Luigi Di Gregorio: «Un leader deve sapere quando parlare, come parlare e soprattutto quanto mostrarsi.»

«Servirebbero oggi dei comitati elettorali permanenti per poter seguire i partiti e i candidati anche dopo le elezioni. Mentre oggi ciò esiste solo nel mondo statunitense. Delle war room permanenti invece sono vitali per affrontare questo clima ricco di incognite e rapide evoluzioni.»

Antonio Di Pietro: «La riforma sulla separazione delle carriere è necessaria.»

«Oggi il Pubblico Ministero è "fratello di sangue" del giudice. Fanno lo stesso concorso, seguono lo stesso percorso, possono scambiarsi i ruoli, siedono nello stesso Consiglio Superiore della Magistratura e appartengono alla stessa Associazione Nazionale Magistrati. È come se in una partita di calcio l'arbitro facesse parte di una delle due squadre che si confrontano in campo. La separazione delle carriere serve a togliere ogni ombra. Per restituire al giudice quella immagine di terzietà.»

La performance non s'interrompe mai

La generazione che vive nei social non ha più un “fuori scena” dove spogliarsi del proprio personaggio. Il ruolo coincide con l’identità, la performance sostituisce la presenza. Il rito non serve più a ricordare la finzione del genere, ma a trasformarla in verità. La parodia non libera: incolla. E la distanza diventa l’unica forma accettabile di relazione.

Marco Tarchi: «L'a-fascismo di Meloni è un efficace strumento tattico, ma è ancora piuttosto carente di contenuti identificativi.»

«Il populismo, e chi lo incarna, non è antisistemico, è anti-establishment. E non lo confonderei con l'estrema destra, che è un fenomeno gruppuscolare. Ad ogni modo, sì, il modello Meloni potrebbe trovare estimatori e imitatori, ma con molti e sostanziali adeguamenti, perché ogni paese ha proprie caratteristiche che necessariamente condizionano tattiche e strategie.»

La crisi culturale è una forma d'ordine

Non stiamo assistendo alla fine del pensiero, ma alla sua normalizzazione. Le scienze umane, nate per attraversare la complessità, si sono piegate alla logica della produttività e della conformità. Il sapere non interroga più il potere: lo serve. E la cultura diventa burocrazia.

Giulio Sapelli: «Il trumpismo, più che un rigurgito reazionario, mi sembra una versione americana di quella che fu la grande rivoluzione di Mao.»

«La vittoria di Trump punta ad una riscrittura delle categorie valoriali e degli equilibri politici degli USA, archiviando così i canoni borghesi e woke. L'ultimo Mao è, quindi, Donald Trump.»

Fino a che punto conta il diritto internazionale

Dalla prima referral per il Darfur alla crisi libica del 2011, il dispositivo del Consiglio di Sicurezza verso la Corte Penale Internazionale rivela la trasformazione del diritto in spettacolo: uno strumento politico che estetizza la colpa, legittima la forza e produce immagini più che giustizia. La giurisdizione universale diventa teatro mediatico, simulacro d’un ordine morale incapace di agire, residuo della sovranità liberale post-Guerra Fredda.

Narrazioni e simboli nello spazio globale

I codici simbolici della geopolitica cambiano nel tempo e nello spazio. In un mondo multipolare, la competizione strategica si gioca anche nel dominio immateriale delle idee. Un’analisi comparata tra contesti e momenti storici diversi ci aiuta a capire come gli attori costruiscono il proprio ruolo nel sistema internazionale.

A cosa servono le città

Le città (e in particolare le metropoli contemporanee) non sono realmente il frutto di pure necessità sociali, storiche e tecniche, il cui sviluppo è gestito dagli uomini. Le città sono delle entità viventi inorganiche, che tramite la loro accumulazione e gestione di informazioni, dati, codici, simulazioni, speculazioni e controllo sugli uomini stessi rendono questi ultimi dei meri componenti della programmazione urbana e del loro sostentamento.

La corsa all'aldilà

È in atto una competizione per riempire il vuoto trascendentale della civiltà occidentale. Dopo la deflagrazione del post-storicismo novecentesco; nel decennio delle sfide un’inattesa risacralizzazione e ricerca di senso mettono sotto i riflettori almeno tre possibili candidati. Si tratta del mito che accompagnerà gli occidentali nelle prossime sfide della contemporaneità.

La grande allucinazione

Secondo una lettura psicanalitica freudiana, le recenti proteste e tensioni sociali riflettono una forma di allucinazione collettiva: la sostituzione dei desideri reali, irraggiungibili, con surrogati simbolici. Frustrazione economica e disagio sociale spingono le masse a cercare sollievo in illusioni politiche e ideologiche, dove l’Es vince sull’Io e la realtà cede alla percezione emotiva.

Il tratto messianico dei conflitti odierni

Nel Medio Oriente si combatte un conflitto privo di razionalità politica e guidata da visioni religiose e punitive. Trump, Netanyahu e Khamenei ne incarnano i protagonisti, ciascuno spinto da una missione ideologica o divina. I loro centri di potere, pur consapevoli dei rischi di un conflitto totale, sembrano destinati allo scontro, sospinti da fanatismi, calcoli di potere e profezie apocalittiche che minacciano l’equilibrio mondiale.
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