OGGETTO: Televisione ultimo atto
DATA: 25 Giugno 2026
SEZIONE: Media
FORMATO: Analisi
AREA: Italia
Un tempo era il sogno di chiunque volesse fama e denaro. Oggi i suoi ex protagonisti guadagnano di più vendendo sui social. Il mezzo televisivo è morto per mancanza di coraggio, di idee e di qualcuno disposto a rischiare qualcosa, mentre i dirigenti restano inamovibili sulle loro poltrone di ecopelle. Il paziente è in fin di vita, nessuno lo vuole rianimare, e l'unica cosa che lo tiene cosciente si chiama Sanremo.
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In principio, o al termine, sarà il venditore di tovaglie Tommaso Zorzi. A certificare la malattia di insignificanza civile ed economica che sembra aver infettato il mezzo televisivo sono le parole di questo giovine, il quale in tv ha trovato il successo, ma evidentemente non abbastanza. Secondo tal Zorzi lavorare in proprio come content creator o influencer (scegliete voi il neologismo più appropriato) frutterebbe molto di più dell’apparizione sul piccolo schermo, un tempo massima delizia a cui ogni essere umano medio desideroso di fama e denaro avrebbe aspirato. Per cui le tazzine da tè o le tovaglie con orlo a giorno meglio venderle in proprio sul web che in una classica televendita in stile Mastrota. Stando a dati recenti, nel 2026 la spesa pubblicitaria sui social media ha superato ampiamente quella televisiva, viaggiando verso i 340 miliardi di dollari contro i 263 impiegati dal marketing in tv. In poche parole, il mezzo non rende più tanto. Tranne che per pochi faraoni più o meno in fase di mummificazione i contratti languono e alle implorazioni di aumenti di stipendio i produttori televisivi rispondono, citando inconsapevolmente Falqui, “Bambole, qui non c’è una lira”.

Per cui la giovane “risorsa artistica” come viene chiamata dalle alte dirigenze televisive (generalmente i medesimi tizi inchiavardati da diversi lustri) avrà ben poche speranze di assurgere alle medesime glorie finanziarie dei suoi vegliardi veterani. Non che questi ultimi assicurino sempre ottime rese in termini di audience tali da giustificare i loro cachet. Si vive di rendita in televisione, ormai. Lo fanno i conduttori, gli autori, i produttori, gli editori, i dirigenti e ogni restante parte del circo. Solo che le scorte non sono illimitate. È vero che la carcassa va spolpata fino all’osso, ma una volta giunti al midollo, rompendosi i denti, resterà più qualcosa? Per cui che questi giovani si arrangino con i mezzi che il loro tempo gli ha concesso e si applichino a rivolgersi alla sempre di loro generazione, vero boccone prelibato a cui puntano gli inserzionisti poiché consapevoli che dietro tutte le contumelie ambientaliste ed il progressismo d’accatto, si celano spiriti inevitabilmente super-consumisti. La tv non è più un paese per giovani. Il suo immaginario ha perso fascino, è invecchiato male e dunque non è più in grado di penetrare l’inconscio delle nuove generazioni dotate di un buon capitale mediatico a differenza dei genitori.

Il paziente sta morendo ma nessuno sembra volerlo rianimare. I dirigenti televisivi somigliano, a voler essere buoni, a quei novizi buddisti tutti intenti ad uccidere dentro di loro, e in quel misero, sparuto pubblico rimanente, ogni desiderio ed ogni creatività, qualsivoglia attaccamento al bello, al brutto o all’utile, gustandosi ben adagiati sulle loro poltrone di ecopelle la meravigliosa letizia di una fiamma che si spegne. Tale sembra essere la televisione oggi. Un terreno di conquista utile a creare dei potentati fittizi ed autoreferenziali. Lo spazio ideale per l’occupazione di un potere che ancora esiste, seppur vetusto e marcescente. Nessuno si salva. Nessuna fascia oraria presenta segni di vita. Con l’arrivo dell’estate poi i palinsesti si afflosciano come girasoli tanto da far sorgere il legittimo quesito “perché non mandare in onda il monoscopio piuttosto che questa miseria?” o più causticamente “ma i dirigenti tv prendono lo stipendio anche in estate o no?”.

Ricordi vetusti della canzone italiana che fu ripescati dalle teche atti a solleticare il deliquio dell’anziano prosciugato dall’afa, ripescaggi, questi, davvero mai attingenti ai veri tesori perduti di un tempo glorioso del servizio pubblico, quando si faceva cultura e satira, oggi queste sconosciute. Mai visto trasmettere vecchie puntate di Satyricon o Avanzi, o dei programmi del compianto Gabriele La Porta, o le storiche ospitate di personaggi infiniti in quel sublime calderone che fu Mixer. Memorie lacrimevoli della grandezza della tv frecceriana e minoliana. Rivedere certe interviste e certi interventi potrebbe avere persino una finalità pedagogica per l’odierno accattonaggio giornalistico televisivo. Se non altro perché è gratis. E invece no, a seguire la programmazione nostalgica del servizio pubblico pare che la Rai abbia trasmesso in tutta la sua storia solo Sanremo. Nelle altre fasce orarie, insipienza e già visto: fiction e serie tv pescate chissà dove, giochi di parole per consolare le solitudini e tenere vivo il cervello delle signore poco inclini alle perversioni della parola scritta. Tutti pronti per udire, in prima serata, gli ultimi ritrovamenti nella spazzatura della casa di Chiara Poggi, litania truce e fredda, quasi inumana, eppure così potente da condizionare scalette intere di programmi di prima serata altrimenti detti d’informazione.

Un po’ di fiato lo si tira beandosi delle meraviglie territorial-gastronomiche offerte dalla programmazione del pomeriggio estivo, dove ai soliti mari e monti si alternano i sempre ben accetti consigli per non crepare dal caldo e le fondamentali domande alle masse spiaggiate nei lidi “signora si sta bene oggi? Quanto ha pagato per una sdraia e una fetta d’anguria?”. Repliche di serie turche o telenovelas sudamericane consolano l’inconsolabile pubblico femminile sempre bramoso di nuovi sviluppi e di corpi ben torniti, aiutate dall’effetto sorpresa della scritta in sovraimpressione “In prima tv”. Nei paesi in cui non passa manco una macchina per sbaglio è possibile godersi i mille concerti estivi aventi nomi fusi con gli sponsor trasmessi in prime time. La tv generalista si paralizza tra cronaca nera e game show, con le eccezioni delle fiction in prima serata (eterna sfilata di commissari, detective, investigatori, suore e preti tutti ugualmente intenti nella risoluzione di qualche caso) che non siano Montalbano e del mercato dei sentimenti proposto da Maria “la sanguinaria” De Filippi. Quest’ultima, reggendo il bilancio di Mediaset sulle sue spalle, esiste in una dimensione di ripetizione sempre uguale ma al contempo diversa, nel presentare ogni volta le sfumature dell’umana miseria esposte sotto forma di carnevale di corpi ed emozioni primitive.

Roma, Giugno 2026. XXXV Martedì di Dissipatio

Per il resto, l’Italia si divide tra il pubblico dei pacchi di Rai 1 e la ruota della fortuna su Canale 5. Potentissimi maccanismi in grado di cannibalizzare tutte le altre frequenze spostando l’attenzione del pubblico nella fascia oraria più pregiata. L’uno, i pacchi, fa leva sulla congenita ludopatia degli italiani, popolo di scommettitori seriali (strappando qualche risata e qualche subbuglio ormonale grazie alle movenze del conduttore), l’altro, la ruota, conforta come una coperta calda tessuta di nostalgia e fa anche bene alle sinapsi del pubblico telemorente. Sullo sfondo, notiziari ignorati da tutti e programmini con agenti immobiliari (l’eterno mito italico per la casa-ultimo-rifugio) e film comici, sempre gli stessi, ripetuti allo sfinimento. In prima serata, oltre all’informazione garlaschizzata e ai talk più o meno vannaccizzati, prendono piede reality stinti e varietà senza più molto da mostrare se non mirabolanti costumi o tremende litigate tra concorrenti e giurie (quella degli “esperti” giudicanti è una delle categorie televisive più bieche in assoluto). Se le tv generaliste piangono, sul digitale non si ride proprio. Laddove fantasia e sperimentazione potrebbero espandersi, essendo relativamente liberi dal giogo degli ascolti come le reti in chiaro, rinveniamo invece il medesimo conformismo, o nei casi peggiori mancanza completa di idee. Si trasmettono insulsi film importati da chissà dove e si ignorano le grandezze del nostro passato (ancora oggi, impunemente, i film italiani di genere vanno in onda censurati!) o quando si decide di dar loro spazio lo si fa in tarda notte regalando soddisfazione solo agli insonni e ai maniaci. E per inciso, dov’è finita la notte televisiva? Una volta esisteva un palinsesto notturno di tutto rispetto, ora solo rulli di notizie il più delle volte in replica…

Non ci investe nessuno dicono; e perché dovrebbero se non ci sono idee di contenitori? Tornando alle reti digitali, quando non si cucina, e mai una volta che ti insegnassero come si fanno le quaglie en sarcofage anziché pasta prosciutto e piselli, si vendono cose e case. Più fortunate sono le reti tematiche, quelle che trasmettono solo un certo tipo di contenuti come gialli o show di meccanica, poiché almeno raccolgono il consenso degli appassionati. Per tutto il resto, c’è lo streaming. Contenuti sempre più vecchi per un pubblico sempre più vecchio; sempre minor complessità in un mondo che sta diventando sempre più complesso. Non che la tv abbia il potere di insegnare nulla, è in fondo una sfilata di morti, tuttavia essa può tentare di fornire degli strumenti per decriptare il mondo o almeno provarci. In passato lo faceva. Ora è tutto un tutorial e quel capitale di contenuti è stato ceduto completamente al web, vero abbeveratoio per chi voglia provare a capirci qualcosa. È quello che fanno i più giovani, o almeno tentano. Le risposte viaggiano sempre attraverso gli schermi. Uno schermo grande in mezzo ad una stanza era simbolicamente atto alla condivisione delle visioni; ora le visioni sono singole, tutti soli a modo proprio come singole sono le verità non più dogmatiche sulla stregua di quelle televisive, dogmatiche proprio perché espandibili ad una massa.

Niente più masse oggi, ma moltitudini, ovvero mucchi di individui uno accanto all’altro. È sbagliato parlare di televisione in senso stretto poiché essa è oggi ibridata con molteplici altri strumenti, ma quello che conta è sempre il contenuto. Quello rimane statico, fruibile solo agli avventori dello schermo grande e su di essi modellato. Tempo fa proposi un nuovo paradigma televisivo attraverso l’ironia sanguinaria nel mio scritto Per una tv senza informazione ipotizzando scenari grotteschi ed estremi. Un incubo che non credo troverà realizzazione, nostro malgrado. La speranza di vedere un giorno un reality in cui i concorrenti si uccidono gli uni con gli altri anziché l’ennesimo Grande Fratello Vip con concorrenti sconosciuti pure alle madri o l’ennesima Isola dei Famosi dove l’unica cosa famosa è il titolo, è relegata alla distopia. L’attualità è il malessere ed il rimpianto nel vedere un così meraviglioso mezzo ridotto a spartitraffico di governicchi e malati terminali. Ma in fondo a chi importa? In un caso sono soldi pubblici sprecati, e vabbè, nell’altro il risparmio va a braccetto con l’usato sicuro per non rischiare nulla, e vabbè di nuovo. L’importante è spartirsi ciò che resta della carcassa, occupare l’occupabile, togliere chi dà fastidio e dare a chi è più simpatico a seconda del vento dei governi. E pazienza se poi quello che va in onda fa schifo o nessuno lo vede.

La televisione non si fa più per il pubblico, ma per chi la dirige e chi la controlla. Fino a quando la generazione dei telemorenti sarà tumulata e quella degli enfants de la telè sarà matura abbastanza per abbandonarla del tutto come già sta accadendo. I media smettono di essere affascinanti quando rinunciano ad innovarsi. Ora è il web, ed i suoi epigoni social, a fornire soddisfazione a tutti i pubblici possibili, per cui è da lì che passa la ricchezza. Nel mio libro proposi di traghettare il porno in tv per rimpinguare le casse dei network, ma anche in quel caso probabilmente si darebbe spazio ad attrici e attori magari bruttini ma cari a quel politico o al quell’altro direttore totale. Primum raccomandare deinde pensare al prodotto. Tanto finché ci saranno Sanremo e C’è posta per Te a tenere su la baracca andrà tutto bene. Non ci si stupisca poi se la suddetta baracca non rende più come un tempo, tranne che per direttori totali, dirigenti pagati per non si sa bene cosa, e potentoni mummificati per attirare gli ultimi visitatori al museo delle cere. Meglio, dunque, vendere tovaglie online e pagarci un po’ più di tasse. Tanto il tramonto è lontano. Che la commedia continui fino a che non resti più neanche la polvere d’ossa di quel cadavere che un tempo fu la Televisione.

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