OGGETTO: Il Ministero del Futuro deve vivere nel presente
DATA: 01 Novembre 2026
SEZIONE: Politica
FORMATO: Visioni
AREA: Italia
Prevedere vuol dire estendere il passato, e quando i modelli si regolano sui dati finiscono per conservare invece di inventare. La proposta è di rovesciare la sequenza: decidere prima il Paese che si vuole abitare, fatto di legami, natura e prosperità, e solo dopo ricorrere a dati e previsioni per capire come arrivarci. Indicatori di benessere accanto al PIL e una rete di laboratori locali sono i primi strumenti concreti di un Ministero che comincia adesso.
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L’articolo che ha aperto questo dibattito parte da una constatazione che condivido. Come accadde nei secoli dell’Età Assiale, il futuro è tornato a gravare sul presente, e lo fa in un’epoca in cui l’eccezione è diventata la regola e i dati, per quanto abbondanti, spiegano sempre meno. Le istituzioni su cui contiamo per orientarci, dalle statistiche alle banche centrali ai mercati, misurano con grande rigore ciò che è già successo. Gli autori pensano a un’istituzione capace di leggere ciò che sfugge ai numeri, i segnali deboli, le paure e i desideri collettivi, lungo un percorso che va dal dato alla previsione e dalla previsione all’immaginazione. È su questo punto che vorrei spingermi un po’ più in là. Anche i segnali deboli, per quanto sottili, sono tracce di qualcosa che sta già accadendo, e un’immaginazione che arriva per ultima, dopo il dato e la previsione, rischia di restare una previsione più raffinata. Proverei a rovesciare la sequenza, partendo da ciò che vogliamo costruire e ricorrendo a dati e previsioni solo dopo, per capire come arrivarci.

Il dubbio nasce dal significato di previsione. Prevedere vuol dire, in fondo, prendere una serie storica e prolungarla. È un esercizio utile finché il mondo di domani assomiglia a quello di ieri, e diventa inaffidabile quando arrivano rotture che nessuna serie storica contiene, come una tecnologia che cambia il lavoro, una guerra, una crisi climatica. C’è anche un effetto meno visibile. Quando governi, imprese e mercati si regolano sugli stessi modelli, quei modelli finiscono per avverarsi, e così l’iperstizione di cui parla l’articolo lavora al contrario, conservando invece di inventare. Un algoritmo che estende il passato ci consegna un futuro costruito con il materiale di ieri. Lo stesso vale per chi, invece di prolungare il passato, vorrebbe riportarlo in vita, tornando a un ordine o a un’epoca che considera migliore. Chi prevede proietta in avanti le tendenze di ieri, chi rimpiange vorrebbe ricostruire il mondo di ieri, e in entrambi i casi è il passato a stabilire che cosa sarà possibile domani.

Yuval Noah Harari ha raccontato come i Sapiens siano riusciti a cooperare su vasta scala credendo insieme in cose che ancora non esistevano, dalle nazioni al denaro ai diritti. Se ha ragione, e penso che l’abbia, la domanda politica che conta oggi riguarda meno quello che accadrà e più quello che vogliamo far accadere. Partire da zero, in questo senso, non vuol dire buttare via tutto. Vuol dire rimettere in ordine le domande. Da decenni ragioniamo partendo dai mezzi: arriva una tecnologia e ci chiediamo come adattarvi la società. Sarebbe più sensato fare il contrario, decidere prima dove vogliamo andare e poi valutare ogni strumento per quanto ci aiuta ad arrivarci. Jiddu Krishnamurti parlava di una “libertà dal conosciuto”, lo sguardo di chi prova a vedere le cose senza filtrarle attraverso la memoria. Un’istituzione dedicata al futuro dovrebbe esercitare qualcosa di simile, mettendo per un momento da parte le serie storiche per chiedersi che cosa valga la pena costruire.

La mia risposta tiene insieme tre cose. La prima sono le persone e i legami tra loro. Il benessere di una società dipende dalla qualità delle relazioni che rende possibili più che dalla quantità di beni che produce, e il fatto che Regno Unito e Giappone abbiano sentito il bisogno di un ministero per la solitudine dice parecchio su ciò che il progresso si è lasciato dietro. Restituire tempo, presenza e fiducia ai rapporti umani dovrebbe essere il primo obiettivo. La seconda è la natura, che troppo spesso trattiamo come un vincolo o una voce di costo quando è la condizione di tutto il resto. Jean Giono, nell’Uomo che piantava gli alberi, racconta di un pastore che per decenni pianta querce in una valle spoglia dell’Alta Provenza, finché nella valle tornano l’acqua, i villaggi e la gente. È una storia che parla anche di metodo, perché mostra un futuro fatto di gesti piccoli e ostinati, avviati senza aspettare che qualcuno ne calcolasse le probabilità di successo. La terza è la prosperità, che va distinta dalla crescita. La crescita si misura in quantità, la prosperità nella capacità di una comunità di vivere bene e a lungo. Non a caso un’etimologia antica la avvicina a spes, la speranza. Politica, tecnologia, intelligenza artificiale e imprese andrebbero giudicate in base a quanto servono questi fini. Sull’intelligenza artificiale, per esempio, ci chiediamo quasi sempre che cosa sappia fare; varrebbe la pena chiedersi che cosa vogliamo che faccia per le persone, per i loro legami e per la terra.

Da queste idee ricaverei, per il Ministero, qualche indicazione pratica. I suoi pareri dovrebbero cominciare descrivendo il Paese che vorremmo abitare, e solo dopo occuparsi di come arrivarci. Accanto al PIL, dovrebbe dare peso a misure che oggi restano ai margini delle decisioni. L’ISTAT raccoglie da anni gli indicatori del benessere equo e sostenibile, ma contano poco quando si scrive una legge di bilancio. Servirebbe sapere quanto tempo le persone riescono a dedicare agli altri e quante vivono sole, in che stato sono i suoli, le acque e i boschi di un territorio, e quanta della ricchezza prodotta resta davvero nelle comunità che la generano. Sono grandezze più difficili da misurare del reddito, ma dicono molto di più su come vive un Paese.

Il secondo strumento sarebbe una rete di laboratori locali, come un borgo che prova a ripopolarsi, una scuola che ripensa il suo rapporto con il quartiere, una cooperativa che riporta l’agricoltura su terre abbandonate. Il Ministero dovrebbe cercarli, finanziarli con continuità e studiarne i risultati, accettando che alcuni falliscano e che altri diano frutti solo fra vent’anni, come gli alberi del pastore di Giono. Quelli che funzionano potrebbero diventare, col tempo, politiche nazionali. L’articolo si chiudeva dicendo che il Ministero del Futuro è, in realtà, un ministero del presente. Camus, nell’Uomo in rivolta, ha scritto che la vera generosità verso l’avvenire sta nel dare tutto al presente. Partire da zero, alla fine, vuol dire cominciare adesso.

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In queste settimane, sulle colonne digitali di Dissipatio, apriremo un ampio dibattito su temi, ruolo e struttura che il Ministero del Futuro dovrà affrontare,  assumere e avere. Se hai idee, allucinazioni oppure proposte da sottoporci scrivici a ministerodelfuturo@dissipatio.it. Se riterremo il contenuto valido sarà nostra premura ricontattarti per pensare insieme i prossimi passi da compiere.

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