, sicurezza e potenza, rinnovando l’eccezionalismo americano.

-Le autocrazie sembrano decidere e realizzare; le democrazie discutono e si bloccano.

Non credo che democrazia ed efficienza siano inconciliabili. L’Italia democratica ha realizzato in pochi anni l’Autostrada del Sole. Il problema è che oggi le democrazie occidentali tendono a confondere la democrazia con l’assemblearismo permanente. Si è diffusa una cultura del dubbio senza fine, del rinvio continuo, del ricorso sistematico, della paralisi procedurale. Ma non è la democrazia in sé a produrre inefficienza: è la sua degenerazione burocratica e culturale. La vera sfida del presente è ricostruire democrazie capaci di scegliere senza rinunciare alle garanzie.

-Il prossimo libro sarà su Zelensky o Macron?

No preferisco concentrarmi su leader che hanno traiettorie più durature e influenti. Il mio prossimo libro, invece, sarà sulla crisi francese, si chiamerà “La fine della grandeur”.

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