La dissoluzione del Regno Unito

Nel cortile di Buckingham Palace l’Union Jack viene ammainata lentamente per l’ultima volta. L’insieme delle croci di San Giorgio, Sant’Andrea e San Patrizio scompare piega dopo piega, chiudendo la storia di uno Stato costruito unendo regni, nazioni, persino isole diverse. È una scena ancora soltanto immaginaria, ma non più inconcepibile. Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno oggi governi guidati da forze nazionaliste e, riuniti a Cardiff, hanno chiesto a Londra di aprire la strada a nuovi processi di autodeterminazione.

La necessità di uno Zar

Russia Unita ha vinto con quasi il 60% dei voti, come previsto da tutti. Eppure nessuna elezione è mai una pura formalità: la parvenza dell'esercizio democratico serve a legittimare il potere, anche quando il risultato non è in discussione. Quello che il voto non risolve è la crisi ideologica - il calice del Russkiy Mir si svuota, la guerra dura da 1700 giorni senza l'epica della Grande Guerra Patriottica, e i veterani che torneranno dal fronte peseranno sulla storia russa molto più di qualsiasi voto elettorale.

Il lusso di dire No

L'Islanda non ha bisogno dell'euro, gestisce da sola le proprie acque e ha un PIL pro capite tra i più alti al mondo. Il suo No all'Europa incarna il privilegio di chi può ancora permettersi di scegliere. Chi controlla le proprie acque, la propria valuta e il proprio modello di sviluppo fatica a vedere cosa l'Europa possa aggiungere. La lezione più scomoda per Bruxelles è proprio questa.

L'ultimo spettacolo di Beppe Grillo

Dal duello a distanza a colpi di video con Giuseppe Conte, reo di avergli scippato il movimento e di averlo istituzionalizzato tradendone i valori, alla pubblicazione sul proprio blog lo scorso 29 luglio di una dura invettiva contro la sua creatura politica, il visionario padre padrone del partito pentastellato è tornato a farsi sentire sulla scena politica del paese, ammiccando alle utopie libertarian dei padroni della Silicon Valley per solleticare l’elettorato antisistema M5S delle origini più refrattario alla "Grosse Koalition" col PD.

Tutti contro il 44%

La vittoria dell'Alternative für Deutschland (AfD) nella Sassonia-Anhalt non costituisce più soltanto una protesta circoscritta alla Germania orientale. Il muro edificato per contenerla non riesce più a impedirle di conquistare una legittimazione elettorale di massa. Tra gli accordi di palazzo, l’inquisizione morale e burocratica del vecchio potere, emerge una Germania profonda che pretende di ridisegnare il futuro della nazione. Il valzer dei perdenti sta per cominciare.

L'interesse europeo è un tabù

I paesi europei guardano a Est per non guardarsi dentro. La Russia è il nemico perfetto: abbastanza concreta da giustificare il riarmo, abbastanza esterna da accogliere la proiezione di fallimenti maturati altrove. Più agevole prepararsi alla guerra che rivedere i propri schemi mentali. La non-minaccia russa ricompatta in superficie ciò che si disgrega nel sottosuolo europeo: guerra fuori per non nominare il conflitto dentro. In questa contraddizione si colloca l’immigrazione: tabù innominabile, tema che non può essere affrontato senza il rischio di essere etichettati come nostalgici di un passato che non trova pace. Ma ciò che viene ignorato si incancrenisce.

Il Risorgimento è dimenticato

Appunti su una mancata politica storico-culturale: gli ottant'anni della Repubblica sono passati quasi inosservati, la targa inaugurata a Modena ha celebrato chi si oppose all'unificazione, i musei del Risorgimento sono vuoti. Mentre la Francia porta Marc Bloch al Pantheon e l'Iran inaugura statue di Shapur I, l'Italia ha smesso di raccontarsi. Senza un racconto condiviso, non c'è classe dirigente - solo una costellazione di corporazioni tribali che si autotutela.

Rivoluzione corsa

Dai fischi alla Marsigliese con Jacques Chirac presente alla morte in carcere di Yvan Colonna, dalla guerriglia del FLNC ai nazionalisti al governo dell'isola: la Corsica non ha mai smesso di resistere al centralismo francese. Oggi il percorso verso l'autonomia è formalmente avviato, ma il cammino è tortuoso, lo scetticismo diffuso e le linee di frattura ben visibili. Parigi concede poco e tardi, l'isola non dimentica.

Il grande reset fra Londra e Bruxelles

La Gran Bretagna guarda di nuovo ad un vecchio Continente in crisi. Mentre Jackson si riaffaccia a Washington, in ore che diventano sempre più buie, il populismo divampa ed intimorisce un sistema politico in vita da oltre un secolo. Ma a quale prezzo?

Il pride del Generale

Nel mese del Gay Pride, in Futuro Nazionale riemerge il nuovo orgoglio degli Anni Venti: la rivoluzione del piccolo-borghese dimenticato, di chi si percepisce scarto della società, espulso dalla sua classe sociale. Come Trump, Salvini, e tanti altri prima di lui, Roberto Vannacci punta fieramente sulla schiuma della terra e sui rifiuti della società. Coglie così uno dei sintagmi fondamentali della sintassi politica odierna: in un mondo in cui le opportunità sono infinite, la maggioranza rimane mediocre.

Fujimorismo in salsa democratica

Il ballottaggio del 7 giugno tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez si è chiuso con poche centinaia di voti di differenza, in un Paese che da dieci anni cambia presidente quasi ogni anno. Dietro lo stallo c'è una società profondamente spaccata: costa contro entroterra, capitalismo contro progressismo, la memoria del terrorismo di "Sendero Luminoso" contro quella delle sterilizzazioni forzate dell'era Fujimori. Il fujimorismo vince, ma consolidare il potere è affare ben più complesso.

Un partito-meme conquista l'India

Gli "scarafaggi" si sono organizzati. Quando un giudice della Corte Suprema indiana ha definito i giovani disoccupati che criticano le istituzioni "scarafaggi infestanti", non immaginava che in dodici ore sarebbe nato un partito, che in una settimana avrebbe raccolto venti milioni di follower e un milione di iscritti. Il "Cockroach Janta Party" dimostra che il digitale non è solo uno strumento di controllo, ma può ancora essere un'arma nelle mani di chi non ha nient'altro.
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