OGGETTO: Crocevia Niger
DATA: 02 Luglio 2025
SEZIONE: Geopolitica
AREA: Africa
Il Niger costringe l’Europa a guardarsi allo specchio. Il consueto discorso universalista dell’Illuminismo si svuota se non si traduce in sicurezza condivisa e riconoscimento di sovranità altrui. Se Bruxelles non rilegge Niamey come attore pienamente politico – e non più come posto di blocco desertico – il moto di Agadez continuerà a rifluire verso il Mediterraneo, accelerando una crisi di proiezione già in atto.
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Lungo due direttrici distinte, dalla città carovaniera di Agadez, si possono raggiungere Algeria e Libia per poi risalire fino alle rive del Mediterraneo. Il tragitto verso i litorali algerini costeggia il margine orientale del massiccio dell’Aïr, nel nord del Niger e già in area desertica sahariana, passando per la località mineraria (gravemente contaminata dall’estrazione di uranio) di Arlit in direzione del confine a Assamakka. Sul versante orientale, attraversando la cittadina rurale di Dirkou e l’oasi di Séguedine è possibile tagliare il confine settentrionale nel Fezzan, regione del sud‑ovest della Libia nel mezzo del deserto. In entrambi i casi, un itinerario che catalizza migrazioni subsahariane, traffici illeciti (armi, droga, esseri umani) e focolai di terrorismo islamico, che proprio nella traversata del Niger trovano lo spunto per una propagazione alla volta dell’Europa, sta lì ad indicare la rilevanza strategica di questa “frontiera di sabbia” (p. Armanino). Si estende così il corridoio per eccellenza della mobilità irregolare africana: circa 5 .700 km di confini erosi favoriscono milizie, predoni e gruppi affiliati a sigle terroristiche (JNIM o ISGS), con un Occidente incapace di frenare la spirale jihadista. Conglomerazione multi‑etnica di Hausa, Zerma‑Songhay, Tuareg e Fulani, snodo ineludibile per posizione geo‑morfo­logica e per la ricchezza di risorse (oro, petrolio, uranio), il Paese resta al centro di una contesa che sovrappone piani economici e securitari.

Questa cornice geografico‑strategica si salda, nel nuovo millennio, con un quadro politico contraddittorio. A partire dagli anni dieci del duemila, mentre l’Occidente sosteneva la cleptocrazia di Mahamadou Issoufou e poi di Mohamed Bazoum, la violenza jihadista avanzava nonostante l’Operazione Barkhane. Le basi statunitensi di Niamey e Agadez – viste, ricorda l’analista nigerino Abdoulaye Sissoko, come baluardi anti‑Cina e anti‑Russia più che come dispositivo di arginamento al terrorismo – non frenavano la spirale di insicurezza; la fiducia popolare evaporava, preparando il terreno al putsch del 26 luglio 2023.

Quel giorno, il generale Abdourahamane Tchiani rovesciò il presidente eletto Bazoum e instaurò il Consiglio nazionale per la salvaguardia della patria (CNSP), recidendo di lì a breve il rapporto privilegiato con Parigi. Quasi due anni più tardi, a fine marzo 2025, Niamey compirà uno strappo ancora più eloquente proclamando l’hausa lingua nazionale e relegando francese e inglese a “lingue di lavoro”, offrendo alla popolazione nigerina un provvedimento dal carattere identitario e mosso dal comune sentimento anticoloniale. E sebbene innumerevoli sfide, a partire dalla povertà endemica, avrebbero ancora potuto offrire all’Occidente uno spazio ulteriore di manovra a condizioni rinnovate, l’asse euro-atlantico si è trovato innanzi lo scoglio della perdita di credibilità e attrattiva, che era già culminata nel ritiro delle forze USA nel settembre 2024 e, prima ancora, nell’espulsione dei contingenti francesi ed europei fin dal 2023. In questo vuoto l’unico presidio rimasto è la missione italiana MISIN, che con un profilo discreto continua ad addestrare le FFAA nigerine e a monitorare i flussi migratori. Dovuta a errori strategici (di Macron su tutti) che preannunciano una crisi di proiezione, le conseguenze potrebbero rivelarsi gravi anche oltre le coste nord-africane già nel breve e medio termine.

Sul terreno, il Niger continua a combattere una guerra esistenziale su due fronti: Boko Haram nel sud‑est (regione di Diffa) e l’ISGS nell’area delle trois frontières sul versante occidentale con Mali e Burkina Faso. Con questi due Paesi Niamey ha siglato, il 16 settembre 2023, la Charte du Liptako‑Gourma, embrione dell’Alleanza degli Stati del Sahel (AES), che prevede mutua difesa e condivisione di intelligence, oltre a rappresentare un tentativo di emancipazione dall’Occidente e il dispiegamento di una forma di cooperazione regionale ispirata dalle istanze del movimento panafricano. Attacchi sporadici, tuttavia, come la mattanza di Banibangou nel giugno 2025, evidenziano la persistente esposizione al pericolo jihadista. Le radici socio‑economiche del terrorismo — povertà, disoccupazione, fanatismo religioso — e le persecuzioni contro cristiani e minoranze etniche complicano la stabilizzazione post‑putsch.

Del resto, che gli effetti a breve termine del golpe siano destabilizzanti è implicito, così come avviene per ogni movimento di faglia tellurica. Eppure, significativamente, quando il Paese stabilisce nuove cooperazioni o lotta per affermare la propria sovranità, allora viene sistematicamente sottovalutato nelle sue capacità e aspirazioni, liquidato come preda di populismo semplicistico o di ambizioni irrealizzabili. Il mancato riconoscimento del suo interesse nazionale, da parte occidentale e a differenza di quanto avviene in contesti come Ucraina o Medio Oriente, pur spesso in chiave strumentale e nella “lingua della pura potenza” (Mearsheimer), segna così il primo passo verso la minimizzazione e il conseguente allontanamento dall’influenza europea.

Il Niger, intanto, si è stabilmente orientato verso nuove alleanze che hanno ricalibrato la prospettiva nazionale, eclissando le vecchie influenze. La Russia fornisce supporto militare in cambio di influenza e possibile accesso a risorse; similmente fa la Turchia, con i contractor SADAT coordinati da Ankara. Le relazioni con la Cina, secondo investitore estero dopo la Francia, sono invece tese: il Niger pretende una rinegoziazione dei contratti estrattivi per contrastare lo sfruttamento delle risorse petrolifere senza adeguata ridistribuzione degli utili. Le speculazioni su accordi per la commercializzazione dell’uranio con l’Iran, smentite a suo tempo dal portavoce della giunta Amadou Abdramane, riflettono le preoccupazioni americane per un riallineamento geopolitico e richiamano alla memoria il controverso Nigergate del 2003, legato alla falsa accusa di un rapporto di fornitura con l’Iraq di Saddam Hussein. Più ancora, esemplifica l’uso del Niger come pedina geopolitica, sacrificabile, per definizione, alla narrazione allusiva di un fronte comune con gli “stati canaglia”.

La svolta decisiva sul piano economico arriva, infine, nel  giugno 2025, quando il governo nazionalizza la miniera di Somaïr, scalzando la francese Orano dal bacino di Tim Mersoï (circa 4 % dell’uranio mondiale). Parallelamente, l’oro — ufficialmente circa un quarto dell’export, ma le stime includendo il contrabbando superano il 60 %, grazie ai giacimenti di Djado e Tchibarakaten — continua ad attrarre cercatori, ex‑ribelli e banditi, accentuando l’instabilità. L’obiettivo dichiarato è trasformare la posizione di cerniera in potentia negoziale, trattenendo all’interno del Paese una quota maggiore di rendita e affrancandosi dal crony capitalism che aveva inquinato, persino letteralmente, visti gli ingenti danni ambientali di cui parla anche Zoellner nel suo Uranium (2010), le stagioni precedenti.

È pertanto in atto una torsione che mette allo scoperto il paradosso occidentale: si insiste sul binomio “democrazia‑sviluppo” ma si governa o si coopta il governo di turno in una chiave essenzialmente necropolitica — citando il filosofo camerunense Achille Mbembe — dove conta più il potere di decidere sulla vita e la morte che il contratto sociale.

L’antica allucinazione illuministica, proiettata sul Sahel come promessa di modernità, collide ora con la realtà di un’Africa che reclama l’uguaglianza fra sovranità e non si lascia più ridurre a retrovia di risorse. Il risultato è uno scollamento fra imperium e potentia: l’Occidente, incapace di leggere le linee invisibili che si compongono al di sotto degli assetti di potere, conserva ancora strumenti di pressione — forza militare, sanzioni, narrative — ma fatica a tradurli in egemonia tangibile, soprattutto per via della sua scarsa capacità di adattamento; il Niger, viceversa, non possiede l’imperium ma accresce la propria potentia, capitalizzando partner alternativi e asset minerari.

Tutto converge su una medesima evidenza: il Niger costringe l’Europa a guardarsi allo specchio. Il consueto discorso universalista dell’Illuminismo si svuota se non si traduce in sicurezza condivisa e riconoscimento di sovranità altrui. Se Bruxelles non rilegge Niamey come attore pienamente politico – e non più come posto di blocco desertico – il moto di Agadez continuerà a rifluire verso il Mediterraneo, accelerando una crisi di proiezione già in atto. Non è neanche una questione di giustizia riparativa, fondata su cancellazione e risarcimento. Semplicemente la Storia non è finita: sta semmai cambiando coordinate e il Niger ne traccia la mappa con caratteri di sabbia e uranio. L’Africa si riaffaccia al centro dell’agone internazionale, mentre un’Europa priva di direzione, incapace di dialogo pragmatico e vulnerabile a terrorismo e pressioni migratorie, rischia un drastico ridimensionamento.

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