Intervista

Mario Giro: «L'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze»

«L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione»
Mario Giro: «L'ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze»
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Nell’epoca del riarmo, della politica di potenza e della corsa quasi automatica all’escalation, parlare di pace rischia di apparire ingenuo. Mario Giro, con “Pace in tempo di guerra”, pubblicato da Guerini e Associati, sostiene invece l’esatto contrario ricordando che la pace non è un esercizio retorico, né una resa davanti alla forza, ma una necessità politica da perseguire con realismo e pragmatismo. Un tema che Giro ha affrontato e verificato in prima persona. Mediatore della Comunità di Sant’Egidio, sottosegretario agli Affari esteri nel governo Letta e viceministro degli Affari esteri nei governi Renzi e Gentiloni, con delega alla cooperazione internazionale, ha fatto della costruzione del dialogo una parte centrale della propria esperienza istituzionale e internazionale. In qualità di responsabile delle relazioni internazionali della Comunità di Sant’Egidio, ha inoltre partecipato a numerosi processi di riconciliazione in Africa, Medio Oriente, Balcani e America Latina, misurandosi direttamente con conflitti, fratture politiche e società attraversate dalla violenza. Ed anche nella sua produzione più recente Giro ha insistito sulla necessità di sottrarre l’Africa alle letture superficiali, emergenziali o ideologiche, proponendone uno studio concreto e politicamente propositivo. Come ha fatto con “Global Africa” del 2019, “Guerre nere” del 2020 e “Piano Mattei” del 2024, tutti pubblicati da Guerini e Associati. Un approccio che con “Pace in tempo di guerra” porta nel cuore del dibattito internazionale dall’Iran all’Ucraina, dal continente americano all’Europa, per decodificare le principali fratture dell’età della forza.

-Perché ha scelto di affrontare il tema della pace proprio in questa fase storica?

Da tempo scrivo su questi argomenti e il lavoro svolto con la Comunità di Sant’Egidio nelle mediazioni dei conflitti mi ha reso particolarmente sensibile. Ho la sensazione che l’Occidente si sia avvitato in una condizione mentale senza uscita per cui la guerra è tornata a essere considerata uno strumento normale dell’azione politica, nonostante la storia e l’immediato presente dimostrino il contrario. Dal 1945 ad oggi nessuna grande potenza è riuscita davvero a vincere una guerra e le conseguenze di ogni conflitto armato sono state più disastrose e gravose rispetto al passato. Lo strumento militare non produce quindi soluzioni stabili, eppure la mentalità della forza è penetrata nella propaganda. 

-Lei parla di una vera e propria “età della forza”.

Si assistiamo al ritorno di questa tendenza radicale e fallace in un contesto dominato da euforie belliciste profondamente preoccupanti ed inquietanti. 

-Quali ne sono le ragioni?

Il fatto che la logica della guerra permette di scaricare le responsabilità interne in politica estera e di leggere il mondo in modo binario: amici e nemici, noi e loro. Una soluzione tanto comoda quanto pericolosa. In questo senso siamo vittima di una malattia dello spirito e della politica che dobbiamo affrontare necessariamente. 

-Come si può parlare di pace in termini pragmatici senza apparire ingenui o collaborazionisti?

Partendo dal principio di realtà. Nel caso dell’Ucraina, l’aggressione russa è evidente e costituisce una responsabilità storica evidente di Mosca. Ma non possiamo nemmeno fingere che la Russia non esista o che scomparirà. Dobbiamo confrontarci con la Russia che c’è, non con quella che vorremmo. Essere realisti quindi significa cercare una soluzione ragionevole, limitare il conflitto e impedirgli di produrre conseguenze incontrollabili. Anche perché la guerra sottrae libertà di scelta persino a chi l’ha iniziata; solo la politica e la diplomazia offrono invece possibilità per affrontare queste sfide, non la forza. 

-Perché oggi l’ONU e le istituzioni multilaterali appaiono paralizzati?

In quanto l’ordine internazionale è stato scientemente messo da parte e sabotato dagli interessi delle singole potenze. L’ONU funziona solo se gli Stati che lo compongono vogliono farlo funzionare. In passato i segretari generali parlavano con tutte le parti in gioco; oggi spesso nessuno di esse vuole incontrarli. La crisi dei trattati di non proliferazione nucleare, il linguaggio militarista applicato alle migrazioni e il ritorno dei nazionalismi con caratteri imperiali sono il segno dell’indebolimento delle regole comuni. Un concerto di fattori che evidenziano lo scivolamento nel particolarismo nazionale contro progetti collettivi di dialogo e cooperazione. L’Unione europea resta in questo contesto uno dei pochi processi in controtendenza in cui pur nei loro forti limiti i ventisette Stati che la compongono continuano a confrontarsi e collaborare.

-Che ruolo hanno avuto gli Stati Uniti e Donald Trump nella crisi del multilateralismo?

Trump non è la causa, ma l’effetto di un processo più lungo. Il multilateralismo ha iniziato a indebolirsi quando le grandi potenze hanno pensato di poter agire da sole. Pensiamo alle conseguenze per l’ordine internazionale dell’unilateralismo degli anni Novanta di Bush e Clinton… 

Oggi viviamo in un’epoca di multipolarismo che non coincide con il multilateralismo ma con un nuovo concerto delle grandi potenze che archivia le logiche del passato. In questo contesto la Russia usa la forza militare con gli esiti che conosciamo, la Cina applica soprattutto strumenti economici per i propri disegni di influenza, mentre gli Stati Uniti cercano di mantenere la loro supremazia in modo ruvido e spregiudicato. E quando i grandi ignorano le regole, anche potenze medie come Turchia, Iran, Israele, Pakistan, India e Arabia Saudita cercano nuovi spazi di manovra. L’attuale crisi internazionale è dovuta pertanto al tramonto del multilateralismo e agli appetiti dei vari attori che vogliono acquisire più influenza e potere.  

-Perché le guerre contemporanee tendono a diventare permanenti?

Perché nessuno riesce più a vincerle, nessuno accetta di perderle e quindi continuano ad oltranza. Per questo le guerre si eternizzano. Il conflitto israelo-palestinese dura da quasi ottant’anni senza aver reso Israele più sicuro né ha avvicinato i palestinesi a uno Stato. Lo stesso rischio riguarda l’Ucraina: il fronte è sostanzialmente bloccato, ma si continua a morire combattendo con missili e droni. Per non parlare della situazione in Iran… Assistiamo pertanto ad un azzardo continuo che si gioca sulla vita delle persone.

Pre-registrati su bayramcosmopolitica.it

-Che cosa manca oggi nei tentativi di mediazione?

Manca il dialogo diplomatico. Iraniani e americani comunicano soprattutto tramite intermediari; europei e russi hanno interrotto i contatti diretti. Gli Stati Uniti, invece, hanno sì aperto canali con Mosca però senza coinvolgere pienamente gli europei che hanno ostacolato questo dialogo. Se non si parla con l’avversario, non se ne comprendono ragioni, timori e margini di concessione non si può creare una mediazione. Il dialogo, che è l’unica soluzione per risolvere questi conflitti, non va trattato con buonismo, ma con spirito pragmatico. Esso non risolve automaticamente i problemi, ma anzi richiede compromessi e la rinuncia di ciascuno a qualcosa. Ma senza politica e diplomazia non esiste soluzione.

-Come mai la politica trumpiana del “big stick” non funziona?

Perché nessuno è più considerato onnipotente. Ed anzi in questo contesto i soggetti più deboli hanno imparato a negare la vittoria ai più forti attraverso l’utilizzo di armi asimmetriche quali la guerriglia, il terrorismo o la resistenza prolungata. E questo fattore ha mostrato come la superiorità tecnologica non garantisca più il successo politico. Russia, Stati Uniti e Cina, in modi diversi, evitano, infatti, di assumersi fino in fondo le responsabilità politiche connesse al proprio ruolo. Chi con la guerra economica, chi con l’influenza politico-militare. 

-Su Domani ha scritto che Iran e Stati Uniti avrebbero più interesse a intendersi che a combattersi. In che modo?

Se ragionassero pragmaticamente. Così come ai tempi dello Scià Teheran e Washington hanno più da guadagnare nell’unirsi e collaborare piuttosto che da una guerra infinita. L’Iran si è progressivamente trasformato in uno Stato paria e la gestione dei propri alleati regionali è diventata per loro troppo costosa. Gli Stati Uniti rischiano invece di essere trascinati in un conflitto permanente seguendo senza limiti la strategia israeliana. Entrambi soffrono una forma di overstretching politico e militare di cui stanno pagando prezzi altissimi. La necessità di ridurre ciò potrebbe costituire un primo terreno di intesa.

-Quale ruolo può svolgere il Vaticano nel disordine internazionale?

La Santa Sede è rimasta una delle poche reti mondiali che difendono il vivere insieme e l’idea di un destino comune. Da Benedetto XV, che definì la Prima guerra mondiale un’“inutile strage”, fino a Francesco e Leone XIV, il magistero pontificio ha mantenuto una linea coerente. In controtendenza con le chiese ortodossi e alcune comunità protestanti che hanno sostenuto nuovi nazionalismi con connotati religiosi. La Chiesa cattolica invece non si schiera con un blocco, ma con tutte le vittime del mondo, senza gerarchie. In questo senso rappresenta un’ultima arca di umanità contro l’età della forza. E da cattolico non posso che condividere questa impostazione.

-È possibile costruire un’altra idea di sicurezza fondata sulla pace?

È necessario. Occorre ristabilire regole comuni e comprendere i bisogni di sicurezza di ciascuno: nessuno può definire unilateralmente la sicurezza degli altri. Cercando di ricostruire il dialogo e la collaborazione con i paesi al centro di questi conflitti dalla Russia all’Iran. Bisogna inoltre evitare ogni escalation nucleare. Come diceva Giovanni Paolo II, la pace è un cantiere sempre aperto: non uno stato miracoloso, ma un lavoro continuo. Bisogna lavorare con perseveranza a questo fine.

-Passiamo all’Africa. Come si costruisce la pace in un continente attraversato da conflitti e interferenze esterne?

Le guerre africane non sono più primitive o irrazionali delle altre. Spesso vengono semplicemente dimenticate. Il conflitto in Sudan, per esempio, è tra i più sanguinosi del mondo ed è alimentato da numerosi attori esterni. Tuttavia gli africani sono sempre più protagonisti del proprio destino. Io credo che europei, americani, russi e cinesi avranno progressivamente sempre meno spazio per decidere dall’esterno ciò che deve accadere nel continente.

-In quale settore l’Africa potrebbe assumere un ruolo globale decisivo?

L’Asia è entrata nella globalizzazione attraverso la manifattura; l’Africa potrebbe farlo attraverso l’agribusiness. È l’ultimo continente con enormi quantità di terra arabile ancora disponibile e il mondo avrà sempre più bisogno della sua produzione. Ma la principale forza africana sono i giovani: l’età mediana è circa diciannove anni, contro i circa quarantotto dell’Europa. Questa energia demografica deve trovare opportunità, formazione e lavoro e in questo senso i popoli africani cercheranno sempre più spazio nello scenario internazionale.

-Quale modello di cooperazione con i popoli africani dovrebbe adottare l’Italia in questo quadro?

L’Italia ha attraversato tre fasi: una statalista, fondata sulle grandi opere; una affidata soprattutto a fondazioni, Onlus e ONG; una terza, interpretata dal Piano Mattei, che deve integrare Stato, imprese e terzo settore. Secondo me è necessario continuare questo terzo sentiero in un’ottica bipartisan e cooperativa. 

-Come valuta il Piano Mattei?

Si tratta di un progetto che ha creato un sistema efficiente e necessario, che ora va implementato e attuato con maggiore incisività. E credo che tutto il sistema Italia dovrebbe cooperare in quest’ottica, superando le divisioni tra opposizioni e maggioranza, in un disegno comune. In questo quadro sanità e istruzione restano essenziali, insieme allo sviluppo di filiere produttive africane.

-Come procedere in questo sentiero?

Attraverso un impegno massiccio e di lungo periodo per la cooperazione evitando in ogni modo logiche estrattiviste. Le materie prime agricole, minerarie ed energetiche non devono essere semplicemente portate in Europa per essere trasformate. Devono essere lavorate in Africa, generando valore, occupazione e competenze locali. Servono pertanto partenariati reali tra governi africani, istituzioni italiane e imprese. Bisogna inoltre sostenere in questo progetto le piccole e medie imprese italiane, che spesso non possiedono le risorse o i mezzi per affrontare da sole un investimento rischioso di questo tipo. Lo Stato deve quindi predisporre garanzie e strumenti finanziari adeguati. Non siamo più ai tempi dell’IRI e l’Italia non può abbandonare le nostre imprese di fronte ad un dossier sempre più cruciale come quello africano. 

-Quale ruolo internazionale dovrebbe ritagliarsi l’Italia?

Quello di una media potenza capace di dialogare con tutti e di tutelare concretamente i propri interessi. Un esempio decisivo è di porsi come il principale difensore della sicurezza delle rotte dal Golfo di Aden al Mar Rosso, attraverso Bab el-Mandeb e Suez, fino al Mediterraneo. L’Italia è un’economia esportatrice e non dispone di uno sbocco diretto sull’Atlantico e per essa la libertà di navigazione è quindi vitale. Per garantirla dobbiamo negoziare con Egitto, Turchia, Sudan, Etiopia, Eritrea, Yemen e con gli attori presenti nell’area senza dogmatismi. In questo senso è necessario che l’Italia si posizioni come potenza di mediazione e di sintesi capace di agire pragmaticamente negli scenari limitrofi, specie nel Mediterraneo, in cui si gioca l’interesse nazionale. 

-E quanto è importante la diplomazia culturale?

È essenziale: l’umanesimo italiano e la valorizzazione dell’italofonia possono creare legami e fiducia dove gli strumenti tradizionali incontrano ostacoli. Rilanciare questi strumenti è doveroso.

I più letti

Gruppo MAGOG