Gianfranco Fini: «Con la Russia occorre fare i conti, prendendo atto che l'illusione di un suo avvicinamento alle democrazie liberali è naufragata»

«I cinesi hanno una visione del tempo diversa dalla nostra. Una volta un collega cinese mi disse: sappiamo che voi siete contrari al ritorno di Formosa alla madrepatria; non è che non vogliamo dirvi quando accadrà, è che non lo sappiamo. Ma accadrà. Si tratta pertanto di un dossier non solo strategico, ma simbolico e culturale su cui Pechino non credo cederà»

Giampiero Massolo: «Bisogna cercare maggiore autonomia strategica. Ma autonomia non vuol dire indipendenza. L'Europa non sarà indipendente dagli Stati Uniti»

«Occorre non precludersi altre relazioni e rapporti con attori chiave quali Sud-est asiatico, Giappone, Corea del Sud, Australia, India e perfino con la Cina. Ciò però con la consapevolezza che oggi nessuno può più guardare alle relazioni internazionali soltanto in termini di convenienza. Anzi, il panorama contemporaneo ci ha insegnato che il criterio della sicurezza prevale, e deve prevalere sempre, su quello della convenienza»

Il paradosso di Kardašëv

Ogni passo in avanti nella produzione e nel consumo di energia non fa che intensificare le crisi, i conflitti e le dipendenze che l'umanità vorrebbe superare. Dalla guerra russo-ucraina allo Stretto di Hormuz, passando per decenni di geopolitica del petrolio, un unico filo rosso attraversa la storia: più le civiltà crescono, più diventano vulnerabili, tanto che oggi si torna a parlare di "lockdown energetico". E la soglia del livello 1 della Scala di Kardašëv, anziché una promessa, rischia di rivelarsi una trappola.

Non fare nulla e vincere

Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.

Frediano Finucci: «La negoziazione non si fa "contro" qualcuno, ma "con" qualcuno, anche se si tratta di un soggetto estremamente ostile»

«Il vero negoziatore non è un manipolatore né un oratore aggressivo. Deve possedere grande capacità di ascolto, autocontrollo, capacità di sospendere il giudizio e leggere il contesto. Deve saper raccogliere informazioni, comprendere la psicologia dell’interlocutore, distinguere tra posizione dichiarata e interesse reale»

L'importanza dello Stretto di Hormuz

Nel crocevia infuocato tra Teheran e Tel Aviv, lo Stretto di Hormuz assume un ruolo cruciale: leva simbolica e minaccia strategica, capace di ridefinire gli equilibri globali. Con l’ombra lunga del conflitto e il peso della diplomazia, Pechino si trova stretta tra dottrina e necessità. È qui che l’Iran scommette sul caos per guadagnare centralità, mentre il mondo assiste all’emergere di un nuovo asse di tensione planetaria.

Il Messico non è uno Stato sovrano

Nemesio Oseguera, detto El Mencho, è stato ucciso durante un'operazione delle forze speciali messicane. L'intelligence era americana, il Messico ha così solo sparato ad un bersaglio puntato da Washington. Un perfetto esempio di come preservare e rinunciare sovranità al tempo stesso.

Minacce esistenziali ovunque

Dalla guerra in Ucraina alla competizione tra Stati Uniti e Cina, dal riarmo europeo alla retorica israeliana sull’Iran, sempre più scelte vengono presentate come questioni di sopravvivenza. Ma quando tutto diventa “esistenziale”, il conflitto smette di essere negoziabile e la politica si riduce a mobilitazione permanente.

L'ONU rischia la bancarotta

Le Nazioni Unite hanno attraversato un lungo periodo d’irrilevanza durante la guerra fredda, ma paradossalmente la crisi è arrivata solo oggi. Prima a intermittenza, poi cronicizzandosi. Da un anno a questa parte l’organizzazione manifesta un cagionevole stato di salute anche sul piano finanziario. Il Segretario Generale Antonio Guterres segnala addirittura il rischio di bancarotta entro l’estate prossima.

Un po' di numeri sull'arsenale iraniano

Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln scivola tra le acque azzurre del Golfo Persico, carica di siluri e aerei pronti al decollo, un promemoria costante della presenza americana nella regione. Donald Trump segue ogni mossa, alternando segnali di apertura e minacce pubbliche all’Iran. Ma la Repubblica Islamica è caparbia. Teheran e Washington misurano la propria deterrenza in un confronto che intreccia arsenali, alleanze e tecnologia, con il rischio concreto che la diplomazia venga superata dalla logica della saturazione e della rappresaglia.

Il momento dei turchi

Mentre l’Iran sembra perdere terreno tra proteste interne e pressione occidentale, Ankara espande la propria influenza dalla Siria alla Libia, dai Balcani all’Africa orientale, circondando Israele e costringendo Washington a riequilibrare le proprie priorità. Integrata nella NATO ma capace di cooperare con Mosca, la Turchia emerge come attore flessibile e centrale, meno demonizzabile dell’Iran e in grado di erodere il tradizionale primato strategico israeliano negli Stati Uniti.

Aldous Huxley a Teheran

Con un'ideologia esausta e una società che non si riconosce più nella rivoluzione, l’Iran degli ayatollah entra nel suo crepuscolo storico. La teocrazia sopravvive per inerzia, puntellata da repressione e mito identitario, mentre i pilastri di stabilità crollano. In un Medio Oriente riconfigurato, il tempo diventa il nemico più letale del Nezam, aprendo scenari di competizione regionale incontrollata e di fine dell’ordine post-rivoluzionario iraniano.
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