Secondo Julian Corbett, la grandezza britannica risiedeva nella capacità di coniugare la proiezione talassocratica di un impero planetario con la salvaguardia degli equilibri continentali. Padrona delle comunicazioni marittime più che dei mari in senso assoluto, Londra poteva esercitare la propria egemonia attraverso il commercio, la mobilità delle flotte e l’impiego calibrato della forza terrestre, impedendo al contempo che una singola potenza instaurasse la propria supremazia sull’Europa. Era questa la duplice vocazione strategica britannica: dominare gli oceani e preservare, mediante alleanze e contrappesi, il pluralismo delle potenze continentali. Il potere britannico ha cambiato volto. La sua secolare proiezione talassocratica, dall’egemonia imperiale alla special relationship americana, deve oggi ridefinirsi nell’epoca di Trump, del multipolarismo e del ritorno della guerra in Europa. Quale sarà la nuova strategia di Londra nell’epoca post Brexit? Per comprendere questa metamorfosi abbiamo interpellato Sir Hew Strachan, tra i massimi conoscitori della storia militare e del pensiero strategico britannico. Già professore a Oxford, membro della British Academy, consulente chiave dei vertici militari e delle istituzioni britanniche, dal capo di stato maggiore britannico a ministro della difesa e premier, è autore di opere capitali come The First World War e The Direction of War, fino al recente The British Home Front and the First World War. Con lui abbiamo ripercorso l’evoluzione della strategia britannica e le incognite del nuovo disordine mondiale.
-Quanto rimane della tradizione strategica marittima britannica alla Corbett nell’attuale disordine internazionale?
Corbett scriveva della strategia britannica e del suo rapporto con la politica prima della Prima guerra mondiale. Ciò che affermava sulla strategia marittima rimane ancora attuale e, probabilmente, oggi viene richiamato più frequentemente rispetto a vent’anni fa. L’Europa, tuttavia, è cambiata, sia per effetto della NATO sia dell’Unione europea. La sua unità, per quanto travagliata, è ormai un dato acquisito e rende quindi sostanzialmente irrilevanti, nel contesto regionale, le concezioni tradizionali dell’equilibrio di potenza. La Joint Expeditionary Force (JEF) è diventata il principale ambito di applicazione della potenza marittima e militare britannica nel contesto europeo, rendendo sempre più importanti le relazioni con i Paesi scandinavi, soprattutto alla luce della crescente possibilità di apertura di una rotta marittima artica. Al momento, tuttavia, la Royal Navy non è aggiornata per operare né nel Baltico né nell’Artico, e gran parte dei suoi sforzi di modernizzazione si concentra sulle vie di accesso al Nord Atlantico.
-Da Suez alla Global Britain, quali sono state le grandi svolte della strategia britannica e come sta cambiando oggi il ruolo di Londra?
Dalla prospettiva del 2026, la crisi di Suez di settant’anni fa appare oggi come il vero punto di svolta nella presa di coscienza britannica del proprio ridimensionamento: il momento in cui il Regno Unito riconobbe la propria subordinazione agli Stati Uniti e cominciò ad accettare il declino della propria influenza a est del Mediterraneo. Nel 1957 Londra avviò un’importante revisione della difesa che fissò due condizioni tuttora valide: l’abolizione della coscrizione obbligatoria e l’adozione di un deterrente nucleare indipendente. Ma quelle decisioni non risolsero, di per sé, lo squilibrio tra le ambizioni britanniche e le risorse disponibili, uno squilibrio che persiste ancora oggi. Attualmente, il principale fattore che orienta la politica di difesa britannica è Donald Trump. Può sembrare un eroe improbabile, ma la sua imprevedibilità ha costretto sia il governo sia la società a introdurre una dose di realismo nella riflessione sulla difesa e sui suoi costi, in un modo che né Obama né Biden erano riusciti a ottenere. Naturalmente, questa considerazione vale per l’Europa nel suo complesso, non soltanto per la Gran Bretagna. Sotto un certo profilo, siamo più preoccupati dagli americani che dai russi.
-Quali capacità dovrebbe privilegiare Londra per colmare le lacune militari evidenziate dalla Strategic Defence Review?
La principale necessità della Gran Bretagna non consiste nell’assumere un impegno definito in termini di una specifica capacità militare, ma nel riconoscere che il primo requisito della difesa è la resilienza nazionale. La Strategic Defence Review del 2025 ha invocato un dibattito nazionale sulla difesa. Il rifiuto del governo, almeno finora, di finanziare integralmente il piano industriale della difesa gli ha però sottratto l’autorevolezza necessaria per avviare un simile confronto. Il risultato è che, sebbene l’opinione pubblica riconosca in larga misura l’opportunità di aumentare la spesa per la difesa, le sue reazioni rimangono prive di orientamento e di una direzione precisa. Il problema è aggravato dal fatto che circa un quarto del bilancio destinato agli approvvigionamenti militari viene assorbito dalla nuova generazione di sottomarini nucleari lanciamissili balistici, gli SSBN. La Strategic Defence and Security Review del 2010 aveva riconosciuto che il deterrente nucleare avrebbe dominato la spesa per la difesa nella seconda metà degli anni Venti, eppure questa pressione strutturale viene raramente riconosciuta nel dibattito pubblico, sia sul piano fiscale sia su quello strategico. Oggi, più che in qualsiasi altro momento dalla fine della Guerra fredda, abbiamo bisogno di un dibattito aperto sulla deterrenza nucleare. Macron ha avviato un confronto di questo genere in Francia all’inizio di quest’anno; in Gran Bretagna, invece, continua a regnare il silenzio.
-Trump chiede agli europei di essere «partner, non protettorati». Che cosa rimane oggi della relazione speciale angloamericana?
Se la relazione speciale sopravvive ancora, la si ritrova in due ambiti. Il primo è la cooperazione di intelligence nell’ambito dei Five Eyes. Il secondo è costituito dai legami personali instaurati tra i militari che hanno combattuto fianco a fianco in Iraq e Afghanistan. Quest’ultimo rappresenta però un patrimonio destinato progressivamente a esaurirsi, non soltanto perché i singoli militari vanno in pensione, ma anche perché molti alti ufficiali americani di grande valore sono stati epurati dall’attuale amministrazione statunitense. Non soltanto la Gran Bretagna, ma anche il resto d’Europa riconosce oggi la necessità di presentarsi come partner degli Stati Uniti, anziché come loro protettorati. Fu proprio perché si trovavano in una condizione di dipendenza che i membri europei della NATO seguirono gli Stati Uniti in Afghanistan. Ricevettero ben pochi riconoscimenti all’epoca e ancora meno dall’amministrazione Trump. Trump ha dichiarato di volere partner responsabili. Ed è proprio in qualità di partner che gli europei, britannici compresi, si sono rifiutati di seguire gli Stati Uniti e Israele nella loro invasione dell’Iran. La furia di Trump ha rivelato che non aveva compreso una cosa fondamentale: i partner che agiscono come potenze sovrane prendono le proprie decisioni sulla base dei propri interessi.

-Come dovrebbe evolvere la deterrenza europea di fronte alla strategia di escalation nucleare della Russia?
La deterrenza per negazione ha fallito. Nel febbraio 2022 gli Stati Uniti e i loro alleati, come già nel 2008 e nel 2014, si sono autodissuasi dall’agire. Le armi nucleari sono pienamente implicate nei conflitti contemporanei. Tre potenze nucleari — Russia, Stati Uniti e Israele, sebbene quest’ultimo non abbia formalmente riconosciuto il proprio status nucleare — sono in guerra. Due di esse stanno combattendo contro l’Iran, in un conflitto innescato principalmente dal timore che Teheran possa acquisire armi nucleari. La Russia, nel frattempo, ha dimostrato in numerose occasioni di essere pronta a minacciare un’escalation nel conflitto ucraino. Durante la Guerra fredda, la strategia della deterrenza non si fondava sulla negazione, bensì — proprio come avviene oggi nella strategia russa — sulla disponibilità a ricorrere all’escalation. Se le potenze possiedono armi nucleari, devono riflettere su come ricavarne il massimo valore strategico. E per farlo devono smettere di considerarle come una categoria separata, integrandole più pienamente nelle proprie politiche di difesa.
-La crescente convergenza strategica tra Russia, Cina e Iran sta trasformando gli equilibri dell’Eurasia e l’ordine occidentale?
Nel 1914 e nel 1939, due guerre potenzialmente circoscritte a livello locale si trasformarono in guerre mondiali a causa delle loro conseguenze di secondo e terzo ordine. L’invasione austro-ungarica della Serbia nel 1914 e quella tedesca della Polonia nel 1939 — se si considera l’inizio della guerra in Europa e non in Asia — avrebbero potuto rimanere geograficamente circoscritte. La prossimità geografica può produrre effetti a catena. L’invasione dell’Iraq nel 2003 attirò combattenti dall’Iran e da altri Paesi, mentre la guerra in Afghanistan si estese al Pakistan e aggravò il problema della droga in Iran. Tuttavia, nonostante la sua posizione geografica tra i due teatri di guerra, l’Iran non agì in modo da fonderli in un conflitto più ampio, esteso dal Mediterraneo orientale all’Hindu Kush. Oggi, invece, l’Iran è direttamente sotto attacco, reagisce colpendo le basi americane situate nel Golfo e alimenta i combattimenti sia in Libano sia in Ucraina. Europa, Medio Oriente e Asia centrale sono tutti coinvolti. La chiusura di fatto dello stretto di Hormuz produce conseguenze economiche globali, dalle quali nemmeno gli Stati Uniti, nonostante la loro autosufficienza petrolifera, sono immuni. Ha inoltre riacceso il conflitto degli Houthi con l’Arabia Saudita e accresce l’attrattiva commerciale della rotta transartica, a vantaggio della Russia e della Cina. La Cina, in quanto futura potenza egemone globale, ha interesse a evitare di essere coinvolta direttamente in una grande guerra, ma trae benefici immediati dalle guerre combattute dagli altri, soprattutto quando queste mettono in evidenza l’impotenza degli Stati Uniti. La sua capacità di rafforzare la propria posizione come attore stabile è ulteriormente accresciuta dall’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, che, includendo ormai anche l’India, riunisce i due Paesi più popolosi del mondo. È aumentata la possibilità che questi effetti si combinino producendo conseguenze negative, più probabilmente per errori di calcolo e sviluppi involontari che per una precisa volontà politica. Nel frattempo, la capacità d’influenza delle organizzazioni multilaterali, prime fra tutte le Nazioni Unite, si è ridotta.
-Quali lezioni della preparazione britannica alla Prima guerra mondiale rimangono valide per la sicurezza del Regno Unito contemporaneo?
Nel 1914 la Gran Bretagna si trovava al centro di un sistema commerciale globalizzato, finanziato dalle sue banche, dipendente dalla sterlina e assicurato dalla City di Londra. Possedeva circa il 40 per cento del tonnellaggio mercantile mondiale, controllava numerosi punti di strozzatura strategici delle rotte marittime, tra cui Gibilterra, Suez e lo stretto di Malacca, e disponeva di una rete di basi coloniali. Inoltre, caso pressoché unico, possedeva un sistema efficace ed espandibile di imposizione sul reddito, uno strumento essenziale per controllare l’inflazione monetaria in tempo di guerra. Questi elementi si rivelarono risorse enormi per sostenere una lunga guerra di logoramento. Nessun Paese, in nessuna epoca, può realisticamente essere pienamente preparato a una grande guerra. Tuttavia, la Gran Bretagna precedente al 1914 aveva quantomeno previsto e discusso alcune delle questioni fondamentali, soprattutto grazie al lavoro del Committee of Imperial Defence. Si trattava di un sottocomitato del governo, al quale partecipavano i capi di stato maggiore, istituito nel 1902. Nel 1914 il Comitato aveva predisposto un war book, un documento che elencava alcune delle misure da adottare allo scoppio delle ostilità, compresa l’assicurazione di guerra per il naviglio mercantile. La Marina, comprese le sue riserve, stava svolgendo esercitazioni nel luglio del 1914 e venne mantenuta in posizione operativa mentre la crisi si aggravava. L’Esercito, organizzato principalmente per il servizio imperiale, era meno preparato a una guerra sul continente europeo. Tuttavia, il dibattito pubblico sulla coscrizione obbligatoria, sviluppatosi prima del conflitto, aveva almeno sollevato alcune delle questioni che l’espansione dell’Esercito e la rigenerazione delle forze avrebbero successivamente imposto di affrontare. La Gran Bretagna entrò in guerra prevedendo di dover adottare una strategia marittima. Questa costituì il fondamento del suo sforzo bellico e del sostegno agli alleati continentali, ma Londra dovette comunque improvvisare la creazione di un esercito continentale e individuare il modo migliore per impiegarlo.
-Nel suo libro How Do Wars End? affronta il problema della conclusione dei conflitti. Come possono finire oggi le guerre e cosa significa vincerle?
È improbabile che oggi una guerra si concluda con una vittoria decisiva sul campo di battaglia, nonostante la retorica, derivata dalla storia, dei leader nazionali. Esistono eccezioni, come la riconquista britannica delle isole Falkland nel 1982, ma sono possibili proprio perché gli obiettivi di entrambe le parti sono chiaramente definiti e limitati. Nelle due guerre mondiali, combattute per obiettivi ambiziosi e inconciliabili, prevalse l’alleanza economicamente più forte, dopo combattimenti prolungati. Il contributo degli Stati Uniti fu decisivo. Washington considerò il processo di pace del 1919 un fallimento, perché non era riuscito a tradurre sul piano politico la vittoria ottenuta nel 1918. Dal 1945, invece, gli Stati Uniti hanno esaltato l’esito della Seconda guerra mondiale come dimostrazione del fatto che la resa incondizionata possa produrre una pace duratura. Donald Trump ha talvolta avanzato pretese analoghe nei confronti dell’Iran, immaginando di poter imporre le condizioni della pace anziché negoziarle. Nel maggio 1945 l’esercito tedesco era stato annientato, l’Armata Rossa era entrata a Berlino e Hitler era morto. Eppure, persino allora, la Germania cercò, senza successo, di negoziare condizioni migliori. La pace richiede che entrambe le parti accettino il verdetto della guerra: certamente una parte deve riconoscere la propria sconfitta, ma anche il presunto vincitore deve accettare la resa del nemico. Nel caso del Giappone, i negoziati furono prolungati e gli Stati Uniti avevano bisogno di una conclusione della guerra più rapida di quanto apparisse probabile, sia per ragioni interne sia perché l’Unione Sovietica poteva ormai trasferire il proprio esercito verso est. L’esercito giapponese continuava a combattere su numerosi fronti e un’invasione delle isole metropolitane avrebbe comportato pesanti perdite. Gli Stati Uniti preferirono negoziare anziché affrontare i costi di un conflitto ancora più lungo, e l’imperatore rimase al potere. La costruzione della pace è dunque un processo. E questo processo assolve a una funzione precisa: permette di parlare di pace mentre la guerra continua. Il cessate il fuoco, le tregue e gli armistizi non costituiscono quindi accordi di pace, ma opportunità per sospendere i combattimenti, che possono oppure no trasformarsi nella base di un’intesa più duratura. In Ucraina, Zelensky è disposto a negoziare un cessate il fuoco, uno spazio nel quale le trattative possano proseguire mentre le uccisioni si interrompono. Putin, invece, vuole un trattato di pace che riconosca almeno l’attuale linea del fronte e, idealmente, comprenda l’intero Donbass, perché un simile accordo avrebbe forza giuridica e conferirebbe alla Russia una permanenza territoriale in una forma legittimata dal diritto. Che si tratti di Gaza, dell’Iran o dell’Ucraina, tutte le parti belligeranti devono partecipare alla definizione di condizioni di pace reciprocamente accettabili. L’alternativa è un “conflitto congelato”, un armistizio che non rappresenta una vera pace, anche quando, come in Corea, può durare per oltre settant’anni.
-Dove si combatte oggi il nuovo Grande Gioco geopolitico tra le potenze e chi sta prevalendo?
Il Grande Gioco del XIX secolo si svolse in un’epoca dominata dalle grandi potenze e fu condotto principalmente da due Stati che appartenevano all’Europa senza esserne pienamente parte. Sia la Gran Bretagna sia la Russia erano uscite vincitrici dalla guerra contro la Francia nel 1815 e avevano interesse a comprendere come l’equilibrio di potenza potesse impedire nuove guerre all’interno dell’Europa. Poiché si trovavano alla periferia del continente, erano libere di perseguire politiche espansionistiche in Asia e di sfruttare le opportunità create dal declino dell’Impero ottomano, che a sua volta apparteneva all’Europa senza esserne pienamente parte. Le analogie con il presente, tuttavia, sono utili soltanto in misura limitata. L’Asia centrale e orientale si trova nuovamente al centro della geopolitica, ma oggi riveste un’importanza economica ancora maggiore rispetto al passato, sia per il petrolio e le altre materie prime sia per la crescita demografica e la conseguente domanda di consumi. L’Europa, tuttavia, ha perso le proprie colonie e non occupa più il vertice dell’ordine internazionale. Il numero degli Stati sovrani membri delle Nazioni Unite è triplicato dal 1945. Di conseguenza, le organizzazioni multilaterali create dopo la Seconda guerra mondiale per governare l’ordine internazionale mostrano ormai gravi segni di affaticamento: vengono svalutate dagli stessi Stati Uniti che le avevano istituite e sfruttate dalla Cina a vantaggio dei propri interessi nazionali. Il cambiamento climatico aggiunge un’ulteriore complicazione. Gli Stati situati lungo la fascia equatoriale affrontano problemi esistenziali legati alla disponibilità d’acqua e alla stessa possibilità di sopravvivenza, rendendo sempre più difficile mantenere i vincoli imposti dalle frontiere statali. Lo scioglimento dei ghiacci artici apre un nuovo spazio di competizione. Lo stesso accade nei mari e negli oceani del mondo, mentre gli Stati estendono le proprie acque territoriali e le zone economiche esclusive. Data la portata di questi problemi, avremmo bisogno di soluzioni globali, ma continuiamo a privilegiare risposte regionali, proprio come ai tempi del Grande Gioco.