Il Messico non è uno Stato sovrano

Nemesio Oseguera, detto El Mencho, è stato ucciso durante un'operazione delle forze speciali messicane. L'intelligence era americana, il Messico ha così solo sparato ad un bersaglio puntato da Washington. Un perfetto esempio di come preservare e rinunciare sovranità al tempo stesso.

Stallo alla messicana

Claudia Sheinbaum Pardo: prestanome di López Obrador o scintilla di democrazia? Il Messico è una nazione dilaniata da violenza e povertà; più che una presidenza, dunque, si tratta di una sfida per dimostrarsi degna della carica e per smentire le accuse che le vengono rivolte da dentro e da fuori. Uno stallo da western all'italiana, dove il bottino non c’è: in gioco è il futuro di una popolazione stanca e insoddisfatta. Il bilancio del primo anno presidenziale è una questione apicale.

Minacce esistenziali ovunque

Dalla guerra in Ucraina alla competizione tra Stati Uniti e Cina, dal riarmo europeo alla retorica israeliana sull’Iran, sempre più scelte vengono presentate come questioni di sopravvivenza. Ma quando tutto diventa “esistenziale”, il conflitto smette di essere negoziabile e la politica si riduce a mobilitazione permanente.

L'ultima fase della guerra in Ucraina

A quattro anni dall'invasione, l'Operazione Militare Speciale ha smesso di essere uno scontro territoriale per diventare il laboratorio della guerra del futuro. Tre fasi distinte - manovra, trincea, digitale - hanno ridisegnato ogni paradigma bellico: droni al posto dei carri armati, algoritmi al posto dei generali, fuoco indiretto al posto dei fucili. Una trasformazione che nessun esercito al mondo potrà più ignorare.

L'ONU rischia la bancarotta

Le Nazioni Unite hanno attraversato un lungo periodo d’irrilevanza durante la guerra fredda, ma paradossalmente la crisi è arrivata solo oggi. Prima a intermittenza, poi cronicizzandosi. Da un anno a questa parte l’organizzazione manifesta un cagionevole stato di salute anche sul piano finanziario. Il Segretario Generale Antonio Guterres segnala addirittura il rischio di bancarotta entro l’estate prossima.

Un po' di numeri sull'arsenale iraniano

Il gruppo d’attacco della portaerei USS Abraham Lincoln scivola tra le acque azzurre del Golfo Persico, carica di siluri e aerei pronti al decollo, un promemoria costante della presenza americana nella regione. Donald Trump segue ogni mossa, alternando segnali di apertura e minacce pubbliche all’Iran. Ma la Repubblica Islamica è caparbia. Teheran e Washington misurano la propria deterrenza in un confronto che intreccia arsenali, alleanze e tecnologia, con il rischio concreto che la diplomazia venga superata dalla logica della saturazione e della rappresaglia.

Ankara non può permettersi caos in Iran

La mediazione turca tra gli Stati Uniti e l’Iran risponde direttamente alla logica di contenimento nei confronti di Israele, il quale potrebbe verosimilmente approfittare del vuoto di potere per espandere la propria influenza geopolitica nello spazio persiano. Con la potenziale caduta del regime degli ayatollah avrebbe origine una sostanziale trasformazione sistemica dell’ordine regionale mediorientale, prospettiva che Ankara desidererebbe scongiurare ad ogni costo.

La morale del biscotto

Quando i valori smettono di essere universali e diventano segnali di appartenenza. Mark Carney a Davos ammette la fine dell'ordine basato sulle regole. Dal laboratorio infantile alla geopolitica: i valori non promettono il bene, ma decidono chi siede al tavolo.

Bomba o non bomba

Di fronte all’Iran si impone un dilemma: agire o non agire. È facile immaginare il susseguirsi di valutazioni, simulazioni e contro-simulazioni nelle stanze riservate degli apparati statunitensi, dove ogni opzione viene soppesata in base ai costi, ai rischi e alle conseguenze indirette. Nel mosaico della rivoluzione globale non poteva mancare il ritorno del dossier iraniano.

Il momento dei turchi

Mentre l’Iran sembra perdere terreno tra proteste interne e pressione occidentale, Ankara espande la propria influenza dalla Siria alla Libia, dai Balcani all’Africa orientale, circondando Israele e costringendo Washington a riequilibrare le proprie priorità. Integrata nella NATO ma capace di cooperare con Mosca, la Turchia emerge come attore flessibile e centrale, meno demonizzabile dell’Iran e in grado di erodere il tradizionale primato strategico israeliano negli Stati Uniti.

Nuuk è il cuore dell'Artico

La Groenlandia non è il Venezuela. Al di là delle minacce americane – più utili a negoziare che a colpire – occorre distinguere gli scenari, perché non esiste una logica unica da applicare ovunque. Da noi, invece, tutto questo produce stupore e reazioni scomposte. Eppure, la storia degli Stati Uniti è anche la storia di un’espansione continua, ottenuta tanto con la forza quanto con assegni, trattati e acquisizioni. Da qui nasce il paradosso: “difendere” la Groenlandia dall’America con contingenti di facciata, dentro un’architettura militare che in ultima istanza resta americana. È un cortocircuito che fotografa la frattura tra centro e periferia del blocco transatlantico, sempre più distanti per approccio e visione.

Aldous Huxley a Teheran

Con un'ideologia esausta e una società che non si riconosce più nella rivoluzione, l’Iran degli ayatollah entra nel suo crepuscolo storico. La teocrazia sopravvive per inerzia, puntellata da repressione e mito identitario, mentre i pilastri di stabilità crollano. In un Medio Oriente riconfigurato, il tempo diventa il nemico più letale del Nezam, aprendo scenari di competizione regionale incontrollata e di fine dell’ordine post-rivoluzionario iraniano.
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