La tempesta prima della calma

Vladimir Putin ha aperto inequivocabilmente alla possibilità di inaugurare un processo negoziale, dicendosi disposto ad accogliere rappresentanti dell’UE a Mosca che non abbiano speso parole ostili nei confronti della Russia. Anche Kiev afferma di essere pronta a sedersi al tavolo delle trattative, chiedendo però che i colloqui vengano effettuati in una Paese terzo. Le intenzioni degli attori sembrano lasciare intendere che il termine della guerra si stia avvicinando, nonostante i recenti avvenimenti sul campo di battaglia contraddicano questa possibilità.

Taiwan è in vendita

Decenni di equilibrio diplomatico attorno allo Stretto di Taiwan reggevano su un'ambiguità studiata e preservata con cura: Washington riconosceva Pechino ma garantiva Taipei. Oggi Trump sembra disposto a usare quell'equilibrio come merce di scambio, trattenendo forniture di armi e rifiutando di rassicurare l'isola in caso di attacco. Il capolavoro della diplomazia americana rischia di diventare la sua prima concessione strategica a Xi Jinping.

Hormuz è una questione mediterranea

Nel Medio Oriente acceso dal triangolo di fuoco composto da Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.

Tutti gli Occidenti possibili

Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.

L'America dopo Israele

Cresce oltreoceano la disaffezione per Tel Aviv ed il suo sodalizio con Washington: tra frustrazione, cambiamenti demografici e complotti, l’America di domani non sarà più il “fratello maggiore” di Israele.

La morte dell'OPEC

Il primo maggio gli Emirati Arabi Uniti sono usciti dall’OPEC, indebolendo fortemente le strutture economiche e finanziarie che sorreggono il Golfo. Questa decisione però non è solo frutto di un calcolo prettamente industriale e commerciale, ma deve essere osservata all’interno del ragionamento strategico di Abu Dhabi, che intende distanziarsi dall’Arabia Saudita e dal GCC, scrollandosi di dosso l’etichetta di partner junior, mirando a diventare un attore chiave delle dinamiche geopolitiche globali.

Cosa sta succedendo in Mali

La perdita di Kidal segna un passaggio critico nella crisi maliana e ridefinisce la postura russa nel Sahel. La ritirata dell’Africa Corps evidenzia una strategia più selettiva, mentre attori jihadisti e tuareg sfruttano l’erosione del controllo statale. Ne emerge un sistema più frammentato, in cui sicurezza, risorse e alleanze si riorganizzano secondo logiche fluide, mettendo sotto pressione l’intero impianto regionale costruito negli ultimi anni.

Russi e ucraini combattono anche nel Mediterraneo

Una gasiera russa colpita da un barchino esplosivo ucraino nel Mediterraneo centrale, duecento militari di Kiev dislocati tra Misurata e Zawiya, istruttori ucraini a fianco dei ribelli tuareg nel Sahel: il conflitto si estende fino al giardino di casa italiano. Mentre Mosca consolida la propria presenza nel Fezzan e Eni annuncia nuove scoperte di gas al largo della Tripolitania, Roma si ritrova spettatrice in un teatro che non può permettersi di ignorare.

Non fare nulla e vincere

Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.

Quanto è profondo l'abisso

Il fallimento del negoziato tra Stati Uniti e Iran riapre il buio dell’incertezza, dove ogni scenario resta aperto e il conflitto può slittare dal semplice stallo all’incubo. La crisi mediorientale richiama una logica da Guerra fredda a ruoli invertiti, con Pechino al posto di Mosca, dove anche la ritrovata corsa americana allo spazio è una dimostrazione di superiorità davanti al rivale principale. Fattore più profondo resta l’orgoglio, o del bisogno statunitense di confermare il proprio status quando l’autostima vacilla.

Fine primo tempo

Mentre gli allarmi antiaerei risuonavano già in tutta la regione iraniana, la mediazione pachistana riesce a trovare un cessate il fuoco di due settimane. Lo Stretto di Hormuz verrà aperto durante le trattative. Uno spiraglio di pace che dà respiro ai mercati anche se l'accordo duraturo rimane una chimera.

Obiettivo Kharg

L’egemone potrebbe essere entrato in una trappola senza uscita, e sta studiando qualsiasi possibilità per portare a casa una vittoria, che pare però difficilmente raggiungibile. Lo sbarco dei Marines sull’Isola di Kharg è una soluzione valutata seriamente dall’amministrazione Trump. Un’operazione estremamente rischiosa, ma forse capace di svoltare il conflitto.
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