Il pride del Generale

Nel mese del Gay Pride, in Futuro Nazionale riemerge il nuovo orgoglio degli Anni Venti: la rivoluzione del piccolo-borghese dimenticato, di chi si percepisce scarto della società, espulso dalla sua classe sociale. Come Trump, Salvini, e tanti altri prima di lui, Roberto Vannacci punta fieramente sulla schiuma della terra e sui rifiuti della società. Coglie così uno dei sintagmi fondamentali della sintassi politica odierna: in un mondo in cui le opportunità sono infinite, la maggioranza rimane mediocre.

Fujimorismo in salsa democratica

Il ballottaggio del 7 giugno tra Keiko Fujimori e Roberto Sánchez si è chiuso con poche centinaia di voti di differenza, in un Paese che da dieci anni cambia presidente quasi ogni anno. Dietro lo stallo c'è una società profondamente spaccata: costa contro entroterra, capitalismo contro progressismo, la memoria del terrorismo di "Sendero Luminoso" contro quella delle sterilizzazioni forzate dell'era Fujimori. Il fujimorismo vince, ma consolidare il potere è affare ben più complesso.

Il sacrificio di Abramo

La guerra scatenata da Netanyahu e Trump contro l’Iran si è rivelata un grave smacco per la marina statunitense e per la supremazia regionale israeliana. Gli “Accordi di Abramo” sono stati sepolti, in un impeto di follia autodistruttiva, dal suo stesso principale beneficiario.

Gli Stati Uniti hanno dimenticato il catenaccio

Proprio mentre i mondiali aprono i battenti sul suolo americano, vale la pena ricordare che gli Stati Uniti hanno costruito la loro egemonia sulla pazienza: intervenire tardi, apparire come liberatori, mai come conquistatori. Dal 1989 si sono convertiti al gioco della Seleçao - attaccare ovunque, in ogni direzione, senza aspettare il momento giusto. Il risultato è una potenza che moltiplica i nemici e rischia di sperperare in pochi anni ciò che aveva costruito in duecento.

Lettere aperte, porte chiuse

La lettera di Zelensky serve a mostrare apparente disponibilità alla pace, a togliere argomenti agli americani che accusano Kyiv di voler prolungare la guerra, a parlare ai russi sopra la testa di Putin e a convincere gli occidentali che l’Ucraina può ancora far male. Letta da Mosca, non appare come una mano tesa, ma come una provocazione pubblica. Se lo scopo è una pace reale - non giusta - serve rovesciare i paradigmi che in quasi cinque anni hanno prodotto soprattutto un fallimento collettivo. Non si può pretendere che la parola parta sempre dagli altri. Può e deve cominciare anche da noi. Se la linea seguita non ha portato alla vittoria, né alla pace, né a un equilibrio più stabile, insistere è ottusità.

La scommessa americana nel Caucaso

Il 7 giugno gli armeni votano per il Parlamento, ma la posta in gioco supera i confini nazionali. Al centro vi è il TRIPP, ovvero il corridoio voluto da Washington che attraverso il sud dell'Armenia dovrebbe collegare l'Azerbaigian al Nakhchivan, marginalizzando Russia e Iran. Pashinyan parte favorito, ma il margine della vittoria sarà decisivo: una maggioranza ridotta potrebbe bloccare la revisione costituzionale richiesta da Baku e con essa l'intera architettura dell'accordo.

Un partito-meme conquista l'India

Gli "scarafaggi" si sono organizzati. Quando un giudice della Corte Suprema indiana ha definito i giovani disoccupati che criticano le istituzioni "scarafaggi infestanti", non immaginava che in dodici ore sarebbe nato un partito, che in una settimana avrebbe raccolto venti milioni di follower e un milione di iscritti. Il "Cockroach Janta Party" dimostra che il digitale non è solo uno strumento di controllo, ma può ancora essere un'arma nelle mani di chi non ha nient'altro.

La tempesta prima della calma

Vladimir Putin ha aperto inequivocabilmente alla possibilità di inaugurare un processo negoziale, dicendosi disposto ad accogliere rappresentanti dell’UE a Mosca che non abbiano speso parole ostili nei confronti della Russia. Anche Kiev afferma di essere pronta a sedersi al tavolo delle trattative, chiedendo però che i colloqui vengano effettuati in una Paese terzo. Le intenzioni degli attori sembrano lasciare intendere che il termine della guerra si stia avvicinando, nonostante i recenti avvenimenti sul campo di battaglia contraddicano questa possibilità.

Taiwan è in vendita

Decenni di equilibrio diplomatico attorno allo Stretto di Taiwan reggevano su un'ambiguità studiata e preservata con cura: Washington riconosceva Pechino ma garantiva Taipei. Oggi Trump sembra disposto a usare quell'equilibrio come merce di scambio, trattenendo forniture di armi e rifiutando di rassicurare l'isola in caso di attacco. Il capolavoro della diplomazia americana rischia di diventare la sua prima concessione strategica a Xi Jinping.

Hormuz è una questione mediterranea

Nel Medio Oriente acceso dal triangolo di fuoco composto da Stati Uniti, Israele e Iran, l’Italia deve fare la propria parte per preservare il suo interesse nazionale. La visita di Rubio riapre per Roma la possibilità di proporsi come terreno diplomatico della crisi. Per l’Italia, Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez e Mediterraneo appartengono allo stesso apparato circolatorio: se gli stretti si chiudono, noi soffochiamo dentro il Mare nostrum. La pace ci serve per evitare l’asfissia.

Tutti gli Occidenti possibili

Il solco aperto da Trump con tutti gli alleati europei, e infine anche con l’Italia, invita ad una riflessione più profonda. Sulle due sponde dell’Atlantico, diverse idee di Occidente, diverse idee di Europa. Meloni cerca di tenere assieme le due anime, mostrandosi contemporaneamente europeista e filoamericana, sebbene in patria la vorrebbero nazionalista. Un equilibrismo fra estremi difficile da mantenere. All’indomani del fallimentare bilaterale con Rubio è venuta la Giornata dell’Europa: un invito a scoprire e confrontare i molteplici percorsi paralleli che la Premier cerca di abbracciare simultaneamente.

L'America dopo Israele

Cresce oltreoceano la disaffezione per Tel Aviv ed il suo sodalizio con Washington: tra frustrazione, cambiamenti demografici e complotti, l’America di domani non sarà più il “fratello maggiore” di Israele.
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