Lo scenario internazionale sembra vittima di un clima di ambiguità e incertezza che non fa altro che esacerbare la crisi dell’attuale (dis)ordine globale. Dai tentativi di imposizione di una nuova prospettiva multipolare alla spigolosità di un rapporto transatlantico che sembra infettato nelle sue fondamenta, i pilastri del mondo nato dopo il 1989 sembrano subire prepotenti istanze revisioniste. La globalizzazione che si era posta, dopo la caduta del muro di Berlino, come il sentiero che avrebbe portato verso l’orizzonte del the world is flat (Thomas Friedman) e della end of history (Francis Fukuyama), si rivela per troppi obsoleta. E nonostante i suoi meriti dagli Stati Uniti, alla Cina, alla Russia si ipotizzano nuovi obiettivi e nuovi immaginari da realizzare. In questo contesto lo stesso rapporto transatlantico, sembra essere vittima di una pesante ristrutturazione e riformulazione. Vuoi per le spinte revansciste di Trump che sembra incarnare questo malessere americano nei confronti dei partner europei e segue la bussola dei dazi per sanare il twin deficit americano (nella bilancia commerciale e nella finanza pubblica). Vuoi per l’ostinazione dell’UE vittima di una crisi esistenziale, prima che politica, che la condanna ad un immobilismo velleitario da indecisa superpotenza burocratica.
Per meglio cogliere questi temi occorrere affrontare gli spunti e le visioni di un diplomatico di grande esperienza e visione come Sergio Vento, già ambasciatore negli USA, alle Nazioni Unite, in Francia e consiglieri di vari presidenti del Consiglio come Dini, Ciampi, Berlusconi e Amato. A tale fine lo abbiamo raggiunto nel suo studio romano circondato dai romanzi di Franzen e dalle biografie dei grandi del passato.
Interrogato dalle nostre domande Vento a margine della caduta di Bayrou e degli ultimi errori di Trump sulla scacchiera asiatica si è esposto sulla crisi della governance internazionale e della classe dirigente ad essa collegata: «Viviamo in un’epoca in cui molte leadership politiche sono contraddistinte da debolezze estreme che vengono mascherate da roboante velleitarismo. Una impostazione a cui spesso si aggiunge un alto grado di improvvisazione e impreparazione delle élites globali. È il caso di Vladimir Putin che nel tentativo di restituire alla Russia quel ruolo egemonico di grande potenza perduto con l’implosione dell’Unione Sovietica nel 1991 ha scatenato tre anni e mezzo fa un pernicioso conflitto le cui prospettive restano aleatorie e destabilizanti. È il caso del caos francese prodotto dalle scelte infauste del presidente Macron e dalla instabilità dei governi di minoranza da lui proposti. È il caso degli errori del presidente Trump che nell’obiettivo di spezzare i rapporti energetici tra la Russia e l’India ha avvicinato, almeno per il momento, quest’ultima alla Cina. Sebbene per anni gli USA hanno considerato l’India come un pilastro della propria strategia di contenimento economico e politico della Cina. Ed a tal fine avevano dato vita al Quad e avevano annunciato un percorso strategico, denominato la ‘via del cotone’, alternativo e antagonista alla via della seta. Il presidente Trump che sta cercando in questi mesi di raggiungere un’intesa con la Russia, ha, invece ora deciso – alquanto contraddittoriamente – di colpire proprio l’India, che da essa acquista fonti energetiche, tramite un raddoppio dei dazi (già pesanti). Ciò ha portato Modi a guardare sempre più a Cina e Russia nel quadro di una assertività asiatica o euroasiatica, evidenziata in occasione recente vertice della Shangai Cooperation Organization (SCO) a Tianjin, che mira a costruire un multipolarismo alternativo all’unilateralismo americano».
Secondo Vento la strategia Trump, con le sue politiche tariffarie aggressive, sta inoltre scavando un fossato tra Stati Uniti ed Europa. Europa e Stati Uniti appaiono, infatti, a suo avviso, oggi più diversi e distanti che mai. Non solo per le spigolosità e criticità a breve termine, ma soprattutto per la bussola di rivalità e controllo a medio e lungo termine proposta dall’amministrazione USA. Per Vento, infatti, una armonizzazione nel rapporto transatlantico non è ostacolata solo dalle uscite infelici o dalle ruvidità della dialettica Maga, ma soprattutto da dati strutturali concreti e prospettive critiche nel lungo periodo.
«Pensiamo alla battaglia per la libertà di parola lanciata da Vance a Monaco e alla vigilia dell’incontro con Farage. Essa – afferma l’ex ambasciatore negli USA – segna un tentativo di influenza di Washington sulle dinamiche politiche europee attraverso il sostegno a movimenti anti-sistema, euroscettici, di estrema destra come Afd di Alice Weidel in Germania, Reform UK in Gran Bretagna (scavalcando i divisi laburisti e i moribondi Tories), e con significative attenzioni in Francia ai movimenti di Marine Le Pen e Eric Zemmour, e in Spagna con Vox di Abascal. In tal modo l’amministrazione trumpiana destabilizza i suoi alleati europei attaccando ulteriormente il mainstream euroatlantico. Gli american values e interests sono quindi oggi molto diversi da quelli europei, con un pesante ridimensionamento della retorica valoriale liberaldemocratica».
Da un’analisi delle posizioni dell’attuale amministrazione emerge nettamente come gli USA trumpiani oggi vivano, secondo l’ex consigliere di Dini e Berlusconi, una nuova impostazione politica che alla strategia dei round commerciali (che ha portato alla nascita del G7 e al varo del WTO), preferisce una bussola neoprotezionista che punta a costruire aree di fair trade orientate al controllo economico. Si assiste quindi, secondo Vento, «ad un neoprotezionismo statunitense che unisce un forte dirigismo nazionalista con un ultraliberismo che propone deregolamentazioni e deburocratizzazioni per favorire le big Tech, e che si oppone violentemente ai tentativi europei di regolamenare e tassare queste ultime». Un’impostazione che vuole: da una parte il rientro dei capitali tramite una fiscalità incoraggiante business friendly e l’abbassamento dei tassi; e dall’altra vuole reindustrializzare gli Stati Uniti per recuperare, la produzione, i posti di lavoro, i capitali nazionali perduti durante la fase della globalizzazione. E su questo l’ambasciatore ha un presentimento non certo rassicurante: «Ho l’impressione che questo approccio neoprotezionista alla creazione di aree di controllo economico orientate al fair trade ai fini di un maggiore equilibrio delle bilance commerciali, non si esaurirà nel breve termine e che anzi abbia radici ben più antiche di Trump. Certo c’è la possibilità che una disfatta alle midterms election o di una rivincita democratica alle presidenziali del 2028 porti ad una correzione di rotta, ma si tratta sempre di una bussola a due o tre anni. E non è detto che in caso di successo di un presidente democratico – di stampo più sociale o johnsoniano – il sentiero di un maggiore isolazionismo o protezionismo venga del tutto meno. Anzi. Potremmo ritrovarci con una continuazione di queste politiche seppur con una narrativa più orientata al sociale e meno ostile all’Europa, ma affine nei contenuti».
Allo stesso tempo nel medio termine emerge quanto il binomio Trump-Vance guardi alla creazione di una nuova ideologia di governo molto complessa e non riassumibile nelle semplice categorie di populismo o nazionalismo.
«Trump unisce – spiega Vento – nella sua bussola il neoprotezionismo, con tendenze libertarie e una marcata bussola business oriented. Un approccio molto affaristico e realpolitik che è visibile sia nel rapporto con la Russia che con le petromonarchie. L’incontro di Anchorage ha un effetti sorvolato sul tema Ucraina concentrandosi con più concretezza su intese commerciali bilaterali, sul tema dell’Artico, su argomenti brutalmente concreti. Non è un caso che ci fosse insieme a Putin, Lavrov e altri esponenti del governo, proprio Kirill Dmitriev, capo del Fondo sovrano del Cremlino…». Vento, infatti, racconta che sta emergendo da fonti riservate come, durante l’incontro in Alaska, Putin abbia proposto che qualora Trump aiutasse Mosca a liberare i patrimoni russi congelati nell’UE questi sarebbero reinvestiti negli USA e nel buy american. Tema su cui Trump potrebbe essere molto sensibile. Un approccio affaristico del presidente USA che emerge anche dalla scelta di Steve Witkoff come inviato speciale degli USA, nei negoziati con la Russia e in Medio Oriente. Una figura che non viene dal mondo universitario, diplomatico, militare, ma appartiene al mondo imprenditorial-immobiliaristico come, del resto, lo stesso Trump. Oppure come si evince ancora dalla proposta trumpiana della Riviera di Gaza e dal rapporto con le petromonarchie. Un tema che secondo Vento è figlio delle nuove ambizioni e necessità insite negli ambienti USA che hanno sostenuto il leader newyorkese.

«Assistiamo quindi ad una America mercantilista in cui è in corso un patto tra tecnofeudatari della Silicon Valley e l’establishment imprenditoriale e industriale, per favorire un nuovo protagonismo internazionale. Un sodalizio mosso anche dal cambiamento strutturale che sta avvendendo nell’economia americana con le big tech che stanno cercando di invertire il paradigma gerarchico tra finanza e innovazione a vantaggio di quest’ultima». Per Vento gli USA di Trump non sono solo quelli dei forgotten men o dei falchi simil neocon alla Marco Rubio, ma soprattutto quelli dell’imprenditoria digitale, dei monopolisti visionari alla Elon Musk, Peter Thiel e Alex Carp, della nuova America cattolica e identitaria. E di queste tensioni JD Vance sembra essere l’espressione principale. Tanto da presentarsi in tal senso come un probabile candidato alla successione trumpiana.
Da questa parte dell’Atlantico la situazione è appesantita anche, da incognite meggiori…
«L’Europa vive una fase di pesante stagnazione gravata da dogmatismi e ideologie. Come conferma il vicolo cieco di voler costruire una politica di contenimento della Russia in Ucraina tramite le sanzioni. Una strategia che si è dimostrata completamente fallimentare. Specie tramite le triangolazioni o i legami di Mosca con India, Cina, Algeria e le repubbliche dell’Asia centrale. La via delle sanzioni, infatti, oltre a non isolare la Russia indebolirebbe ancora di più economicamente l’Europa». Allo stesso tempo, l’attenzione di Vento si è soffermata sul discorso sullo stato dell’Unione di Von Der Leyen. «Toni autoreferenziali e miopi. Dire che in un accordo di pace tra Russia e Ucraina, dovrà essere previsto da parte di Mosca il pagamento per finanziare il rafforzamento della sicurezza e della difesa ucraina è semplicemente assurdo. Nonostante sia concettualmente giusto avanzare la proposta degli indennizzi per la ricostruzione è completamente impensabile porre queste condizioni sul piano militare per raggiungere la pace. Come si può, infatti, pensare che di fatto la Russia finanzi il riarmo militare ucraino…».
Per quanto riguarda il quadro generale per l’ambasciatore la linea dell’Unione Europea sembra ora vittima di una perniciosa autoreferenzialità. L’idea dell’Europa come unica detentrice dei valori liberaldemocratici ed arroccata su una presunta superiorità morale rispetto alle autocrazie e agli USA trumpiani, sembra solo una pretesa che mira ad assolverne l’immobilismo e l’irrilevanza sul piano internazionale. «L’approccio eurolirico si sta traducendo in una sorta di autoipnosi narcisistica, come emerge dai moniti di Von Der Leyen, che tenta così di sminuire le grandi sconfitte dell’attuale Commissione sul terreno della transizione green e dei ritardi nelle tecnologie dell’intelligenza artificiale. Come denunciato dal rapporto Draghi, che viceversa preconizza investimenti pubblici e privati per l’innovazione e la competitività. Viceversa mentre si celebra il primato dell’Europa rispetto al MAGA e alle autocrazie, sottolineando il ruolo dell’Unione come depositaria della tradizione liberaldemocratica, del welfare state, dell’equilibrio sociale dei paesi UE, assistiamo, invece, al passaggio verso un modello militare-industriale che assirbe le risorse destinate allo stato sociale». Per Vento, queste contraddizioni europee sono evidenti anche nell’approccio rinunciatario nel rapporto con gli Stati Uniti (sia sulle big tech che sulle provocazioni trumpiane) come purtroppo hanno confermato gli accordi sottoscritti in Scozia ad agosto.
C’è poi, per l’ambasciatore un ulteriore paradosso.
«Gli Stati Uniti hanno ottenuto al vertice NATO di giugno un aumento delle spese militari al 5% del pil mentre al tempo stesso negoziano con Putin. Tale aumento della spesa militare si presenta quindi non per contrastare la Russia, ma per sostenere l’industria della difesa americana con le esportazioni di F-35, batterie Patriots e missili Himars. Pertanto per Trump l’obiettivo del 5% sembra non essere un’operazione strategica (per il contenimento di Mosca o di altri rivali), ma una operazione economico-commerciale per rovesciare sugli europei l’onere della spesa e riequilibrare il saldo della bilancia commerciale transatlantica. Tutto ciò – prosegue Vento – avviene però mentre in Europa emerge l’incompatibilità di bilancio tra riarmo e stato sociale. Anche perché il vero nodo non consiste nell’aumento della spesa militare (che già ha raggiunto, nel 2024, quasi 400 miliardi di euro), bensì la sua razionalizzazione sotto il profilo industriale e della ricerca tra i paesi membri dell’UE. Si preannuncia pertanto una prospettiva di forte instabilità politica, economica e sociale, evidente in Francia e latente in Germania, e di isolamento strategico sul piano globale».
In questo caso, come l’ambasciatore aveva anticipato nel suo ultimo saggio (Il XX secolo non è mai finito. Transizioni e ambiguità, edito Rubbettino), al fallimento degli ideali della globalizzazione si associa il ritorno del clash of civilizations di huntingtoniana memoria con l’ascesa di “nuovi nazionalismi con caratteri imperiali”. Il modello liberaldemocratico e globale si trova quindi in un profondo stato di crisi contro cui le antiche e nuove civiltà si muovono per minarne il primato.
«Pensiamo al nazionalismo panrusso di Putin con caratteri neozaristi, alla visione sinocentrica e neoconfuciana del comunismo di Xi Jinping (che sposa tradizionalismo cinese e marxismo), all’induismo nazionalista di Modi, alla Turchia neo-ottomana e panturanica di Erdogan. Ma soprattutto pensiamo all’America di Trump e Vance poggiante sulla bussola delle nuove frontiere (digitali, spaziali, post-umane), sul continentalismo americano dalla Groenlandia alla Patagonia e sull’identarismo con seduzioni tolkeniane e herbertiane. Un disegno che sembra guardare alla creazione di un ‘nuovo secolo americano’ ben diverso da quello sognato dai neocon». Si assiste quindi all’ascesa di tensioni neoimperiali che con le loro urgenze revisioniste stanno dando seguito a una ricalibrazione degli equilibri internazionali. Oggi infatti il rapporto USA-UE non è minato da piccole querelle tariffarie come nel Trump 1, ma da una messa in discussione di un certo universalismo occidentale che in pochi sembrano aver colto. «E mentre i macro-nazionalismi con caratteri imperiali, risvegliati dopo la crisi della globalizzazione, competono per occupare crescenti spazi sulla scena internazionale, l’Europa dei micro-nazionalismi e dell’eurolirismo si conferma un sofferente gigante economico e un velleitario nano politico».