Per riflettere sui recenti avvenimenti che hanno coinvolto Dialog, il circolo privato fondato nel 2006 da Peter Thiel e dall’imprenditore Auren Hoffman, vale la pena riprendere alcune intuizioni di uno dei filosofi italiani del secondo Novecento oggi più dimenticati, Mario Perniola. Egli aveva colto con sorprendente anticipo il nucleo delle trasformazioni decisive introdotte dal mondo dei mass media. Da un lato, descriveva il progressivo slittamento dell’azione verso la comunicazione: sempre più spesso non sono i fatti in sé a produrre effetti, ma il modo in cui vengono comunicati. Dall’altro, osservava come il controverso, l’eccessivo, il modus che eccede l’ordinario eserciti una forza centripeta capace di attrarre irresistibilmente l’attenzione collettiva, nella misura in cui oscilla tra le due polarità del trauma e del miracolo. Non è un caso che, nel mare magnum informazionale in cui a fatica proviamo a tenerci a galla, siano proprio le “interferenze epistemiche”, escrescenze comunicative che risalgono al contrario la corrente inarrestabile dei bit, a imporsi come punti di condensazione dello sguardo pubblico.
È proprio attraverso questa lente che si può leggere la vicenda riguardante l’esclusivo club che ogni anno riunisce, rigorosamente su invito, alcune delle figure più influenti della tecnologia, della finanza e della politica per discutere, lontano dagli occhi del pubblico, delle traiettorie del prossimo futuro. Nel giugno di quest’anno i file interni dell’organizzazione sono stati resi pubblici dall’hacktivista svizzera Maia Arson Crimew – non grazie a un’intrusione eroica, ma a un banale errore di configurazione del sito, che ha esposto a chiunque ne ispezionasse il codice sorgente ciò che avrebbe dovuto restare riservato. È bastato questo perché l’episodio si imponesse rapidamente al centro della discussione mediatico-digitale, confermando quanto il modo in cui un evento irrompe nello spazio pubblico condizioni ormai la sua stessa rilevanza.
È una coincidenza fin troppo sintomatica per essere liquidata come tale che, proprio nello stesso periodo, sia arrivato nelle sale Disclosure Day, l’ultima fatica di Steven Spielberg: un film formalmente impeccabile ed elegante ma incapace, a giudizio di chi scrive, di immaginare qualcosa che ecceda davvero il repertorio consolidato della fantascienza contemporanea. Nuove tecnologie, informazioni secretate, mondi alieni: tutti temi sensibilmente allineati all’humus culturale del presente. Eppure, proprio laddove la fantascienza dovrebbe osare, squarciare il velo di Maya e mobilitare l’immaginazione oltre il futuro prossimo ormai codificato, il film sceglie la strada più prudente.
Il suo nucleo narrativo riguarda il rischio politico connesso alla divulgazione di materiali governativi riservati. Tuttavia, ciò che dovrebbe apparire destabilizzante si traduce infine nella riproduzione plastica di un immaginario ormai perfettamente sedimentato: esperimenti sugli alieni, apparati segreti, teorie del complotto. Perfino l’estetica di questo microcosmo sembra provenire direttamente dalla cantina cinematografica di Spielberg: gli extraterrestri restano le consuete creature verdognole dagli occhi neri e dal volto allungato, come se Arrival (2016) di Denis Villeneuve, pescando da episodi recenti, non avesse già mostrato la possibilità (e forse anche la necessità) di trasfigurare quell’iconografia. Curiosamente, la domanda che il film pone en passant – chi decide se e quando un segreto debba essere rivelato, e a quale prezzo – è la stessa che il caso Dialog impone alla realtà, senza bisogno di alieni né di evocare scenari apocalittici.
Su Forbes lo si è già ribattezzato l’equivalente tecnologico del gruppo Bilderberg: un’entità riservata, accessibile soltanto su invito, che riunisce alcune tra le figure più influenti della politica, della finanza e soprattutto del settore tech, classificate secondo un punteggio – dalla A, per chi soddisfa appena i requisiti d’ingresso, alla C, riservata ai “pesci più grossi” – calcolato da un software che ha l’obiettivo di predire il peso specifico di ognuno. Tra i nomi affiorati dai file compaiono Elon Musk, Jared Kushner, genero di Donald Trump, ed Eric Schmidt, ex amministratore delegato di Google. Il prossimo raduno si terrà ad agosto, alla Powerscourt Estate nei pressi di Dublino, e già i titoli delle conferenze in programma – “Prepararsi alla terza guerra mondiale”, “Com’è la tua vita sessuale”, “Come si costruisce un culto” – spiegano perché la vicenda abbia rapidamente superato la nicchia tech per attirare anche l’attenzione dei profani, sospesi tra timore e fascinazione per le trame del sottobosco tecno-finanziario globale.
Al di là dei contenuti emersi dai file, la vicenda ha intercettato una dinamica più generale del nostro rapporto con la conoscenza. Ciò che si sottrae allo sguardo esercita quasi sempre una particolare forza di attrazione: l’esoterico, il riservato, il non immediatamente accessibile producono un desiderio di comprensione che precede spesso ciò che effettivamente custodiscono.
È anche per questo che Dialog continua ad alimentare fascinazione. Ciò che Eraclito osservava della natura – che ci affascina perché “ama celarsi” – sembra valere anche per realtà culturali di questo tipo. Quanto più un dispositivo rimane opaco, tanto più cresce la curiosità di penetrarne i meccanismi. Il caso Dialog sfrutta pienamente questa dinamica: prima ancora di conoscere ciò che vi si discute, è la sua aura di inaccessibilità a renderlo un oggetto di interesse.
Più che un doppione del Bilderberg – nato per promuovere l’atlantismo e successivamente orientatosi verso questioni economico-finanziarie – Dialog somiglia piuttosto a quello che potremmo definire come un tecno-simposio. Non tanto per l’app di dating interna che assegna i membri gli uni agli altri escludendo automaticamente coniugi e colleghi – dettaglio curioso, ma marginale – quanto per l’assetto discorsivo su cui l’intero evento si regge. Come nel Simposio di Platone i convitati prendono la parola a turno per sviluppare, ciascuno secondo la propria prospettiva, un discorso intorno a un tema comune (l’elogio dell’Eros), così i partecipanti di Dialog si alternano sul palco per intervenire sugli argomenti del palinsesto. Vale però la pena soffermarsi su una differenza decisiva, prima ancora che giudicarla. Il Simposio è un testo scritto per essere letto da chiunque, affidato alla scrittura perché potesse attraversare il tempo e raggiungere i posteri. Dialog, al contrario, nasce per restare inaccessibile, destinato a una ristretta cerchia di interlocutori, ed è diventato pubblico soltanto per un incidente informatico, non per una scelta di trasparenza, fermo restando che anche i contenuti delle conferenze rimarranno de jure private.
Il discorso, tuttavia, non rimane confinato nella teoria, giacché a dibattere su questi temi sono persone che possiedono i mezzi concreti per materializzarne alcuni aspetti. Il titolo della conferenza dedicata alla preparazione della terza guerra mondiale richiama immediatamente una delle creature più rappresentative della cosmologia di Thiel: Palantir, società cofondata nel 2003, che oggi sviluppa piattaforme software e sistemi di intelligenza artificiale impiegati dalle agenzie di difesa e di intelligence degli Stati Uniti e di numerosi paesi alleati. Non siamo quindi semplicemente davanti a una riflessione astratta sul conflitto, sicché vi sono coinvolti i soggetti che contribuiscono a costruirne l’infrastruttura tecnologica. Letto in questa prospettiva, il titolo della conferenza perde il tono dell’esercizio accademico e assume quello, ben più significativo, di un confronto tra persone direttamente coinvolte nella definizione degli equilibri geopolitici.

È qui che la definizione di Dialog come tecno-simposio smette di essere una metafora elegante e diventa una chiave interpretativa. Se Dialog riproduce, variandolo, il dispositivo del Simposio platonico, non è soltanto per la sua struttura dialogica, ma perché a ruotarvi attorno è una figura che sta emergendo con sempre maggiore evidenza: quella del filosofo-imprenditore. Già nel 1997, nel suo Computation and Human Experience, Philip Agre sosteneva che la tecnologia di allora fosse “filosofia occulta” e che il punto era di renderla apertamente filosofica, evidenziando come dietro imprese impegnate in questo settore giaccia una determinata idea di mondo. Non solo, però, la stagione dei filosofi sembra assistere a una capillare rivitalizzazione, anche per la crescente richiesta di questo tipo di formazione da parte di imprese AI-oriented (tema ancora fumoso e da valutare), ma soprattutto perché alcune delle figure chiave del settore possiedono esse stesse tale retroterra teorico, il quale non costituisce un semplice accidente biografico, bensì uno degli strumenti attraverso cui orientano la triade formata da imprenditoria, finanza e tecnologia. Al lettore italiano verrà spontaneo pensare ad Adriano Olivetti – paragone tutt’altro che improprio – ma occorre precisare che oggi la partita si gioca su una scala profondamente più vasta.
Alex Karp, amministratore delegato di Palantir e cofondatore insieme a Thiel, rappresenta probabilmente il caso più compiuto di questa figura, e dell’influenza che può esercitare. Non si limita a esibire una “filosofia aziendale”, formula spesso ridotta a slogan identitario: egli ne innesta una pratica attraverso l’assetto stesso dell’impresa, portando con sé non solo una visione dell’organizzazione, ma una vera e propria Weltanschauung. Karp ha conseguito un dottorato in teoria sociale alla Goethe-Universität di Francoforte, formandosi nell’orbita di Jürgen Habermas, e nel suo libro The Technological Republic (2025), scritto insieme a Nicholas Zamiska, sostiene che l’industria tecnologica americana abbia commesso un errore storico disinteressandosi della sicurezza nazionale, delegandola alle burocrazie pubbliche mentre gli imprenditori si concentravano sull’intrattenimento e sul consumo.
Sono questioni che non riguardano soltanto il mercato, ma la geopolitica. E, a differenza del filosofo accademico, Karp possiede realmente il potere di orchestrare e orientare gli sviluppi della società contemporanea. Benché la sua genealogia intellettuale lo colloca, curiosamente, agli antipodi di quella di Thiel, debitore piuttosto di Carl Schmitt e del decisionismo, tale aspetto è istruttivo perché mostra come la categoria del filosofo-imprenditore non sia un’etichetta di comodo né una categoria monolitica, bensì un fenomeno in divenire e internamente eterogeneo, capace di coniugare visioni pluralistiche all’interno dello stesso ecosistema imprenditoriale. Questa nuova figura ibrida, sospesa tra teoria e mercato, dialettica e infrastrutture digitali, sta già producendo un certo spaesamento: da un lato mette in difficoltà chi continua a pensare la filosofia come un sapere confinato all’università o agli specialisti; dall’altro destabilizza una certa visione dell’imprenditore contemporaneo, poco incline a comprendere che dietro la formazione di Peter Thiel si trovino più facilmente René Girard e Carl Schmitt che i manuali motivazionali per aspiranti miliardari.
Altro perno dell’imminente incontro in Irlanda è rappresentato dalla conferenza dedicata a come si costruisce un culto. Anche in questo caso la scelta del relatore non è priva di significato: a intervenire sarà il fondatore del sito/app Pray, una delle più importanti piattaforme digitali dedicata alla pratica religiosa. Se da un lato il filosofo Peter Sloterdijk, in Devi cambiare la tua vita (2009), osservava che il metodo più efficace per rivelare le logiche interne di una religione consiste nell’inventarne una, dall’altro mostrava come proprio questo esperimento metta in luce la straordinaria potenza delle forme simboliche e rituali. Thiel, cattolico dichiarato nonostante le molte contraddizioni che attraversano il suo pensiero, sembra ben consapevole che la matrice religiosa continui a esercitare una forza tutt’altro che residuale nelle dinamiche culturali e sociologiche contemporanee, e che la capacità di costruire un culto possa ancora modificare concretamente gli equilibri del presente.
Ma è un altro tratto della creazione di Thiel a meritare attenzione, ed è forse il più significativo. Da tempo – almeno da quando ha dichiarato il proprio debito nei confronti di Leo Strauss e della sua interpretazione della scrittura esoterica – Thiel sostiene la necessità di preservare spazi di confronto radicalmente liberi, nei quali sia possibile esprimere idee senza il timore di ripercussioni pubbliche, anche quando risultino irricevibili per la doxa, per l’opinione comune. È anche questa la ragione per cui le conferenze di Dialog si svolgono a porte chiuse. Ai suoi occhi, l’esposizione pubblica rischia oggi di essere compromessa da un conformismo paralizzante; lo stesso conformismo che avrebbe reso la scienza sempre meno capace di produrre autentici cambi di paradigma nel senso kuhniano del termine. La conoscenza, secondo Thiel, può avanzare soltanto se sottratta, almeno temporaneamente, alle pressioni del consenso sociale.
È una convinzione che trova eco, sul fronte dell’intelligenza artificiale, in una parte della galassia riconducibile alla cosiddetta “tecnodestra”. Uno dei teorici più radicali che vi orbitano attorno, Nick Land, rivendica infatti sistemi progettati per restare concretamente a piede libero, trainati da un’accelerata corsa tecnologica priva di limitazioni e, almeno in linea di principio, di una direzione prestabilita. Pur muovendo da coordinate filosofiche differenti, tanto Thiel quanto Land condividono la convinzione che il progresso tecnologico venga ostacolato più dal controllo politico e culturale che dai suoi limiti intrinseci.
Ci ritroviamo così ricondotti alle tele semantiche intrecciate da Disclosure Day e alla domanda che il film si limita appena a sfiorare: a chi appartiene la conoscenza? Va trattata come un farmaco da laboratorio – verificata, dosata e rilasciata secondo un calcolo di rischio e beneficio – oppure va iniettata nel corpo sociale senza limitazioni, libera di avanzare anche quando inquieta, spaventa o scontenta larghe fette della popolazione?
Dialog rende questa domanda meno astratta di quanto sembri. Non perché fornisca una risposta definitiva, ma perché mostra come essa venga già affrontata, lontano dallo spazio pubblico, da alcuni tra gli attori che dispongono delle infrastrutture tecnologiche, economiche e politiche necessarie a trasformare determinate idee in realtà operative. È forse questo il dato più interessante emerso dal leak: non tanto aver rivelato l’esistenza di un’élite – circostanza che difficilmente sorprenderebbe qualcuno – quanto aver reso visibile il luogo in cui determinate visioni del mondo vengono elaborate, discusse e progressivamente tradotte in dispositivi tecnico-culturali.
Thiel e Land offrono una risposta netta, che coincide, non a caso, con l’interesse di chi già controlla le infrastrutture necessarie a gestire le conseguenze di quella libertà. Ma la domanda rimane aperta anche per chi non ne condivide le conclusioni. Una conoscenza sempre e comunque libera è un bene in sé, oppure lo è soltanto a condizione che qualcuno – chi, con quale legittimità – sia ancora in grado di contenerne gli effetti quando le sue ricadute si rivelano distruttive?
Nessuna delle due risposte oggi disponibili appare davvero rassicurante. Ed è forse proprio in questa tensione, più che nel gusto un po’ torbido per il complotto o nella fascinazione esercitata dalle società segrete, che si misura ciò che l’affaire Dialog ha realmente reso visibile. Non semplicemente un archivio di documenti riservati, ma una trasformazione più profonda: l’emergere di uno spazio in cui filosofia, tecnologia, finanza e potere smettono di essere ambiti separati e tornano a convergere nella costruzione di un medesimo orizzonte politico e culturale. Se il leak ha avuto un valore epistemico, allora, non risiede soltanto nei contenuti che ha divulgato, ma nell’aver illuminato, sia pure per un istante, il laboratorio in cui quei contenuti prendono forma prima ancora di diventare decisioni, realtà e futuro.