OGGETTO: La morte dell'OPEC
DATA: 04 Maggio 2026
SEZIONE: Geopolitica
FORMATO: Analisi
Il primo maggio gli Emirati Arabi Uniti sono usciti dall’OPEC, indebolendo fortemente le strutture economiche e finanziarie che sorreggono il Golfo. Questa decisione però non è solo frutto di un calcolo prettamente industriale e commerciale, ma deve essere osservata all’interno del ragionamento strategico di Abu Dhabi, che intende distanziarsi dall’Arabia Saudita e dal GCC, scrollandosi di dosso l’etichetta di partner junior, mirando a diventare un attore chiave delle dinamiche geopolitiche globali.
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L’uscita degli Emirati Arabi Uniti dall’OPEC è un segnale estremamente chiaro della tensione che caratterizza il Golfo in questo frangente. Si tratta di una mossa che non ha un consistente impatto solo sul piano economico-energetico, ma potrebbe averlo anche a livello geopolitico sul lungo periodo. Di certo non si può affermare che l’abbandono degli EAU sia avvenuto a sorpresa, ma è frutto di una scelta strategica effettuata già diversi anni fa. Abu Dhabi, forte di una solida e resistente forza economica, intende incrementare la produzione di petrolio e gas, senza dover sottostare alle quote di produzione che per molto tempo hanno limitato le sue capacità industriali. Questo scenario complica la vita sia dell’OPEC che dell’OPEC+, che ora perdono credibilità e potere di mercato, riducendo la possibilità da parte degli attori di influenzare i prezzi dell’energia. L’indipendenza emiratina, qualora portasse ad un aumento dell’output, potrebbe generare una diminuzione dei prezzi del petrolio e del gas, sfavorendo i suoi ex partner. L’uscita degli EAU può verosimilmente dare origine ad un processo di indebolimento strutturale del cartello, il quale potrebbe essere abbandonato anche da altri paesi non convinti dal sistema delle quote, come l’Iraq e la Nigeria. Sicuramente la dipartita di Abu Dhabi non implica che l’esistenza stessa dell’OPEC sia destinata a concludersi nei prossimi anni, ma rimane un sintomo della fragilità dell’area, e di come le fondamenta economiche, industriali e commerciali della regione siano vittime di un’erosione. 

È evidente che la strategia emiratina preveda una totale scissione dall’Arabia Saudita, dopo decenni in cui una tale dinamica sarebbe sembrata irrealistica. La diarchia storica si estingue certamente per via della diversità di visioni finanziarie, con Riyadh che intende differenziare la propria economia raggiungendo una maggiore indipendenza dall’export di petrolio, mentre Abu Dhabi esprime la volontà di continuare a fare affidamento in larga parte su questo modello, espandendo il proprio potere di mercato in questa regione incrementando anche la propria influenza strategica. Il contrasto tra i due attori però è anche di natura geopolitica. Difatti i sauditi negli ultimi decenni sono stati in grado di ritagliarsi un ruolo leaderistico nelle dinamiche di potere del Golfo, fungendo da guida nei confronti dei partner e attirando maggiormente l’attenzione dei grandi playersGli Emirati ora mirano a modificare questo equilibrio, tentando di acquisire progressivamente sempre più rilevanza nei meccanismi geopolitici regionali, costruendo un canale privilegiato di comunicazione con gli Stati Uniti. Per far sì che questa ambizione possa concretizzarsi, è opportuno in primo luogo diventare autonomi dai rivali per quanto concerne quello che potrebbe essere il perno della potenza di Abu Dhabi, la produzione e l’export di energia. 

La divergenza tra i due attori del Golfo è dovuta anche dalle differenti strategie implementate in risposta al conflitto in Iran. Gli EAU ritengono che il Consiglio di Cooperazione, capitanato dai sauditi, non abbia risposto con vigore agli attacchi persiani contro gli obiettivi militari statunitensi situati nei territori dei partners, ma che la risposta sia stata debole ed attendista, quasi caratterizzata da una nota di timore intesa come sintomo di impotenza da parte degli emiratiniAbu Dhabi avrebbe desiderato una risposta coordinata da parte GCC, che però non è arrivata, soprattutto a causa della volontà di Ryahd che ha preferito optare per iniziative diplomatiche in modo tale da favorire una de-escalation del conflitto. Se gli Emirati intendono neutralizzare la minaccia iraniana una volta per tutte con una controffensiva collettiva, l’Arabia Saudita invece predilige preservare la pace regionale, coltivando una forte paura che un eventuale collasso di Teheran potrebbe estendere il caos all’intero spazio mediorientale, ponendo a serio rischio la Saudi Vision 2030. 

Roma, Aprile 2026. XXXIII Martedì di Dissipatio

Questa diversità di vedute porta gli emiratini a ripensare il ragionamento strategico che influenzerà la politica estera nei prossimi anni. Il modello a blocchi che caratterizza la regione ha mostrato di avere grandi limiti, e soprattutto di non funzionare in maniera efficace in scenari di crisi. Inoltre, l’interdipendenza economica, industriale e commerciale rende la sicurezza di tutti gli attori sensibile ad eventuali shock subiti da un singolo soggetto. È evidente che l’uscita dall’OPEC non sia favorita solamente da una logica industriale e produttiva, ma che derivi anche da queste considerazioni, destinate ad influenzare la grand strategy degli EAU nel Golfo. Le relazioni internazionali future di Abu Dhabi potrebbero prescindere dal vincolo della Solidarietà Araba, preferendo partnership strategiche bilaterali. Gli Emirati potrebbero verosimilmente rafforzare i legami con altri attori globali con i quali dispongono già di rapporti avanzati, in particolare per quanto concerne Israele ed India. Un maggiore avvicinamento a questi due players permetterebbe agli emiratini di far parte di un asse trilaterale capace di fornire vantaggi sia immediati che duraturi, da un punto di vista strettamente militare-securitario ed energetico. Si tratterebbe però di relazioni che non andrebbero a vincolare eccessivamente la politica estera, lasciando una maggiore flessibilità che potrebbe permettere ad Abu Dhabi di negoziare con le principali potenze del sistema internazionale, incrementando la propria credibilità e costruendosi un ruolo rilevante non solo nelle dinamiche di potere regionale, ma anche globali. L’abbandono dell’OPEC segnala anche una chiara volontà di distaccarsi da Mosca, mirando ad un totale allineamento a Washington. Nonostante le chiare difficoltà strategiche affrontate in questo frangente, gli USA sono ancora la prima potenza mondiale, e vengono visti dagli EAU come l’unico attore capace concretamente di proiettare la propria forza in maniera intimidatoria. Nei prossimi anni gli Emirati tenteranno di creare un canale prioritario con gli americani, mostrandosi come l’unico attore del Golfo pronto a ricorrere alla risposta militare contro le minacce regionali. Fornendo maggiore solidità al rapporto con Washington sarebbe possibile incrementare la propria sicurezza, minimizzando gli effetti negativi generati dalle criticità geopolitiche regionali e distanziandosi dall’approccio attendista del GCC.

Il futuro dell’area del Golfo sembra quindi essere destinato a dipendere dalla crescente rivalità strategica bipolare tra Abu Dhabi e Riyadh. L’estinzione della diarchia sferra un colpo estremamente duro alla Solidarietà Araba, generando conseguenze che potrebbero toccare tutta la regione mediorientale. Gli equilibri geostrategici dell’area saranno soggetti a delle sostanziali modifiche, con una potenziale ascesa definitiva degli Emirati Arabi Uniti, forti di possibili legami bilaterali con partner mondiali.

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