In un mare affollato da bestseller che cercano di apparire profondi e film d’autore incomprensibili, nel suo fondale è presente una perla: la Golden Age di Berserk, il primo grande arco narrativo della pluridecennale opera di Kentaro Miura. Sottovalutata a causa dei pregiudizi occidentali sul mondo dei fumetti, dopo anni di distribuzione televisiva del sanguinario Ken il Guerriero come fosse una storia per bambini, Berserk ci porta a riflettere sulla nostra vita forse più di un libro di filosofia che pretendiamo di capire. Il titolo della saga rappresenta perfettamente il motore del protagonista, Guts, soprannominato il Guerriero Nero. Berserk deriva dall’antico norreno berserkr, termine associato ai guerrieri che combattevano in preda a una furia incontrollata. Tra demoni e guerre tra feudi, Berserk ci pone una domanda: esiste un motivo per andare avanti? Nella sua giovinezza, Guts non ne aveva uno. Gli era stata insegnata una parola sola: sopravvivere.
Nato dal grembo di una donna morta, impiccata a un albero in un campo di battaglia, Guts venne trovato dalla moglie di un mercenario, che aveva appena perso il proprio bambino. Adottando il neonato e destinandolo a una vita tra i mercenari, volle lasciargli un promemoria delle sue origini attraverso il nome. In inglese, guts significa “viscere” e sembra richiamare il pozzo di sangue dal quale era nato, quasi con lo spirito biblico di: “polvere sei e in polvere tornerai”. La madre adottiva morì quando Guts aveva solamente tre anni e il bambino rimase sotto la custodia del patrigno, Gambino, che non lo avrebbe mai trattato veramente come un figlio. Gli venne insegnato a brandire una spada quasi più grande e pesante di lui e, ancora bambino, Guts venne trascinato sul campo di battaglia. In quel mondo la vita non veniva risparmiata nemmeno ai bambini, quindi non gli restava che combattere. Presto divenne abile, un enfant prodige tra i mercenari, o meglio, sviluppò l’unica abilità che avesse.
Questo lo faceva sentire riconosciuto da Gambino e Guts continuava a migliorare soltanto per ottenere la sua approvazione, nonostante l’affetto che non aveva mai ricevuto. Poi arrivò l’evento che lo avrebbe segnato per sempre. Gambino, dopo essere stato gravemente ferito in battaglia, iniziò a bere e trasformò la sua fredda autorità verso il ragazzo in pura crudeltà. Arrivò persino a venderlo a Donovan, un membro della compagnia, per denaro. Quella notte Guts venne abusato e, insieme alla violenza, conobbe anche il tradimento dell’uomo che considerava suo padre. Gambino, colui che gli aveva dato tutto ciò che conosceva, lo aveva ceduto per poche monete. In quel momento la furia prese il sopravvento su Guts per la prima volta. Prese la spada e, per sopravvivere ancora una volta, uccise il suo aggressore.
La notte seguente l’incubo non terminò: Gambino tentò di uccidere il suo figliastro. “La tua presenza mi è insopportabile”. L’uomo che Guts aveva cercato per tutta la vita di rendere fiero era arrivato a odiarlo. Di fronte a quel tradimento, con le lacrime agli occhi, Guts comprese che la sua vita era l’unica cosa che gli fosse rimasta. Uccise anche Gambino. Dovette quindi fuggire dall’accampamento. Per giorni trovò rifugio nei boschi. Non aveva più la sua comunità, né un uomo che potesse definire suo padre, eppure nella sua mente non c’erano dilemmi: pensava soltanto a sopravvivere. Anche senza contatto umano, anche dormendo sui prati gelidi della boscaglia, continuava ad andare avanti. All’improvviso, sembrava che il destino avesse deciso di salvarlo attraverso una nuova possibilità: dargli un’ambizione, un luogo di appartenenza, amore.
Grifis, il comandante di un famoso gruppo mercenario chiamato Squadra dei Falchi, era rimasto affascinato da Guts e non se lo lasciò sfuggire. Lo aveva notato in battaglia tra le file nemiche, un ragazzino dalla marzialità di un generale che imbracciava una spada troppo pesante per lui. Giorni dopo lo vide passare da solo e, mentre i suoi soldati erano pronti a ucciderlo, lui guardava quell’avversario con un’ammirazione rara. Quando gli venne proposto di entrare nella Squadra dei Falchi, Guts rifiutò sprezzante: quella squadra non gli era utile. Per sopravvivere gli bastava seguire i mercenari che gli offrivano di più, cambiando schieramento in base alla somma di denaro. Ma Grifis era determinato e gli propose un duello. Se avesse vinto, Guts sarebbe entrato nella Squadra dei Falchi.
Per la prima volta, Guts venne sconfitto. “D’ora in poi sei mio!”, esclamò trionfante Grifis. Da quel momento sarebbe cambiato tutto. Grifis non era il solito generale consumato dagli anni. Era un ragazzo quasi coetaneo di Guts, di una bellezza disarmante e androgina. Soprattutto, la vita passata in guerra non lo aveva mai completamente annichilito. Nei primi volumi lo vediamo piangere con un giocattolo in mano, appartenuto a un mercenario ancora bambino che conosceva appena. “Chissà se è morto sognando”, si domanda. “Oppure la morte è stata la fine di quel sogno e della sua disperazione? Forse… è stato il mio sogno a ucciderlo?”.
Ciò che manteneva il cuore del comandante Grifis apparentemente puro era il suo sogno. Era nato plebeo, senza niente, e l’unica cosa bella della sua infanzia trascorsa nelle strade sudicie era il grande castello che vedeva all’orizzonte. Un giorno ne avrebbe avuto uno tutto suo. Questo era l’unica cosa che contava. Se un giorno i suoi sforzi fossero stati ricompensati, per lui non sarebbe valso nulla ciò che aveva dovuto fare per arrivarci: brandire la spada, spargere sangue, vedere i suoi amici cadere in battaglia, arrivare persino a vendere il proprio corpo a un anziano re. Grifis vedeva in Guts un suo pari. Non poteva essere una persona qualunque un giovane dalla forza prodigiosa come lui, e voleva condividere con lui il proprio sogno.
“I sogni danno vita agli uomini, ma possono anche imprigionarli nella sofferenza. […] Alcuni non vedono altro che la vita e la morte. Sono morti. Perché non hanno sogni”.
Guts si trovò per la prima volta a interrogarsi sulla propria vita. Se andare avanti non era altro che un istinto animale di fronte al rischio, dov’era il piacere di essere vivi? Per quale motivo aveva ucciso Gambino tanti anni prima? Al termine del primo grande ciclo narrativo di Berserk, però, Grifis ci trasmette un messaggio ancora più importante dell’avere un sogno per cui lottare: quando nel cuore arde una fiamma troppo forte, tutto ciò che ci circonda rischia di prendere fuoco.
Il comandante, dopo una lunga serie di successi al servizio del regno di Midland, era riuscito ad avvicinarsi sempre di più alla corte e al potere. Gli sarebbe bastato ancora un po’ di pazienza per avvicinarsi al suo obiettivo. Eppure, una notte, commise il più grande errore della sua vita. Entrò nella camera della principessa Charlotte, convinto che sedurla gli avrebbe permesso di avvicinarsi ancora di più al trono. Quando venne scoperto dal Re, fu condannato a una lunga prigionia e a terribili torture. Quando finalmente uscì dalla prigione, Grifis non era più l’uomo che era stato. Il suo corpo era stato distrutto, la sua voce era scomparsa e non aveva più la forza necessaria per guidare i suoi uomini.
Dopo un anno di agonia, la sua squadra riuscì a farlo evadere. Ma, per Grifis, la tortura peggiore fu il ritorno dai suoi compagni. Non era più in grado di guidarli, mentre loro avrebbero continuato a conquistare successi senza di lui. Aveva perso anche l’ammirazione di un tempo. Casca, la donna che aveva salvato anni prima, ora lo guardava soprattutto con pietà e si limitava ad assicurarsi che ricevesse le migliori cure possibili. Adesso amava Guts, l’uomo che prima di lui non sapeva nulla dell’ambizione.
L’unica cosa che gli restava nella mente, paralizzato sulla sua branda, era quel castello. Il sogno che lo aveva accompagnato per tutta la vita tornò a chiamarlo attraverso il Bejelit, un oggetto soprannaturale capace di evocare la Mano di Dio. Grazie ad esso, Grifis avrebbe potuto diventare uno dei suoi membri e ottenere finalmente il potere necessario per raggiungere il regno che aveva sempre desiderato. Ma c’era un prezzo da pagare: sacrificare chi gli fosse più caro. Per arrivare al suo miraggio, quel castello immaginario, avrebbe dovuto sacrificare alla Mano di Dio tutti i suoi soldati, Guts incluso.
Fu allora che il richiamo del potere prevalse sul dolore. Le gambe martoriate di Grifis trovarono una forza che sembrava ormai impossibile, abbastanza per trascinarlo fino al fiume più vicino. Trovò in quelle acque il Bejelit, come se fosse stato proprio quell’oggetto a chiamarlo verso la sua ultima possibilità. Ignara, la Squadra dei Falchi corse in suo soccorso, ma presto sarebbe stata travolta da un rituale sacrificale. Il cielo si oscurò: era iniziata l’Eclissi di Sole. “Il tuo amico ti tradirà”, aveva detto a Guts Zodd l’Immortale durante un duello, una creatura leggendaria che da anni appariva sui campi di battaglia. Il Guerriero Nero non aveva ascoltato le parole di un mostro, ma tutto gli fu più chiaro quando sul suo collo apparve il Marchio del Sacrificio.
Grifis, proprio come Gambino tanti anni prima, era pronto a mettere qualcosa al di sopra della vita di Guts. Ma Guts non era più soltanto un giovane mercenario abile nell’arte della guerra. Era un uomo che aveva finalmente trovato qualcosa da perdere: la sua comunità, i suoi compagni, la donna che amava. Tuttavia, gli sforzi furono vani. Uno ad uno, i membri della Squadra dei Falchi morirono durante l’Eclissi, sacrificati al sogno di Grifis. Solo Guts e Casca sopravvissero.
A quel punto, Guts non aveva più niente. La sua squadra era morta perché lui non era stato in grado di salvarla, la battaglia lo aveva lasciato mutilato e la donna che amava non era più in sé, devastata dal trauma. Il suo destino lo aspettava: il Marchio lo aveva segnato per sempre e lo avrebbe reso una preda delle creature che si nutrivano dei sacrificati. Guts si rifiutò. L’ultimo modo che gli restava per essere libero era opporsi al fato. Anche se il mondo aveva deciso di perseguitarlo, lui voleva dimostrargli che nulla l’avrebbe mai scalfito. Così incominciò il suo lungo viaggio di vendetta verso Grifis perché Guts aveva ottenuto una nuova consapevolezza: perché, se esiste qualcuno che è disposto a prevalere sugli uomini per il proprio sogno, ci deve essere qualcuno disposto a salvarli per non ottenere nulla in cambio. Berserk di Kentaro Miura ci insegna che la furia cieca possa diventare una battaglia eroica se combattuta con ostinazione, contro tutti e tutto.