Teoria del partigiano Vannacci

Capire Roberto Vannacci attraverso Carl Schmitt rivela qualcosa che il dibattito corrente non coglie: non è un politico con un programma, ma una figura tellurica che si nutre dell'identificazione del nemico interno. La remigrazione, di conseguenza, non è una proposta percorribile, ma un grido di battaglia. Il 3,5% di sostenitori che, stando ai sondaggi, lo voterebbe cerca proprio questo: pura appartenenza.

La morte dell'OPEC

Il primo maggio gli Emirati Arabi Uniti sono usciti dall’OPEC, indebolendo fortemente le strutture economiche e finanziarie che sorreggono il Golfo. Questa decisione però non è solo frutto di un calcolo prettamente industriale e commerciale, ma deve essere osservata all’interno del ragionamento strategico di Abu Dhabi, che intende distanziarsi dall’Arabia Saudita e dal GCC, scrollandosi di dosso l’etichetta di partner junior, mirando a diventare un attore chiave delle dinamiche geopolitiche globali.

Non c'è più un piano per il 2027

La sconfitta nel referendum è stata il vero spartiacque di questa legislatura. Così ora Giorgia Meloni naviga a vista verso il 2027, mentre nei palazzi dell’opposizione circolano già le liste dei ministri. Donald Trump ha fatto saltare il banco: Conte vuole scalzare Schlein, D’Alema e Renzi vogliono fare i kingmaker, mentre l’unica ancora di salvezza si chiama Jordan Bardella.

Cosa sta succedendo in Mali

La perdita di Kidal segna un passaggio critico nella crisi maliana e ridefinisce la postura russa nel Sahel. La ritirata dell’Africa Corps evidenzia una strategia più selettiva, mentre attori jihadisti e tuareg sfruttano l’erosione del controllo statale. Ne emerge un sistema più frammentato, in cui sicurezza, risorse e alleanze si riorganizzano secondo logiche fluide, mettendo sotto pressione l’intero impianto regionale costruito negli ultimi anni.

Russi e ucraini combattono anche nel Mediterraneo

Una gasiera russa colpita da un barchino esplosivo ucraino nel Mediterraneo centrale, duecento militari di Kiev dislocati tra Misurata e Zawiya, istruttori ucraini a fianco dei ribelli tuareg nel Sahel: il conflitto si estende fino al giardino di casa italiano. Mentre Mosca consolida la propria presenza nel Fezzan e Eni annuncia nuove scoperte di gas al largo della Tripolitania, Roma si ritrova spettatrice in un teatro che non può permettersi di ignorare.

Non fare nulla e vincere

Nella terza guerra mondiale a pezzi, i cui frammenti si richiamano e si saldano l’uno all’altro, la Cina offre a Taiwan una pace con la pistola sotto il tavolo, valida solo finché le condizioni della riunificazione le decide la madrepatria, che resta “pacifica” soltanto se a stabilirne tempi, forme e limiti è Pechino. Intanto Washington, nonostante l’impegno in Medio Oriente, continua ad armare la deterrenza di Taiwan, che non appare affatto un corpo docile da traviare per l’Impero del Cielo. Vale la lezione di Sunzi: piegare l’avversario prima ancora della battaglia.

La Chiesa come contropotere

Nel surreale scontro fra Trump e Leone XIV emerge, ancora una volta, il vero volto del Vaticano. In epoca di polarizzazione il suo ruolo, intrinsecamente contrario alla politica di potenza, risponde ad una domanda diffusa e fondamentale: quella di moderazione e di dialogo morale. Che poi, alla fine, è la domanda di chi subisce il gioco delle grandi potenze.

Il campo largo non è un progetto politico

La politica italiana ha sempre dimostrato una capacità di adattamento sconfinata: coalizioni incoerenti tenute insieme dal magnetismo del potere, una classe dirigente occasionata più che edificata, vincoli esterni che definiscono a priori il perimetro del praticabile. Modalità di gestione del potere che hanno garantito stabilità finché anche il contesto lo era. Ora che l'ordine internazionale cambia struttura, quella stessa resilienza rischia di diventare il moltiplicatore della sua rigidità.

Quanto è profondo l'abisso

Il fallimento del negoziato tra Stati Uniti e Iran riapre il buio dell’incertezza, dove ogni scenario resta aperto e il conflitto può slittare dal semplice stallo all’incubo. La crisi mediorientale richiama una logica da Guerra fredda a ruoli invertiti, con Pechino al posto di Mosca, dove anche la ritrovata corsa americana allo spazio è una dimostrazione di superiorità davanti al rivale principale. Fattore più profondo resta l’orgoglio, o del bisogno statunitense di confermare il proprio status quando l’autostima vacilla.

Morto un Orbán se ne fa un altro

La vittoria di Péter Magyar in Ungheria determina la conclusione del governo di Orbán, che dopo sedici anni è stato vittima della condizione di isolamento politico in Europa nella quale è finito rimanendo fedele al fronte sino-russo. Il destino di Budapest è destinato a cambiare, con un allineamento a Bruxelles promesso (sinora a parole) e un allontanamento da Mosca.

Fine primo tempo

Mentre gli allarmi antiaerei risuonavano già in tutta la regione iraniana, la mediazione pachistana riesce a trovare un cessate il fuoco di due settimane. Lo Stretto di Hormuz verrà aperto durante le trattative. Uno spiraglio di pace che dà respiro ai mercati anche se l'accordo duraturo rimane una chimera.

Obiettivo Kharg

L’egemone potrebbe essere entrato in una trappola senza uscita, e sta studiando qualsiasi possibilità per portare a casa una vittoria, che pare però difficilmente raggiungibile. Lo sbarco dei Marines sull’Isola di Kharg è una soluzione valutata seriamente dall’amministrazione Trump. Un’operazione estremamente rischiosa, ma forse capace di svoltare il conflitto.
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