Un pirotecnico sipario è calato sulla sesta edizione dei World Nomad Games (WNG), i “Giochi Nomadi” mondiali. Una rassegna, tenutasi quest’anno in Kirghizistan, che da oltre un decennio prova a valorizzare l’eredità nomadica del Centro-Asia in termini sportivi e folkloristici. L’accezione mondiale è ambiziosa, ma restituisce un quadro più simbolico che fattuale: alla cerimonia di apertura delegazioni di tutto il Mondo hanno sfilato sulla passerella della Bishkek Arena – costruita per l’occasione – seppur molte di esse annoverassero non più di 2-3 atleti, incluso il portabandiera. Una manifestazione al limite dell’amatoriale; eppure, l’edizione appena conclusasi non è stata come le altre. Su quelle stesse tribune sedevano, l’uno accanto all’altro, i pesi massimi della geopolitica globale: da Putin a Modi, da Erdoğan a Pezeshkian, passando per capi di Stato in guerra – Armenia e Azerbaigian, India e Pakistan – e il Segretario Generale delle Nazioni Unite (i Giochi sono patrocinati dall’UNESCO). Fuori dallo stadio, per dirigere l’emergenza in Tibet ma presente in città, c’era anche Xi Jinping. Un capolavoro diplomatico ad opera del piccolo Kirghizistan, diventato per alcuni giorni centro nevralgico dei veri giochi che contano: quelli di potere.
Nelle stesse date, nella Capitale si teneva infatti anche il 26esimo vertice della Shanghai Cooperation Organisation (SCO) – alleanza intergovernativa nata per promuovere la cooperazione politica, economica e di sicurezza nella regione. Un tempismo tutt’altro che casuale: sei mesi dall’inizio della guerra in Iran e all’indomani della controffensiva ucraina – che, con attacchi droni alle raffinerie russe, ha messo a rischio la sicurezza energetica del Cremlino e di conseguenza dell’intera Asia Centrale. Attraverso la diplomazia della iurta Bishkek è riuscita quindi a facilitare il raduno del complesso condominio asiatico, sotto il tetto in feltro di una faziosa matrice di civiltà. Dispositivo funzionale sia alla costruzione silenziosa di un’Eurasia multipolare, che alla sopravvivenza domestica dell’Asse delle sanzioni – nell’irrilevanza di NATO e Unione Europea. Tuttavia, comprendere le ragioni particolari per cui i padroni del Continente si siano prestati a questo coreografico fuori programma, richiede un’analisi a freddo e uno sguardo oltre la propaganda ancora fumante.
Aquile addestrate si alzano in volo cacciando a comando; arcieri colpiscono bersagli a redini sciolte; giganti vestiti da uomini contendono con bruta forza la corda agli avversari, verso la propria metà campo, nel ruggito estatico della folla. Sono discipline riconosciute come patrimonio immateriale dell’umanità, e che i nomadi dell’Asia praticano da ben prima che esistessero le cancellerie. Eppure, corre un filo ben teso tra i cavalieri che piegano il vento sull’ippodromo in riva al lago Issyk Kul (sede dei Giochi) – contendendosi una carcassa di capra decapitata – e gli sherpa che a poche ore d’auto traducono questa febbre agonistica in lessico politico. Quattro potenze nucleari – Cina, Russia, India, Pakistan – insieme al presidente iraniano, si contendono i futuri corridoi energetici più importanti al mondo, mentre i loro cittadini celebrano un’ancestrale identità comune.
Qui subentra il primo paradosso: ogni potere presente a Bishkek ha usato la parola “civiltà” – e ciascuno l’ha riempita (o interpretata) di un significato diverso, spesso incompatibile con quello del vicino di tribuna. È proprio questa vaghezza a renderla utile. La retorica kirghisa della “civiltà nomade” funziona come uno specchio abbastanza vuoto da riflettere, senza far scontrare, l’Iniziativa per la Civiltà Globale di Xi Jinping, la dottrina della “civiltà-Stato” cara a Putin, il Forum per il Dialogo delle Civiltà proposto da Modi, e il panturchismo con cui Ankara si ritaglia un posto alla tavola eurasiatica. Il loro allineamento sotto la iurta non è un’affinità elettiva, ma una convenienza tenuta insieme a forza.
Il secondo paradosso riguarda i governi centroasiatici. Le Olimpiadi della steppa fungono anzitutto come atto di emancipazione culturale: riportare alla luce la storia pre-sovietica e pre-imperiale significa affrancarsi, almeno simbolicamente, dall’ombra lunga di Mosca. Per la Russia – che con queste repubbliche condivide un passato ancora difficile da digerire – la rassegna serve invece a ricompattare le fila, strategicamente e commercialmente, in seno alla fratellanza pansovietica. Due opposte visioni del medesimo riflesso. Sintomo di quanto la platea resti divisa, in tribuna d’onore come sugli spalti: all’annuncio della delegazione ucraina il boato del pubblico è stato inversamente proporzionale alla numerosità degli atleti – appena due. Anche le assenze, in contesti come questo, fanno rumore. Quella di Israele, su tutte.
Non un paradosso, questa volta, ma coerente conseguenza delle posizioni ufficiali sistematicamente critiche verso Tel Aviv tenute dal Kirghizistan – a maggioranza musulmana – e dall’intero blocco turchico sul dossier mediorientale. Sotto il profilo prettamente culturale, resta la sottile ironia di come microstati e isole ai poli opposti della steppa (ma presenti ai Giochi, come Antigua e Barbuda, Capo Verde o il Brunei) possano figurare nella narrazione nomadica meglio di uno Stato nato da una diaspora. Perfino il coinquilino centro-asiatico dell’Afghanistan trova rappresentanza, nonostante l’Emirato talebano non sia riconosciuto formalmente dalla quasi totalità dei Paesi partecipanti.
Infine l’Occidente: Stati Uniti, Italia e gran parte delle nazioni europee hanno presentato le rispettive delegazioni, sebbene nessuna capitale occidentale abbia inviato un proprio capo di stato o di governo in Kirghizistan. Presenza di cortesia, si direbbe, con partecipazioni spesso nominali (e quasi sempre pro-bono) non avallate ufficialmente dalle Federazioni nazionali. Un messaggio che sottende una chiara volontà: non restare del tutto estranei alle dinamiche della regione, tenendosene però a debita distanza.

Tra i leader presenti, Vladimir Putin è chiaramente l’ospite di onore: durante la cerimonia di apertura è il più vicino al padrone di casa, il Presidente kirghiso Japarov. Ma la telecamera dei maxischermi dell’Arena inquadra lo Zar sempre al centro: tra il Kirghizistan e l’Uzbekistan del presidente Mirziyoyev, che ne siede alla destra. Dopo la diplomazia della iurta, quella della sedia: che riserva alla Russia il posto di garante fra Bishkek e Tashkent, da decenni ai ferri corti su demarcazioni di confine e ripartizione delle risorse idriche. Nonostante la crescente presenza economica cinese e qualche timida apertura delle capitali centroasiatiche verso occidente, il Cremlino continua a voler dimostrare, anche visivamente, di restare l’interlocutore privilegiato in materia di sicurezza negli ex territori URSS. Il numero uno russo ha rilanciato con un fitto calendario di bilaterali a margine del Summit, incontrando a porte chiuse Pezeshkian, Erdoğan, e lo stesso Xi Jinping – con cui ha discusso, tra gli altri temi, del gasdotto Power of Siberia 2.
Una sponda che arriva in un momento di fragilità reale: da oltre un anno Ucraina e alleati colpiscono sistematicamente le raffinerie russe con una campagna di attacchi droni, che nel solo 2026 ha superato quota settanta. Ciò ha portato la capacità di raffinazione ai minimi da vent’anni e costretto 1 distributore su 4 a razionare i carburanti, con tetti ai litri per veicolo e sistemi a targhe alterne (veicoli con targa pari nei giorni pari, dispari nei dispari). All’apice del panico energetico, la passerella di Bishkek assolve a una funzione compensativa precisa: rassicurare, l’opinione russa in primis, che l’isolamento imposto dall’Occidente è un’illusione provinciale. Stringere la mano a vicini così ingombranti, nella stessa stanza, vale ben più che un’inclusione dei G7. Respinta dal centro di gravità storico-culturale europeo la Russia può così riscoprire un’identità mongola e asiatica che, seppur perifericamente, le è sempre appartenuta.
In questo senso, i WNG diventano una ribalta multilaterale alternativa dove sedersi da protagonista – considerato che il Paese più vasto al mondo è tuttora escluso dal circuito olimpico, a causa del conflitto ucraino. Non a caso, la prossima edizione si terrà a Kazan, nel Tatarstan. Una scelta calibrata, che permette alla Russia di valorizzare la propria componente etnica turco-musulmana – i tatari – proponendosi come culla della tradizione nomade eurasiatica, senza che a questa narrazione si associ il peso politico di Mosca.

Xi Jinping, invece, non sedeva in tribuna all’inaugurazione e non si è preso gli applausi dei popoli dell’Asia. Al contrario, è rimasto ancorato al tavolo politico, prendendo parte, il giorno seguente, sia al summit SCO sia al formato allargato «SCO Plus». Un’assenza giustificata (la motivazione ufficiale era la cabina di regia dell’emergenza Tibet, colpito in queste settimane dai disastri al confine nepalese) e tuttavia eloquente. Del resto, l’impronta del Dragone non ha bisogno della comparsa di Xi per farsi sentire. Gli autobus elettrici che portano gli spettatori verso l’Arena e le sedi dei giochi sono cinesi; come lo sono le infrastrutture che proliferano attorno al Lago – finanziate dalla Belt and Road Initiative – e le autostrade costruite dai grandi gruppi industriali di Pechino.
Ai nomadi la scena culturale, alla Cina i contratti. Da questo punto di vista, i 27 accordi firmati il primo settembre sono un’assicurazione sulla vita per Xi: in caso di crisi aperta con Washington su Taiwan o nel Mar Cinese Meridionale, le rotte marittime cinesi rischierebbero di restare strangolate nello stretto di Malacca. Asfaltare il Kirghizistan, facendone un corridoio di rifornimento terrestre, significa costruire una retrovia continentale logisticamente irraggiungibile da qualunque flotta americana. C’è tuttavia un elefante nella stanza, o terzo paradosso – che i governi presenti ai Giochi fanno finta di non vedere. I World Nomad Games celebrano l’origine turco-nomade: la stessa eredità etnica, linguistica e in parte religiosa degli uiguri dello Xinjiang – provincia cinese confinante direttamente con il Kirghizistan, e che Pechino negli ultimi anni ha sottoposto a un’assimilazione violenta, ampiamente documentata. Xi non si presenta alla cerimonia che celebra quella stessa cultura. I governi centroasiatici, però, continuano a sedersi al tavolo di Pechino; accettando implicitamente di non sollevare la questione, in cambio degli investimenti e delle infrastrutture di cui la regione ha bisogno. La fratellanza nomade si arresta ai posti di blocco oltreconfine.

Se per Russia e Cina Bishkek è una prova di forza, per Teheran è un appello alla propria sopravvivenza. A poco più di 6 mesi dall’apertura israelo-americana del conflitto che, della Repubblica Islamica, ha mozzato il capo ma non il corpo. La testa del Presidente Pezeshkian è una delle poche a essere sopravvissute al “martirio”, e che oggi prova a guidare la moderna Persia fuori dall’impasse bellica. Il Memorandum d’intesa firmato in Pakistan a metà giugno aveva prodotto una tregua rivelatasi fragile – saltata nel giro di poche settimane, dopo alcuni incidenti nello stretto di Hormuz. Da allora gli scontri sono ripresi, e non si è ancora giunti a una vera cessazione delle ostilità. Per un Iran ancora in guerra, la SCO non è solo uno scudo contro le sanzioni, ma anche una piattaforma di legittimazione a cui affidare messaggi che i canali bilaterali, in questo momento, non riescono a veicolare. Va letta tra queste righe la mossa di Pezeshkian, di offrire in plenaria del Summit una reciprocità immediata a Washington, qualora gli Stati Uniti tornassero a rispettare gli impegni assunti a Islamabad.
Teheran comunque, non recita certo l’attore minore della compagine: rivendica, anzi, un ruolo da protagonista in virtù dei suoi snodi centrali nella connettività eurasiatica – a partire dall’INSTC, che collega la Russia al subcontinente indiano. Proprio Modi è l’elemento di maggiore attrito nel gruppo. L’India partecipa alla SCO e ai Giochi per monitorare i dossier di sicurezza regionale (a partire dall’Afghanistan) oltre a contenere le trame storicamente nemiche, sino-pakistane. Allo stesso tempo, deve calibrare ogni gesto per non apparire troppo allineata all’asse Pechino-Mosca, pena il logoramento delle proprie partnership occidentali. Un multiallineamento opportunistico che si legge nella distanza, fisica e simbolica, che Modi tiene dagli altri leader: accomodandosi ai margini della tribuna autorità.
Erdoğan, dal canto suo, è il cavallo di Troia nella iurta. La Turchia non è membro formale della SCO ma dialogue partner, eppure il leader del secondo esercito della NATO per dimensioni vola a Bishkek per discutere di integrazione eurasiatica con l’Asse delle sanzioni, usando le radici panturche (condivise con l’Organizzazione degli Stati Turchici, istituzione parallela ma tangente al Summit) per legittimarsi in una regione che considera parte della propria sfera d’influenza culturale. Il suo è il posizionamento più scoperto: se Bruxelles o Washington lo lasciano sulla porta, lui si accasa nella iurta con Putin e Xi, e usa la steppa come leva negoziale.
Come da aspettative della vigilia, è il Kirghizistan ad aggiudicarsi più medaglie ai Giochi: ben 77 su 308. Tra le iurte del villaggio “olimpico” nomade riecheggia solenne l’inno kirghiso, mentre gli atleti di casa si mantellano orgogliosi della propria bandiera rossa – al cui centro splende quello che a prima vista può sembrare un sole dorato, ma che racconta altro. Si chiama “tunduk”, ed è per antonomasia il simbolo della iurta: la struttura circolare alla sua sommità, intersecata da travi di legno incrociate, che fa entrare la luce e uscire il fumo. Questo particolare design richiama la leggenda dell’eroe epico Manas: capace di riunire le 40 tribù kirghise sotto un’unica Nazione, sotto un unico tetto coperto dal feltro. Un tetto che è stato riprodotto in scala monumentale nell’architettura stessa della Bishkek Arena, architrave di un racconto ampiamente piegato dalla dirigenza kirghisa per ospitare una convivenza di capi-tribù ben più sfaccettata. Leader di potenze nucleari, di paesi tra loro belligeranti, di stati NATO e di membri BRICS: tutti seduti sotto lo stesso simbolico tunduk, dove la cooperazione convive costantemente con la reciproca diffidenza.
Al netto delle contraddizioni, il lubrificante del nomadismo si rivela comunque efficace: in meno di 48 ore di Summit sono state firmate una Dichiarazione congiunta (già agli atti come Dichiarazione di Bishkek) e altri 27 accordi multilaterali, oliando le frizioni onnipresenti tra questi condòmini. Tra le proposte, una spinta decisiva verso l’istituzione di una Banca di Sviluppo della SCO: pensata per finanziare le infrastrutture critiche dell’Asia, scavalcando il circuito SWIFT – tramite l’uso intensivo delle valute nazionali – e spezzando la dipendenza finanziaria da Fondo Monetario Internazionale e Banca Mondiale. Al fotofinish è stata approvata un’ulteriore novità: l’adozione dell’inglese come lingua ufficiale dell’Organizzazione – l’idioma dell’egemone da cui tutti, in quella tribuna, professano di volersi emancipare. Sarà anche un dettaglio tecnico, dettato dal pragmatismo di facilitare i lavori tra le delegazioni. Ma il cortocircuito segna la falsa partenza di un’Eurasia che, per dichiararsi libera dall’Occidente, deve ancora parlarne la lingua.