OGGETTO: C'è il sentiero
DATA: 11 Settembre 2026
SEZIONE: Recensioni
FORMATO: Letture
Da Erasmo a Montaigne, i giganti della cultura occidentale erano prima di tutto maestri della scorciatoia intellettuale. Xavier Nueno lo dimostra in "Un saper leggero" (Einaudi, 2026): la civiltà letteraria non è mai stata accumulo orizzontale di sapienza, ma tecnica della selezione. Il problema nasce quando il riassunto sostituisce il pensiero invece di prepararlo. E l'intelligenza artificiale, in fondo, non è che il definitivo taccuino di luoghi comuni del Rinascimento, elevato a sistema e dotato di parola automatica.
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Ci sono tre modi per affrontare la biblioteca del mondo: leggerla tutta (impresa tragicamente preclusa ai mortali e riservata agli Dei o ai pazzi raccontati da Borges), ignorarla con orgoglio e strafottenza, o sviluppare l’arte raffinata, nobilissima e indispensabile del “sapere leggero”. È attorno a questa terza via – un’acrobazia intellettuale sospesa tra l’erudizione e l’impostura – che lo storico del libro e della cultura Xavier Nueno ha costruito il prezioso Un saper leggero. Breve storia dell’eccesso di informazione (Einaudi, 2026). Un trattato sull’ossessione mitologica della conoscenza. Sulla cultura come deviazione dalla norma. La storia della civiltà letteraria, infatti, non è soltanto la storia degli uomini che hanno scritto o letto libri, ma soprattutto la storia delle astuzie, se non degli inganni, messe in atto per evitare di leggerli per intero, salvando al contempo la pelle, la reputazione e la carriera accademica. 

Fin dai tempi in cui la Biblioteca di Alessandria minacciava di travolgere i suoi custodi sotto una valanga di papiri, la mente umana ha compreso che il vero nemico della conoscenza non è l’ignoranza, bensì l’eccesso. L’umanità affoga (da sempre, si potrebbe dire) nel testo. E se oggi l’utente medio, cioè la stragrande maggioranza delle persone, scivola ipnotizzato lungo il feed di un social network convinto di informarsi mentre sta consumando solo specchi deformi della realtà, è perché non conosce le nobili origini dell’arte della sintesi. Nueno ci guida in un’archeologia dell’espediente informativo che parte dall’Umanesimo e dal Rinascimento, epoche in cui l’invenzione della stampa a caratteri mobili sguinzagliò nel mondo una quantità indomabile di volumi. Di fronte al diluvio di inchiostro, i dotti dell’epoca non reagirono con il sacro furore della lettura integrale, ma più saggiamente con l’ingegneria del taglio e del cucito. 

Nacquero così gli indici analitici, i centoni e le schede. Pietro Bembo, Erasmo da Rotterdam, Montaigne, i giganti della cultura occidentale, erano prima di tutto straordinari compilatori di appunti rapaci. Non leggevano: estraevano. Erano (forzando un po’ la mano) cacciatori di citazioni, collezionisti di frasi fatte da rivendere nei salotti o nelle dispute teologiche per fare bella figura. «Il lettore moderno» – suggerisce Nueno – «crede di aver inventato concetti quali multitasking e skimming, ma non ha fatto altro che digitalizzare il taccuino di appunti di un umanista del Cinquecento». La cultura, infatti, non è mai stata accumulo di sapienza orizzontale, ma tecnica della scorciatoia. Nel Settecento e nell’Ottocento, il compendio divenne addirittura una disciplina pedagogica e politica. Per istruire il popolo (o per permettere alla borghesia di fingere di aver letto Voltaire e Rousseau senza perdere troppo tempo), il riassunto divenne la valuta corrente dello spirito. 

Ma cosa succede quando la scorciatoia diventa l’unica strada possibile, quella che tutti più o meno consapevolmente decidono di intraprendere? È qui che l’analisi di Nueno incrocia drammaticamente la nostra attualità politica, culturale e mediatica. Oggi viviamo nell’era del “sapere leggerissimo”, per non dire volatile. La bulimia informativa delle nostre piattaforme digitali non ha creato cittadini più colti, ma una vasta platea di opinionisti disinformati ed eterodiretti. L’articolo di giornale ridotto a pillola, il podcast che riassume in dieci minuti la storia della filosofia, il thread di X che pretende di spiegare la complessa geopolitica del Medio Oriente in una manciata di post: il principio è quello analizzato da Nueno, ma spogliato di qualsiasi grazia intellettuale. L’umanista del Cinquecento usava il compendio come impalcatura per costruire un proprio pensiero originale. L’uomo contemporaneo usa la pillola informativa come surrogato del pensiero stesso. Siamo passati dal “sapere leggero” al “sapere svuotato”. Non è un caso che oggi l’apogeo di questa parabola sia rappresentato dai grandi modelli linguistici e dall’Intelligenza Artificiale.

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Che cos’è una chat AI se non il definitivo taccuino di luoghi comuni del Rinascimento, elevato a sistema e dotato di parola automatica? L’AI non legge, non comprende, non pensa: riassume, estrae, parafrasa. È l’incarnazione meccanica dell’incubo (o del sogno) di tutti i falsi dotti raccontati nel libro: la possibilità di citare tutto lo scibile senza aver mai aperto un singolo tomo.Nueno non è però un apocalittico né un moralista nostalgico. Del resto, la sua prosa – colta, ironica, imbevuta di una velata malinconia – non punta mai il dito contro l’incapacità di concentrazione dei moderni. Al contrario, Un saper leggero è un’elegante (e neanche troppo mascherata) apologia della lettura imperfetta, diagonale, sfrontata. Non dobbiamo vergognarci di non aver letto tutto, dice l’autore. La biblioteca, per essere viva, deve rimanere un luogo di “profanazione” quotidiana. Il vero lettore non è colui che sottolinea ogni riga con la devozione di un amanuense, ma il flâneur che sa smarrirsi tra le righe, che sa saltare capitoli interi, che sfoglia il finale prima dell’inizio e che trae godimento dal semplice sospetto di ciò che un libro potrebbe contenere. In un’epoca dominata dall’isteria, dall’ansia della prestazione letteraria – dove gli utenti sulle piattaforme social tengono la contabilità dei libri letti in un anno come fossero fatture commerciali – il saggio di Xavier Nueno suona come una salutare e ironica liberazione, oltreché la prova di quanto la cultura non sia la somma aritmetica dei dati che immagazziniamo nel cervello o nell’hard disk, ma l’atteggiamento ironico e critico con cui selezioniamo il rumore del mondo. 

Divorati come siamo dal consumo rapido e indistinto di opinioni più o meno corrispondenti a fatti reali, questo piccolo saggio si rivela uno strumento di autodifesa indispensabile. Ricordandoci, da una parte, che di fronte al diluvio delle chiacchiere digitali e dei pareri non richiesti, l’unica vera eleganza consiste nel saper dosare la propria ignoranza con stile e sovrana leggerezza. Restituendoci, dall’altra, un’idea alta e bellissima della misura. Se il mondo celebra l’ipertrofia – i mega-dati, i mega-grattacieli, i mega-profitti – la salvezza (forse) va cercata nel piccolo. Ma non in un piccolo timido e rinunciatario: semmai concentrato, affilato, tascabile, in grado di “concedere alla mente la libertà di muoversi nello spazio”. E, infine, di emanciparsi dall’odierna forma di schiavitù mediatica, le cui catene, a dispetto di tutto, sembrano ben lontane dall’essere spezzate.

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