Alla fine la mattina del 28 febbraio l’atteso attacco israelo-americano contro l’Iran è avvenuto. Perché proprio ora? Da un punto di vista prettamente militare il dispositivo d’attacco – la “formidabile armada” – dislocato in Medio Oriente è il più ampio dai tempi della guerra in Iraq del 2003 e difficilmente Israele avrebbe avuto una seconda chance di sfruttare gli asset dell’alleato per sferrare un attacco all’Iran. Gli Stati Uniti hanno spostato praticamente un terzo del loro esercito per esercitare una pressione sulle trattative in corso – la cosiddetta formula della “pace attraverso la forza”. Lo stesso Netanyahu ha dichiarato che l’operazione “Ruggito del Leone” fosse stata già decisa alcuni mesi prima.
Sorvolando sul fatto che la credibilità della diplomazia americana sia ormai prossima allo zero, avendo già perpetrato l’inganno delle trattative in più occasioni – col Venezuela e con l’Iran la scorsa estate -, cosa può avere spinto Trump, generalmente un presidente di spiccato pragmatismo, nell’anno dei midterm, a imbarcarsi nell’ennesima guerra all’estero nel classico spirito da “gendarme del mondo” così inviso alla sua stessa base Maga? Una delle ipotesi è quella che l’agire sia stato motivato dal prendere in contro tempo il Congresso, prima che una possibile perdita della maggioranza lo porti a limitare la capacità dell’esecutivo. Alla luce anche dei ben sette incontri con Netanyahu in un solo anno di legislatura e seguendo la fonte dell’Fbi che riguardo gli Epstein files riporta la sua “compromissione nei confronti d’Israele”, è più facile propendere, se non ad un ricatto, almeno ad irresistibili pressioni.
D’altronde il tentennare su chi dovesse sferrare il primo attacco, con gli Stati Uniti che suggerivano a Israele d’iniziare per primo per poi presentarsi come “difensori dell’alleato” mentre, viceversa, Israele premeva per un attacco americano a cui fare seguito, s’è concluso con una salomonica spartizione dei compiti in cui i jet di Tel Aviv hanno colpito obiettivi politici-istituzionali mentre i missili americani si sono concentrati su quelli di natura militare. Anche lo stesso teatro sulla presunta “minaccia nucleare iraniana”, che, peraltro, lo stesso Trump aveva strombazzato di aver distrutto la scorsa estate, non giova affatto all’immagine del presidente, che, aggrappandosi alla teoria dell’attacco preventivo per giustificare l’intervento, viene seccamente smentito dalla sua stessa intelligence, lasciandolo esposto alle legittime critiche di coloro – come per esempio Tucker Carlson – che si domandano cosa c’entri la “sicurezza nazionale” con un Paese come l’Iran. Un Paese che non ha mai colpito gli Stati Uniti e che si trova a decine di migliaia di chilometri di distanza. Non resta quindi che prendere atto che l’attacco contro l’Iran sia davvero una faccenda d’interesse nazionale. Ma di quello israeliano. Ciò, in effetti, si riscontra anche dal nome che il Pentagono ha scelto per l’operazione militare – diverso da quello ebraico che con il leone richiama la precisa volontà di rimettere sul trono uno Scià completamente a loro servizio – un generico Operation Epic Fury.
Dalle prime notizie sul campo, per ora, si può desumere che il principale successo dell’attacco sia stata l’uccisione dell’Ayatollah Khamenei, del ministro della Difesa, del Capo di Stato Maggiore e di altri alti ufficiali. Da sottolineare anche che è la prima volta che Israele rivendica l’uccisione di un Capo di Stato straniero e, dopo avere bombardato l’anno scorso ambasciate e Paesi neutrali, ciò non potrà che peggiorare la sua immagine internazionale. D’altronde è evidente che siamo entrati in una fase geopolitica in cui a Tel Aviv e a Washington importa poco o nulla della propria immagine ma solo di manifestare la loro forza bruta. L’uccisione di Khamenei, però, non riguarda esclusivamente gli iraniani ma tutti gli sciiti nel mondo, e ciò non potrà che innescare una forma di jihad dal Libano all’Afghanistan, senza dimenticare lo Yemen. Già in queste ore si registrano insurrezioni contro le ambasciate americane in Pakistan e Iraq.

Da punto di vista strettamente militare si può già comprendere come l’attacco israelo-americano abbia trovato gli iraniani assai più preparati rispetto a giugno scorso. Mentre allora impiegarono alcuni giorni per coordinare la risposta, già poche ore dopo il primo bombardamento la risposta è stata immediata. I missili iraniani hanno colpito la base di Udeid in Qatar; la base navale della quinta flotta in Bahrein, dove gli sciiti sono scesi in piazza a gioire, essendo governati da una monarchia sunnita ; l’aeroporto di Dubai; la Giordania; impianti in Arabia Saudita; la base aerea di Atthad in Kuwait; Tel Aviv e altre località in Israele. Nel frattempo le autorità iraniane hanno annunciato la chiusura dello Stretto di Hormuz mentre anche gli Houthi hanno annunciato che riprenderanno gli attacchi nel Mar Rosso. La risposta iraniana insomma è già molto dura e mira a infiammare l’intera Asia Occidentale, mettendo sotto pressione non solo tutti gli alleati regionali degli Stati Uniti ma l’intero Occidente con un rialzo del prezzo del petrolio. Se da un lato gli Stati Uniti, essendo auto-sufficienti, possono risentirne meno (mentre la Russia persino momentaneamente giovarne), per l’Unione Europea e la sua già traballante economia questo scenario è gravissimo. Come grave è l’assoluta insipienza della leadership di Bruxelles che ancora non ha capito come questo ennesimo fronte sia l’ennesima coltellata alle spalle della UE.
Gli americani dal canto loro rivendicano di aver colpito il terminale di gas di Southpars e alcune basi della marina iraniana, forse proprio per scongiurare in extremis questa ipotesi. Nelle prossime ore vedremo se l’obiettivo primario di questa guerra – il cambio di regime – avrà luogo oppure se gli iraniani si ricompatteranno celebrando i loro martiri e preparandosi a un più lungo e logorante conflitto. Già in questa primissima fase però si può notare come alla luce di una “intensità” ancora limitata, la quantità di colpi scambiata sia notevolmente elevata. Non si sono verificati lanci di massa come nella guerra dei 12 giorni, ma l’immediato utilizzo dei più moderni missili per infliggere colpi diretti a infrastrutture critiche. Missili e droni iraniani hanno già penetrato le difese antiaeree schierate nella regione colpendo bersagli con precisione. Non un bel segnale per chi desiderava un rapido conflitto, temendo di esaurire gli intercettori.
La strategia iraniana, che ora affronta un conflitto esistenziale, è quella di mettere sotto pressione tutti i vicini arabi che ospitano basi americane e di proseguire metodicamente finché i suoi nemici non inizieranno a esaurire le loro scorte di missili e bombe. Allo stesso modo israeliani e americani stanno cercando di individuare lanciatori e silos per prevenire che ciò accada. Questo conflitto si configura già come radicalmente diverso rispetto a giugno scorso, procedendo verso una diretta escalation che, per ora, lascerà per ultimi gli impianti petroliferi dell’intera Regione per evitare un caos economico incontrollato. L’azzardo di Trump da lunedì inizierà a ripercuotersi sulle Borse, mettendo sotto pressione i Mercati. Basterà a sgonfiare la sua “furia”? Forse però questa risposta andrà cercata ancora una volta a Gerusalemme.