Intervista

Simone Berni (Il cacciatore di libri): «Il vero oggetto di culto non è il libro: è il bisogno di chiamarlo raro»

«La nicchia della ricerca di libri introvabili è fatta di gente che si crede in possesso di un segreto, ma che spesso si trova in mano solo una serie di illusioni auto-indotte: il libro come oggetto-feticcio, la rarità come valore assoluto, l’appartenenza come pedigree. Nei miei libri, specialmente nell’ultimo (Avventure di un cacciatore di libri - Luni, 2025), contesto proprio questo: il mito del libro raro, costruito da un mercato che si autoalimenta»
Simone Berni (Il cacciatore di libri): «Il vero oggetto di culto non è il libro: è il bisogno di chiamarlo raro»
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

C’è qualcosa di anacronistico, e proprio per questo affascinante, nell’idea che ci sia qualcuno, là fuori, che dedichi gran parte del proprio a tempo a rovistare tra mercatini, a setacciare biblioteche mitteleuropee, a esplorare archivi dimenticati. Al tempo della totale accessibilità di qualsiasi testo, la figura del cacciatore di libri rari sembrerebbe destinata all’estinzione, reliquia di un mondo pre-digitale. La realtà, come spesso accade, è più interessante di così. Perché se Internet ha reso tutto facilmente reperibile, ha anche appiattito il paesaggio, privando il libro della propria tridimensionalità. È in questo paradosso che si muove da oltre vent’anni Simone Berni, bibliofilo, saggista e autore, fra gli altri, di Avventure di un cacciatore di libri (Luni Editrice, 2025), che della ricerca ha fatto non una professione ma una vocazione, nel senso più profondo del termine. Lo abbiamo intervistato per capire cosa si nasconda dietro un’edizione pirata di Benedetta Parodi, oltre che per chiedergli cosa si provi a trovare un Dracula ungherese del 1898.

-La tua passione per la caccia ai libri rari nasce, correggimi se sbaglio, nel 2001, ispirato dall’esempio del newyorchese Michael Sober. Cosa ti colpì al punto da trasformare cioè che faceva nella tua vocazione personale?

Michael Sober mi colpì per un dettaglio che i bibliofili snob odiano ammettere: lui non era un angelico custode del libro, ma un mercante di emozioni. Vedeva nella ricerca una forma di arbitraggio: comprava dove il libro era “solo carta”, rivendeva dove diventava “oggetto di culto”. Questo, da allora, mi ha reso quasi indifferente alle edizioni numerate, alle carte speciali, alle plaquette con stampa d’artista: spesso sono solo paraventi di uno status che non ha nulla a che fare con il testo. Ho trasformato quella sospensione in vocazione: non colleziono oggetti, ma tracce di storie, di errori, di paranoie sociali attorno al libro. Tuttavia, devo ammettere che i dettagli mi stancano quando diventano un sistema codificato: meglio quando emergono per caso, diventando così un vantaggio formidabile.

-Come si è evoluto il mestiere del cacciatore di libri con l’avvento di internet? Il digitale ha reso più facile o più difficile trovare rarità?

Oggi chi è nato dopo l’avvento di Internet domina il digitale molto meglio di chi c’era prima: allarmi, bot, script di monitoraggio, prezzi aggiornati in tempo reale. Sul piano tecnico, viene tutto fatto in modo più efficiente. Ma alla fine il libro è sottratto a quella logica. Il valore nasce proprio dai dettagli che solo chi ha vissuto il mondo prima del web riconosce. Un’edizione pirata, una rilegatura anomala, l’etichetta di un antiquario scomparso, la dedica in un’interlinea… cose che il nativo digitale vede solo come “metadati” trascurabili. Internet ha reso più facile trovare un titolo, ma ha reso infinitamente più difficile capire cosa quel libro è veramente, e non solo cosa rende una volta messo in vendita.

-Qual è la scoperta più incredibile della tua carriera? So che nel 2014 hai trovato la prima immagine illustrata di Dracula in un’edizione ungherese del 1898, sconosciuta fino ad allora. Come ti sei imbattuto in essa e cosa ha significato per te? È quella la tua scoperta più importante o ce ne sono altre che menzioneresti?

Certo, c’è il Dracula ungherese del 1898, ma la scoperta più incredibile non è solo quella: è la capacità di vivere un’esperienza di rivelazione che poi si rivela incompleta. Ebbi tra le mie mani quell’edizione alla Biblioteca nazionale Széchényi di Budapest. Sembrava l’unico esemplare esistente, e per qualche settimana mi sono sentito come un Indiana Jones della sinistra culturale.

Poi, studiandolo con più calma, mi sono reso conto che quel libro era sì circolato (poche copie) in qualche libreria antiquaria del centro Europa, ma in esemplari mancanti della copertina originale; quindi, non era stato riconosciuto e nessuno ci aveva messo gli occhi. Per quanto riguarda Il mal di padrone di Egidio Ferrero: è stato l’altro lato della stessa medaglia. Ho raccolto copie quando questo libro era ancora considerato un “errore” della critica, sulla scia delle lodi di Pavese e Vittorini. Quell’edizione doveva diventare un piccolo patrimonio, una scommessa storica. Oggi? Il libro è ancora snobbato, le copie non valgono una fortuna, e il mercato non ha mai montato la cosiddetta “legge del mito”. È un fallimento lucido: mi ha insegnato che collezionare libri significa anche scommettere sulla memoria collettiva, e che questa memoria – se vuole – è capacissima di non seguirvi.

-Nel servizio che ti ha dedicato Tg2 Storie ho visto nella tua collezione anche libri di cucina a firma Antonella Clerici e Benedetta Parodi, non esattamente volumi che ci si aspetterebbe di trovare fra gli scaffali di un bibliofilo. Qual è dunque il criterio che usi per valutare il valore di un libro?

Le copertine che si vedono nel servizio di TG2 Storie sono un caso perfetto di auto-dissacrazione del bibliofilo. Non sono semplicemente libri di cucina di tendenza: sono edizioni pirata, illegali, reperite nei mercatini. Non esistono come “edizioni autentiche”, sono contraffazioni. Se cercate sul web quegli stessi titoli noterete che quelli dell’editore regolare hanno una copertina diversa.

Il criterio che uso è molto poco romantico: il valore non è solo nell’edizione numerata o nel prestigio della collana, ma nella storia concreta che il libro racconta. Una copia pirata di un libro di Benedetta Parodi o di Antonella Clerici vale perché documenta un fenomeno di mercato: titoli di enorme successo commerciale che hanno generato un underground di stampa clandestina. In un certo senso, sono i “libri crudi” dell’Italia contemporanea: i volumi che le famiglie comprano, leggono, perdono e poi cedono, ma che la cultura ufficiale non considera mai abbastanza nobili da meritare una ristampa “ufficiale”. Io li raccolgo come “fossili sociali”.

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

-Cosa ti ha spinto a scrivere libri divulgativi sulla bibliofilia, aprendo questa nicchia a un pubblico più vasto? Il tuo primo libro “A caccia di libri proibiti” (2005) nacque dagli articoli pubblicati sul tuo blog, spinto dalle richieste di collezionisti italiani e spagnoli che lamentavano la mancanza di saggi sull’argomento. Ti aspettavi quel successo?

A suo tempo, scrissi A caccia di libri proibiti perché il blog e gli articoli avevano già creato una piccola comunità di lettori che da tempo mi chiedevano un testo più organico, in formato-libro vero e proprio. Ma non ho mai pensato di “spiegare” la bibliofilia ai profani: volevo in realtà demolirla alle fondamenta. La nicchia della ricerca di libri introvabili è fatta di gente che si crede in possesso di un segreto, ma che spesso si trova in mano solo una serie di illusioni auto-indotte: il libro come oggetto-feticcio, la rarità come valore assoluto, l’appartenenza come pedigree.

Nei miei libri, specialmente nell’ultimo (Avventure di un cacciatore di libri – Luni, 2025), contesto proprio questo: il mito del libro raro, costruito da un mercato che si autoalimenta.

-Hai scritto di libri censurati, proibiti e “scomparsi nel nulla”. Qual è il caso di censura editoriale che ti ha colpito di più e perché certi libri vengono fatti sparire dalla storia? Esiste ancora oggi una forma di censura nel mondo dell’editoria, magari meno visibile ma altrettanto efficace?

Rispetto al 2008, anno in cui mi sono occupato del caso Imprimatur di Monaldi & Sorti, oggi la situazione è drasticamente cambiata. I libri non vengono più bruciati in piazza, non si tengono lontani dai circoli editoriali gli autori scomodi. Oggi, a metà degli anni ’20 del XXI secolo, un libro scomodo viene lasciato lentamente morire. La vera censura oggi è meno visibile e allo stesso tempo più efficace: algoritmi di ricerca che declassano certi titoli, editori che non ristampano libri “scomodi”, catene di distribuzione che non lo ordinano. La censura è diventata invisibile perché è interna al mercato: non c’è un divieto formale, ma un rifiuto silenzioso a tenerlo in vita.

Ecco perché mi interessa così tanto il filone esoterico-filosofico-massonico: molti dei libri che cerco sono stati relegati al mercato secondario, o venduti solo in edizioni provvisorie, perché non entrano in quello che il mercato oggi considera “lettura utile”. C’è una forma di censura che non necessita di divieti ufficiali: certi libri basta renderli inaccessibili, e il loro valore canonico svanisce. E il miglior modo di far sparire un libro, alla fine, è metterlo in un mercato sterminato, fatto di decine e decine di titoli simili, senza un elemento di distinzione che lo evidenzi.

-Qual è il “genere” di libri che prediligi, o che ti emoziona di più ritrovare? Sono quelli esoterici che più volte negli anni hai menzionato?

Il genere che mi emoziona di più è quello che vive tra due mondi: non è del tutto esoterico, ma ne porta il linguaggio; non è solo filosofico, ma si veste di occulto. Io cerco titoli colti di massoneria, di filosofia, di storia dei simboli, ma anche di “magia” accademica. Ad esempio: La mente cosciente di David Chalmers, America’s Secrets Establishment di Antony C. Sutton, Les Sept Têtes du Dragon Vert di Teddy Legrand, L’unità del mondo di Giuseppe Cambareri.

Questi non sono solo libri “strani”: sono testi che hanno vissuto in aree di confine, dove la conoscenza ufficiale e quella non ufficiale si incrociano. Li trovo emozionanti perché raccontano la storia di un’Italia, e di un mondo, che non ha mai deciso se considerare queste idee come follia o come un illuminante anticipo di pensiero.

-Come vedi il futuro della bibliofilia? I libri fisici rari avranno ancora valore tra vent’anni? Con gli ebook, l’intelligenza artificiale e la stampa on-demand, il concetto stesso di “libro introvabile” è destinato a cambiare?

Il vero problema è che il bibliofilo di oggi rischia di non essere più un “cercatore”, ma un “accumulatore”. La digitalizzazione può rendere qualsiasi titolo potenzialmente disponibile, ma la vera caccia resterà quella che cerca segni, tracce, copie pirata, edizioni arabe, egiziane, persiane, cubane di Il nome della rosa, prime edizioni di Sotto altro cielo di Mastriani, o ancora quelle copertine di Clerici e Parodi che non esistono “ufficialmente”, ma fanno bella mostra di sé nei mercatini e in barba a ogni legge. Io vedo la bibliofilia come l’ultima resistenza romantica a quel mondo che crede di poter archiviare tutto in maniera ordinata e definitiva.

I più letti

Gruppo MAGOG