Poche biografie italiane degli ultimi quarant’anni hanno attraversato così da vicino il punto nel quale le buone intenzioni della politica internazionale incontrano la brutalità della storia come quella dell’ambasciatore Stefano Pontecorvo. Una figura che, come i personaggi dei romanzi di Boris Biancheri, ha vissuto attraversando i principali cambiamenti di epoche del nostro passato recente, a confine tra il tramonto del mondo di ieri e l’alba delle ultime evoluzioni del domani. Mosca mentre finiva l’Unione Sovietica, i Balcani mentre si disfaceva la Jugoslavia, l’Africa, il Pakistan, infine l’Afghanistan a cavallo di cesure di epoche se non di civiltà: Pontecorvo ha avuto una curiosa familiarità con i mondi che finiscono mentre si trasformano seguendo processi imprevedibili ed innominabili.
Forse perché aveva cominciato presto a vederli cambiare. Nato a Bangkok, figlio di un diplomatico, bambino tra Islamabad e Kabul, attraversava il Khyber Pass quando quella strada poteva ancora essere percorsa da due donne con tre bambini e gli hippie viaggiavano tranquillamente dall’Europa verso l’India. A Kabul giocava con il figlio del re. Molti anni dopo sarebbe tornato in quella stessa regione da ambasciatore italiano in Pakistan e poi come ultimo Alto rappresentante civile della NATO in Afghanistan. In mezzo ci sono quasi quarant’anni di diplomazia: vicecapo missione a Mosca e Londra, incarichi nei Balcani e in Africa, consigliere diplomatico dei ministri della Difesa Giampaolo Di Paola, Mario Mauro e Roberta Pinotti. Dopo la diplomazia arriverà anche la presidenza di Leonardo. Oggi è presidente di Avio Solution S.p.A.
Ma è Kabul a dare retrospettivamente un senso particolare a tutto il resto, come racconta nel suo testo “L’ultimo aereo da Kabul. Cronaca di una missione impossibile” (Piemme, 2022). Quando Pontecorvo arrivò alla guida politica della presenza NATO, nel 2020, definì quella afghana una fase insieme «promettente e pericolosa». Un anno dopo si trovò dentro uno dei più grandi ponti aerei della storia contemporanea. Ha raccontato che dall’aeroporto Hamid Karzai, abituato a sei voli civili al giorno, si arrivò a far decollare fino a 120 aerei quotidiani; circa 140 mila persone lasciarono il Paese in due settimane. La NATO ha definito «pivotal» il suo ruolo nel coordinamento delle evacuazioni. Pontecorvo fu tra gli ultimi occidentali a lasciare Kabul.
È difficile trovare un’immagine migliore del diplomatico: un uomo che da ragazzo aveva attraversato liberamente quelle montagne e che mezzo secolo dopo osservava dall’aeroporto la dissoluzione dell’ordine che aveva contribuito a rappresentare. Eppure Pontecorvo non possiede il gusto malinconico del reduce. Ragiona per prospettive, geografia, rapporti di forza; diffida delle narrazioni consolatorie e ancora di più dell’idea che la Storia proceda necessariamente verso qualcosa di migliore.
-Stefano Pontecorvo, lei è nato a Bangkok e ha trascorso l’infanzia tra diversi Paesi dell’Asia. Come ricorda quegli anni?
Ne ho un ricordo molto bello. Crescere in Asia in un ambiente internazionale significava incontrare continuamente persone, lingue e culture differenti. Si è trattata di un’esperienza estremamente positiva che mi ha permesso di maturare un confronto con l’altro e la diversità che ha definito certamente molti degli attributi del mio carattere. Non credo sia casuale che io abbia scelto di finire la mia carriera diplomatica proprio in Pakistan e in Afghanistan. Naturalmente esistevano anche ragioni evidenti, come il rilievo oggettivo di questi Paesi: il Pakistan ha sempre contato moltissimo nel mondo islamico e l’importanza strategica dell’Afghanistan non ha bisogno di spiegazioni. Ma dietro quella scelta c’era anche una componente biografica. La volontà di ritrovarli e forse anche di ritrovarmi.
–Quando tornò da diplomatico in quei Paesi, riconobbe ancora qualcosa del mondo che aveva lasciato?
Molto poco. Era cambiato radicalmente il mondo, non soltanto loro. Oggi la frontiera tra Pakistan e Afghanistan è considerata una delle più pericolose del pianeta. Quando avevo dieci/undici anni era attraversata dalla generazione degli hippie, che viaggiava in cerca di esperienze esotiche e di sostanze facilmente reperibili in totale tranquillità. E nessuno torceva loro un capello. Oppure quando avevo dodici o tredici anni vivevamo con la mia famiglia a Islamabad. Mia madre organizzava ogni due mesi con un’altra diplomatica un viaggio fino a Kabul, dove ero iscritto alla scuola italiana che a Kabul c’era ma ad Islamabad no, attraverso il passo Khyber. Erano due donne con tre bambini e percorrevano quella strada da sole senza alcun problema. Oggi sarebbe quasi impossibile. Certo la geografia è rimasta la stessa, ma la storia ha completamente trasformato quei luoghi.
–Qual è il ricordo più nitido di quella vita?
La familiarità con la diversità. Per me era normale avere a che fare con persone che provenivano da mondi differenti. Non percepivo la diversità come un ostacolo, ma come qualcosa di divertente e intellettualmente stimolante. Conoscevo poco l’Italia. L’ho scoperta meglio in seguito e continuo a pensare che sia il Paese più bello nel quale vivere. Però mi piaceva moltissimo stare all’estero. E probabilmente ciò che mi manca di più da quando sono in pensione sono le lunghe permanenze fuori dall’Italia, l’immersione in società diverse dalla propria.
–Cosa la portò a intraprendere la carriera diplomatica?
Soprattutto la scelta di un tipo di vita. Mi ero laureato in Economia e Commercio e, una volta terminata l’università, avrei potuto seguire il percorso più convenzionale, entrando nel settore privato. Fui assunto da un paio di aziende e iniziai a lavorare mentre preparavo il concorso diplomatico. Fu una scelta molto ponderata. Confrontando la vita che avrei avuto in azienda con quella che mi avrebbe consentito la diplomazia, mi accorsi infatti che per me non c’era partita. Mi dimisi, cominciai a studiare sul serio e vinsi il concorso.
–Suo padre era diplomatico. La familiarità con quel mondo l’ha aiutata?
Sì, perché mi ha sottratto a una certa soggezione nei suoi confronti. In Afghanistan, da bambino, ad esempio, giocavo con il figlio del re. Avevo quindi una consuetudine con quel mondo, con le sue figure e con i suoi ambienti e quella familiarità mi aiutò molto. Mi insegnò soprattutto che il potere è esercitato da esseri umani. Bisogna rispettarne la funzione, senza però esserne intimiditi.
–Chi sono stati i suoi maestri?
I grandi ambasciatori italiani delle generazioni precedenti alla mia. Penso, tra gli altri, all’ambasciatore Salleo. Erano figure di una qualità straordinaria. Anche oggi abbiamo diplomatici molto bravi, ma quella generazione possedeva qualcosa di particolare.
–Quando capì per la prima volta che le sue parole potevano incidere sulle decisioni del Paese?
A Mosca, durante il tentato colpo di Stato del 1991 e la crisi finale dell’Unione Sovietica. In ambasciata eravamo pochissimi e dovevamo contribuire a formare la percezione italiana di ciò che stava accadendo. Io ero un giovane funzionario, uno dei più giovani della sede, e mi capitò di parlare alcune volte con Giulio Andreotti. Il giorno successivo lessi sui giornali che Andreotti aveva ripetuto in Parlamento quasi esattamente ciò che gli avevo riferito. Fu allora che compresi fino in fondo la responsabilità del nostro mestiere. Un’analisi formulata da un funzionario in una situazione di crisi può arrivare direttamente al vertice politico e contribuire a determinare la posizione dell’Italia davanti a un passaggio storico. E questo è sia un privilegio che una responsabilità enorme.
–Cosa le insegnò quel momento?
Mi responsabilizzò. Nelle situazioni ordinarie si può avere l’impressione di svolgere un lavoro fatto di note, incontri e rapporti. Nelle crisi capisci invece che le tue valutazioni possono produrre conseguenze concrete, non soltanto sulla tua carriera o sull’ambasciata, ma sull’intero Paese. Le esperienze più formative sono sempre le più difficili: quelle nelle quali devi assumere una decisione in prima persona, sapendo che un errore non resterà confinato alla tua scrivania. Quel tipo di responsabilità fa crescere molto velocemente.
–Che altri ricordi ha della crisi dell’Unione Sovietica…
Il 31 dicembre 1991 ero sulla Piazza Rossa con mia moglie. Assistemmo all’ammainabandiera sovietico e alla fine simbolica di un mondo. Intorno a noi piangevano tutti e, a un certo punto, senza motivo, ci mettemmo a piangere anche noi. Mia moglie, che è sempre stata più lucida di me, mi guardò e disse: «Scusa, ma noi perché piangiamo? Non siamo russi». Aveva ragione e smettemmo.
–Dopo Mosca vennero la dissoluzione della Jugoslavia, l’Africa, il Pakistan e infine Kabul. Si sente un diplomatico dei tramonti?
Detta così sembra che io porti male…
–Lei ha assistito però alla fine di molti mondi. Cosa le hanno insegnato?
Questo è vero. Ho visto il collasso dell’Unione Sovietica, lo sfaldamento della Jugoslavia, numerose crisi africane e infine il ritiro occidentale dall’Afghanistan. Ma non li considero semplicemente tramonti. Sono stati fallimenti sistemici.
-Ovvero?
Tendiamo a interpretare questi eventi come congiure, colpi di palazzo o improvvise esplosioni di violenza. Nella mia esperienza, invece, il meccanismo è quasi sempre più profondo. Un sistema smette di rispondere ai bisogni della popolazione. Può resistere per anni grazie alla propaganda, alla repressione e all’inerzia delle istituzioni, ma a un certo punto la distanza tra il potere e la società diventa insostenibile. Allora il popolo lo fa cadere.
–Lei fu l’ultimo alto rappresentante della NATO a lasciare Kabul nell’agosto 2021. Che cosa ricorda di quei giorni?
La tristezza e la consapevolezza di assistere a una tragedia evitabile. Furono quindici giorni vissuti dentro una pressione continua. Eravamo occupati nelle evacuazioni, dormivamo pochissimo e cercavamo di portare fuori dal Paese quante più persone possibile. Io ho sempre dormito poco. Perché di notte si riflette meglio. Durante quelle notti, nei rari momenti in cui l’attività rallentava, avevo molto tempo per riflettere. La sensazione dominante era che stessimo abbandonando un Paese che avevamo illuso per vent’anni. Avevamo alimentato speranze, costruito istituzioni, formato persone e incoraggiato una generazione a credere in una società più libera. Poi improvvisamente le stavamo dicendo che tutto questo non valeva più.
–La caduta di Kabul la sorprese?
No. Le comunicazioni ufficiali che inviavamo dimostrano che avevo le idee piuttosto chiare su ciò che sarebbe accaduto. Da mesi era evidente la direzione degli eventi. Anche l’intelligence americana aveva ben compreso il pericolo. Avevo inoltre partecipato al processo di Doha e avevo visto i talebani da vicino.
-E che cosa aveva capito?
Che non erano interlocutori dei quali ci si potesse fidare sulla base di assicurazioni generiche. Possiedono una cultura negoziale nella quale il sotterfugio è perfettamente legittimo se serve a raggiungere il loro fine, soprattutto nei confronti degli occidentali. Non erano poi degli interlocutori affidabili e ciò apparve chiaramente in quei giorni. Gli Stati Uniti accettarono però quell’accordo per una ragione tattica e di breve periodo, cioè uscire dal Paese senza essere attaccati militarmente. Ma trasformarono quella necessità in una narrazione rassicurante in realtà solo per sé stessi. Gli afghani, invece, non si fecero ingannare. Infatti tutti coloro che ne ebbero la possibilità cercarono di andarsene.
–Si poteva evitare la vittoria talebana?
Ci si poteva ritirare in maniera diversa. Nessuno sosteneva la necessità di mantenere indefinitamente un enorme contingente militare. Il generale Scott Miller aveva quantificato in circa 2.500 uomini la presenza minima necessaria per evitare il collasso immediato e garantire il tempo utile alla ricerca di un vero accordo tra le parti afghane. Sarebbe stato uno sforzo limitato. Si decise invece di abbandonare completamente il terreno prima di aver costruito un equilibrio politico sostenibile. Fu un gigantesco errore di calcolo e una dimostrazione di assenza di profondità strategica di quella amministrazione.
–Cosa non aveva capito dell’Afghanistan che ha capito, invece, in quelle fase?
Non vorrei sembrare arrogante, ma le cose che non avevo capito erano abbastanza poche. Un elemento, però, era stato sottovalutato da tutti noi: la forza delle relazioni tribali afghane nella costruzione della vita quotidiana e degli equilibri politici. In Afghanistan quasi nulla è davvero ciò che appare nelle strutture formali. Per capire quello che sta accadendo non basta parlare con i membri del governo, ma bisogna sapere chi conta nelle tribù, quali relazioni familiari e territoriali esistono, quali fedeltà attraversano gli apparati. Io avevo cominciato a farlo e questo mi consentiva di comprendere abbastanza bene la direzione degli eventi.
–Lei conobbe l’Afghanistan della monarchia e poi quello riconquistato dai talebani. Sopravvivequalcosa del primo nel secondo?
Sopravvivono alcune persone. Esiste una generazione che ha studiato, ha conosciuto una forma di libertà, ha visto le donne frequentare le scuole e le università e ha sperimentato una vita relativamente serena. Ma quella parte della società è stata annichilita, costretta all’esilio oppure al silenzio. Il futuro dell’Afghanistan è estremamente cupo. Per le donne afghane lo è ancora di più. Non vedo, almeno nel breve periodo, uno sviluppo politico capace di modificare seriamente la situazione. Certo, i talebani sono attraversati da divisioni interne, ma l’opposizione è troppo debole. Anche Ahmad Massoud che è probabilmente la figura più credibile, dispone di margini d’azione estremamente limitati.

–Qual è stato il vero vincitore del ritiro occidentale?
La Cina. Lo posso dire a maggior ragione oggi, a distanza di anni. Avevo contatti frequenti, sebbene non ufficiali, con l’ambasciatore cinese. Quando comprese che ce ne saremmo veramente andati, venne da me e ci disse che eravamo dei pazzi.
-Perché?
I cinesi non volevano che l’Occidente abbandonasse l’Afghanistan, perché la nostra presenza garantiva una stabilità della quale beneficiavano anche loro. Una volta compreso che il ritiro era irreversibile, si mossero però con straordinaria rapidità. La Cina non agisce quasi mai d’impulso, ma interviene solo quando individua uno spazio d’azione concreto e rilevante. Pechino aveva già iniziato a investire nelle risorse energetiche e nelle infrastrutture dell’area. L’Afghanistan è diventato funzionale alla sua proiezione economica e strategica, anche lungo le direttrici che permettono di ridurre la dipendenza cinese dalle rotte marittime e dallo stretto di Malacca. E di lì a poco riuscì a trasformare la sconfitta occidentale in una propria vittoria strategica.
–Perché la Cina riesce a entrare dove l’Occidente fallisce?
Perché non condiziona i rapporti economici alla trasformazione politica dei Paesi nei quali opera. I cinesi sono apprezzati in molte aree del mondo perché non ingeriscono negli affari interni dei governi con cui collaborano. Questa formula può sembrare apparentemente rispettosa, ma significa anche che Pechino non si interessa della natura del regime, dei diritti delle donne o delle libertà individuali, purché i propri interessi vengano tutelati. Noi europei abbiamo commesso molti errori, ma senza dover necessariamente invadere un Paese siamo riusciti a diffondere pratiche, istituzioni e modelli che hanno prodotto elementi di progresso in vaste parti dell’Asia e dell’Africa. Con la ritirata afghana invece abbiamo perduto la fiducia di una parte del mondo e, in prospettiva, persino il suo interesse ad avere rapporti con noi.
-Lei fu ambasciatore in Pakistan dal 2015 al 2020. L’Occidente ha sottovalutato anche Islamabad?
Enormemente. Si sostiene che il Pakistan sia diventato importante negli ultimi anni. Non è vero: è sempre stato un Paese decisivo nell’Asia meridionale e nel mondo islamico. Siamo noi europei -con la notevole eccezione degli inglesi – a non esserci accorti del suo peso e delle opportunità che offriva. L’Europa è rimasta comprensibilmente affascinata dall’India e spesso ha finito per osservare il Pakistan attraverso la lente della rappresentazione indiana. Tra i due Paesi esiste, del resto, una guerra mediatica e informatica permanente, oltre che periodici scontri militari seri. Il Pakistan, però, possiede l’arma nucleare, un esercito di altissimo livello e un’importante base industriale militare. È un paese abituato al conflitto perché vive inoltre in uno dei vicinati più difficili del pianeta, in quanto confina con India, Afghanistan, Iran e Cina, ma al contrario di altri Paesi sa capire l’importanza di quella collocazione geopolitica. E ciò non è poco… Quindi sottovalutarne la proiezione e le capacità è un atto di grande miopia. E del resto sta svolgendo un ruolo di primo piano anche nella crisi iraniana.
–Qual è il tratto permanente del Pakistan?
Come tutti i Paesi seri, possiede interessi permanenti. La sua politica cambia meno di quanto possa apparire perché è determinata dalla geografia, dalla sicurezza e dal rapporto con l’India. Tra il Pakistan che conobbi a quattordici anni e quello nel quale sono tornato da ambasciatore ritrovo soprattutto la concretezza e la serietà delle persone e una consapevolezza molto forte del ruolo del Paese. E naturalmente la piccantezza del cibo, che non è cambiata.
–Islamabad acquisisce rilevanza inoltre con l’accordo de la Mecca. Il Pakistan potrebbe diventare il centro militare di un nuovo asse islamico?
È già un attore centrale. Bisogna partire da un fatto generale: il mondo islamico è stanco di dipendere dall’Occidente, e in particolare dagli Stati Uniti, per la propria sicurezza. Dall’Afghanistan alle crisi più recenti, molti Paesi hanno concluso che Washington non possiede più la pazienza strategica necessaria a sostenere impegni gravosi nel lungo periodo. Un generale pakistano una volta me lo disse in maniera brutale con una battuta: «Gli americani prima o poi abbandonano sempre i propri alleati; i cinesi e i russi, per i propri alleati, muoiono». Certamente è una semplificazione, ma descrive una percezione molto diffusa. Se un Paese, infatti, non vuole dipendere da Cina o Russia e dispone delle risorse per costruire una propria autonomia, prova inevitabilmente a farlo. E il mondo islamico, dalla Turchia all’Indonesia, lo sta facendo.
–Crede sia davvero abbastanza unito da costruire una struttura comune?
È molto più unito di quanto pensiamo. Naturalmente esistono divisioni, rivalità e interessi divergenti. Ma sta emergendo la volontà di costruire una capacità di sicurezza più autonoma. Un primo tentativo era stato avviato nel 2015-2016, quando l’Arabia Saudita promosse una coalizione molto ampia affidandone la guida all’ex capo di Stato maggiore pakistano Raheel Sharif. Il problema era proprio l’eccessiva estensione: mettere d’accordo decine di Paesi risultava quasi impossibile. La configurazione più recente parte invece da un nucleo ristretto e credibile: l’Arabia Saudita mette a disposizione la potenza finanziaria, la Turchia l’industria e un esercito anch’esso di grande capacità, il Pakistan un apparato militare eccellente e la deterrenza nucleare. Intorno a questo nucleo possono aggregarsi Paesi in grado di fornire contributi reali. È più che un’alleanza spettacolare; credo che questi Paesi cerchino di creare una struttura nella quale ciascun partecipante apporti capacità concrete. Non a caso Egitto, Qatar, Indonesia, Emirati e altri Paesi che hanno chiesto di partecipare a questa iniziativa stanno sviluppando specializzazioni industriali e militari differenti. E questo è significativo. Allo stesso tempo è possibile intravedere una distribuzione di compiti anche per i paesi che già ne fanno parte. La cooperazione tra questi paesi potrebbe creare più spazi di sinergia per un blocco musulmano.
–È il progetto che manca all’Europa?
Per certi aspetti sì. L’intelligenza di quella costruzione consiste nell’aver riunito tre Paesi complementari nelle categorie decisive: finanza, industria e forza militare. Si crea così un nucleo credibile e soltanto dopo lo si allarga. L’Europa spesso procede nel modo inverso: costruisce prima l’architettura istituzionale, poi cerca di capire quali capacità reali debbano sostenerla.
–Il futuro delle relazioni internazionali sarà dominato dalla regionalizzazione e dall’ascesa delle medie potenze?
È una prospettiva che considero con attenzione, ma non sono sicuro che riesca a descrivere interamente ciò che sta accadendo. Anche analisti e diplomatici di grande valore tendono a sottovalutare la componente economica delle relazioni internazionali. Quando un capo di Stato prende una decisione, raramente lo fa in astratto. Dietro la scelta esiste quasi sempre un interesse economico forte. Ciò che vediamo oggi è soprattutto una competizione tra Stati Uniti e Cina per la superiorità tecnologica ed economica. Non siamo ancora davanti a una guerra aperta, ma certamente a una corsa per il predominio. In questo quadro non so quanto spazio esista davvero per un terzo o quarto polo autonomo, né quanto le potenze regionali possano limitarsi a vivere nelle pieghe della competizione sino-americana.
–Quale sarà il fattore decisivo di questa competizione?
La tecnologia, e in particolare l’intelligenza artificiale. L’ho vista al lavoro nella mia precedente esperienza aziendale e la vedo attualmente con Avio Solution, e posso dire che modifica radicalmente il modo di lavorare, organizzare e decidere. I modelli americani e quelli cinesi hanno caratteristiche profondamente differenti. Molti sistemi statunitensi sono chiusi; quelli cinesi tendono a essere più aperti, meno costosi e più flessibili. Questa differenza avrà conseguenze cruciali perché determinerà quali tecnologie verranno adottate dai Paesi che non possiedono sistemi propri. Poi ci sono le materie prime critiche. Nel settore dei beni di consumo si può spesso sostituire un materiale con un altro. Nelle tecnologie avanzate questo margine non sempre esiste. O possiedi determinate materie prime oppure non puoi produrre semiconduttori, sensori e numerosi sistemi essenziali. Pertanto, tecnologia, materie prime e innovazioni sono fattori che stanno convergendo in un’unica competizione. La Cina sta diventando il più grande mercato mondiale, mentre gli Stati Uniti rischiano di perdere terreno. Senza comprendere questi fattori economici non si comprendono più nemmeno le relazioni internazionali. Per questo vedi spazi limitati per le altre potenze in questa competizione.
–Dopo una vita nella diplomazia è diventato presidente di Leonardo. Come ha vissuto il passaggio dal pubblico al privato?
Si tratta di un passaggio che ho vissuto con naturalezza perché i ruoli dei vertici dello Stato e del mondo aziendale sono molto simili tra loro: entrambi si occupano di gestire la complessità. Leonardo, inoltre, è una società quotata e opera secondo logiche industriali, ma resta un asset strategico degli italiani. Ho considerato pertanto quella presidenza certamente come una prosecuzione del servizio al Paese. La carriera diplomatica mi aveva dato poi una proiezione internazionale che Leonardo già possedeva e che ho cercato di rendere più strutturata. Sono inoltre laureato in Economia, avevo seguito per tutta la carriera i rapporti economici tra l’Italia e i Paesi nei quali lavoravo e avevo trascorso tre anni al Ministero della Difesa. Il mio percorso professionale mi aveva quindi preparato in maniera abbastanza precisa a quell’incarico.
–I contatti diplomatici la hanno aiutata in questo ruolo?
Certamente, avendoli impiegati in maniera corretta e mirata. Le relazioni personali mi hanno permesso di contribuire all’apertura di nuovi mercati per Leonardo. Nei settori strategici non esiste una separazione netta tra politica, diplomazia e industria. La fiducia tra Stati, la conoscenza dei decisori e la comprensione degli interessi nazionali sono elementi essenziali. Un diplomatico conosce bene questa dimensione.
–Il mondo industriale le ha rivelato qualcosa che la diplomazia non le aveva mostrato?
Onestamente, no. Quando un diplomatico arriva in un Paese deve studiarlo profondamente. Se svolge bene il proprio mestiere, non dovrebbe scoprire soltanto dopo l’esistenza degli interessi economici e industriali. Sono stato in Azerbaigian, Cambogia, Vietnam, Costa d’Avorio e in molti altri Paesi. Non mi è capitato di tornare pensando che la realtà fosse completamente diversa da quella che avevo previsto. Se si studia e ci si prepara seriamente si evitano brutte sorprese. Naturalmente bisogna essere pronti a imparare ogni giorno. Non si deve mai credere che ciò che si sa coincida definitivamente con ciò che accade. Trump, per esempio, ha fatto saltare molti schemi, anche se le condizioni profonde della crisi dell’ordine internazionale esistevano già.
–Lei è stato consigliere diplomatico di tre ministri della difesa. In che modo il potere politico cambia quando lo si osserva da Palazzo Baracchini?
Il Ministero della Difesa è uno dei luoghi nei quali si comprende meglio il peso concreto delle decisioni politiche. Ebbi la fortuna di lavorare come consigliere diplomatico con tre ministri straordinari, molto diversi tra loro: un militare e due politici, uno indipendente, uno proveniente dalla destra e l’altro dalla sinistra. Sono ancora in contatto con loro e continuo a rispettarli profondamente. Quello della Difesa è un incarico difficilissimo. C’è una diceria europea: se vuoi danneggiare un politico francese lo nomini primo ministro, se vuoi danneggiare un tedesco fallo ministro della difesa. Per l’Italia vale quest’ultima regola purtroppo. In Italia esistono una componente cattolica e una componente di sinistra che, per motivazioni differenti e rispettabili, ma non condivisibili, guardano con ostilità all’uso della forza, alla dimensione militare e alle spese per la difesa. Governare questa sensibilità, mantenendo contemporaneamente credibili gli impegni internazionali del Paese, è estremamente complesso.
–L’Italia sottovaluta le proprie Forze armate?
Sì. Bastano pochi mesi alla Difesa per rendersi conto del prestigio del quale godono all’estero. Riceviamo continuamente richieste di addestramento, esercitazioni comuni, partecipazione alle operazioni di pace e cooperazione sui sistemi militari. Degli aspetti che in patria non vengono per nulla enfatizzato o valorizzati. Anzi. Per un periodo l’Italia ha saputo utilizzare bene le Forze armate come strumento diplomatico. I militari italiani hanno operato nei teatri più difficili e spesso hanno pagato un prezzo molto alto. La capacità di dialogare con le popolazioni e di mantenere un equilibrio tra fermezza e comprensione ci ha procurato una credibilità internazionale che il Paese non sempre ha saputo valorizzare. Oltre alla preparazione specifica, che è altissima.
–Cosa le è rimasto di tutte le esperienze della sua carriera?
Le occasioni perdute dall’Italia. In quasi tutti i Paesi nei quali ho lavorato ho incontrato una domanda d’Italia superiore alla nostra capacità di risposta. Esisterebbe uno spazio enorme per noi: economico, culturale, diplomatico e industriale. Ma non riusciamo a occuparlo. Abbiamo istituzioni deboli, priorità spesso sbagliate e una pubblica amministrazione che non risponde con la velocità necessaria. Le imprese provano a muoversi, ma non possono farlo sempre da sole, soprattutto nei mercati nei quali la presenza dello Stato è determinante.
–Anche l’Africa è un’occasione perduta?
Rischia di diventarlo. Ho lavorato come vicedirettore per l’Africa subsahariana e come capo dell’ufficio finanziario della Cooperazione allo sviluppo. In seguito ho contribuito anche ad alcuni aggiustamenti concettuali del Piano Mattei e, durante la presidenza di Leonardo, la società ha sviluppato alcuni progetti seri all’interno di quel quadro. Le prospettive africane sono preoccupanti. Il continente cresce mediamente del due o tre per cento, ma ha un’età media intorno ai diciannove o vent’anni. Nei prossimi anni circa trecento milioni di giovani entreranno nel mercato del lavoro. Anche secondo le stime più ottimistiche, le economie africane potranno assorbirne soltanto centoventi milioni. Restano quindi centottanta milioni, forse duecento milioni di giovani privi di un’occupazione adeguata. Dove andranno? Che cosa faranno? È una questione destinata ad avere conseguenze sociali, politiche e migratorie enormi. E non vedo una riflessione adeguata per affrontare questo problema.
–Continuiamo a rappresentare l’Africa come un continente arretrato. È vero?
È un errore. L’Africa è iperconnessa. I giovani utilizzano reti veloci, smartphone e piattaforme sociali. Sullo stesso telefono viaggiano TikTok, la propaganda cinese, le campagne russe, le aspirazioni occidentali e il risentimento contro le vecchie potenze coloniali. Non stiamo osservando un continente immobile, ma una società giovanissima, tecnologicamente connessa e sottoposta a una competizione geopolitica continua. Se non costruiamo una presenza credibile, rischiamo di perdere l’Africa non soltanto sul piano economico, ma anche su quello culturale e politico.
–Dopo l’Afghanistan e l’Africa, la prossima occasione perduta potrebbe essere l’Europa?
Il quadro europeo è ancora ingarbugliato. Tuttavia bisogna riconoscere che negli ultimi mesi l’Europa ha fatto più di quanto avesse fatto nei decenni precedenti. È emersa una consapevolezza nuova sulla necessità di assumersi maggiori responsabilità per la propria sicurezza. La consapevolezza, però, non basta. Deve trasformarsi in capacità militari, programmi industriali, coordinamento politico e decisioni operative.
–Molti dicono che serve un esercito europeo…
No. Non credo che un esercito europeo unitario sia necessario e, probabilmente, neppure realistico. Servono meccanismi di cooperazione tra gli eserciti nazionali modellati su quelli della NATO, sostituendo gli americani dove sarà necessario, sia in alcune posizioni di comando sia nelle capacità strategiche delle quali oggi l’Europa è priva. Non dobbiamo inventare un’uniforme europea, ma dobbiamo costruire una struttura che permetta agli eserciti nazionali di operare insieme in modo efficace.
–E invece serve almeno sola industria europea della difesa?
Nemmeno questo è indispensabile. Un consolidamento generale sarebbe oggi difficilissimo: ci sono troppa sovranità tecnologica, troppi investimenti pubblici e troppi interessi nazionali in ballo. È probabilmente ancora presto. Si possono però costruire collaborazioni per singoli progetti. È il modello seguito da Leonardo e Rheinmetall per sviluppare congiuntamente sistemi terrestri destinati anche alle esigenze della Difesa italiana. Si concorda una divisione equilibrata del lavoro, il cosiddetto work share, mantenendo separati gli asset industriali. Non è necessario fondere le aziende per lavorare insieme. Lo spazio potrebbe rappresentare un’eccezione, perché lì la frammentazione europea è particolarmente penalizzante e potrebbe essere necessario un consolidamento più forte.
–Che cosa impedisce all’Europa di costruire una vera autonomia militare?
Il problema non è principalmente finanziario. Il denaro oggi esiste. Dico “purtroppo” perché sarebbe preferibile poterlo destinare alla spesa sociale, ma l’attuale situazione di sicurezza non lo consente. Gli ostacoli sono soprattutto politici e industriali. La Francia è storicamente disponibile a collaborare soltanto quando può guidare la collaborazione secondo le proprie condizioni. La Germania, invece, rischia di sentirsi abbastanza ricca da credere di poter fare tutto da sola, sebbene non disponga della base tecnologica né dei mercati di sbocco necessari. Poi ci sono gli Stati Uniti. Circa il settanta per cento dei sistemi acquistati oggi dagli europei proviene dall’industria americana. Washington non guarda con entusiasmo alla possibilità di perdere un mercato di queste dimensioni. Infine esistono le contraddizioni interne dell’Unione. Le norme pensate per tutelare il mercato e i consumatori vengono applicate a un settore nel quale si vorrebbe invece costruire grandi campioni industriali capaci di competere con americani e cinesi. Il risultato è una frammentazione che indebolisce tutti.
–È ottimista?
Non bisogna essere ottimisti per principio. Mi considero un ottimista ma credo che bisogna guardare sempre ai fatti. L’Europa ha iniziato a muoversi e questo è incoraggiante. La minaccia russa e l’aumento degli investimenti garantiranno per alcuni anni una domanda industriale significativa. Bisognerà capire se questa fase produrrà capacità durature oppure soltanto maggiore spesa.
–Torniamo a lei. Qual è il primo libro che l’ha cambiata?
Cent’anni di solitudine. È stato il grande amore letterario della mia giovinezza. Poi sono venuti Gente di Dublino, Il Maestro e Margherita e tanti altri. Sono libri straordinari, mondi nei quali la letteratura riesce a modificare la percezione della realtà. La saggistica, invece, mi ha offerto gli strumenti per ordinare i fenomeni. Ho sempre letto moltissima saggistica. Negli ultimi anni mi sono concentrato soprattutto sull’intelligenza artificiale.
–Il libro più importante tra quelli letti sull’argomento?
L’onda che verrà di Mustafa Suleyman. Credo sia il testo più valido tra la ventina che ho letto sull’intelligenza artificiale. Comprende contemporaneamente la potenza della trasformazione tecnologica e la difficoltà di contenerene gli effetti. Non cede né all’entusiasmo ingenuo né al catastrofismo sterile.
–Nei giorni di Kabul aveva un pensiero fisso, un fantasma?
Le facce dei bambini. Può sembrare una risposta sentimentale, ma è la verità. Nel corso della mia carriera ho frequentato periodicamente zone di guerra: i Balcani, la Somalia, la Costa d’Avorio, l’Afghanistan, il Libano e altri luoghi attraversati dalla violenza. Se possiedo un fantasma, è la consapevolezza del prezzo che i bambini pagano in ogni conflitto. Non decidono la guerra, non comprendono le strategie, non hanno responsabilità politiche, ma ne subiscono le conseguenze più profonde. Lo stesso vale per i bambini di Gaza e dell’Ucraina. Cambiano i Paesi e le giustificazioni, ma il terrore nei loro occhi resta identico e indimenticabile. A Kabul quelle facce mi fecero rivivere esperienze dolorose che avevo già attraversato altrove. I fantasmi delle guerre della Jugoslavia, dell’Africa. Immagini che spero di non rivedere mai.
–Dopo tanti fallimenti sistemici, che cosa ha imparato sulla storia?
Che non procede in linea retta e non garantisce nulla. Le conquiste considerate irreversibili possono essere cancellate. Le istituzioni possono crollare, le alleanze dissolversi, le libertà scomparire in pochissimo tempo. Ho imparato anche che la geografia resta più stabile delle ideologie. I regimi cambiano, ma gli interessi permanenti degli Stati sopravvivono. Per questo la politica estera deve essere pragmatica, paziente e capace di distinguere le narrazioni dalla realtà sottostante.