Le statistiche parlano chiaro. Secondo Pew Research Center, migliaia di pagine online non esistono più: il 23% di quelle che erano accessibili nel 2013 oggi non lo sono più. Di quelle accessibili nel 2023, l’8% è già defunto. Il pozzo senza fondo di informazioni che Internet prometteva di essere nei primi anni Duemila inizia a diventare un deserto digitale. Altre volte, invece, è Internet a voler essere dimenticato. È la teoria del link rot: quando si cerca di aprire una pagina e appare la scritta not found, secondo la teoria potrebbe non trattarsi di un problema di connessione, bensì di una ricerca sgradita ai bot per molteplici ragioni. Proprio i bot sono i nuovi abitanti di Internet: oltre la metà del traffico digitale, il 51%, non è umano. Questo significa che una parte consistente della rete è attraversata da programmi automatici che indicizzano, copiano, archiviano o eliminano contenuti, contribuendo a modificare nel tempo ciò che rimane accessibile e ciò che, invece, scompare silenziosamente dalla memoria digitale.
Ma prima che gli analisti raccogliessero dati, sulla piattaforma 4Chan già si parlava della cosiddetta Dead Internet Theory. Era il 2021. Nella bacheca esoterica di Agora Road, Macintosh Café, apparve un post intitolato “Dead Internet Theory: la maggior parte di Internet è falso”. L’utente affermava che tra il 2017 e il 2018, anni in cui la crescita esponenziale dell’intelligenza artificiale era ancora inimmaginabile, la presenza umana stesse svanendo dai forum di fronte a risposte macchinose riconducibili a bot.
L’immaginario di un web totalmente robotizzato ha portato nella mente dei complottisti fantasie oscure: manipolazione dei governi, offuscamento delle notizie, censura invisibile e campagne coordinate di propaganda. Invece, le ripercussioni di social media automatizzati sono molto più sottili. Agiscono lentamente, modificando il linguaggio, le abitudini e il modo stesso in cui percepiamo il consenso e la realtà. La Dead Internet Theory è considerata più che plausibile, quasi un fatto, nel social simbolo del consumismo digitale: TikTok. Video di pochi secondi, concetti compressi, umorismo sconclusionato. La sezione commenti di ogni contenuto virale sembra sempre la stessa. Migliaia di utenti commentano utilizzando una gamma ristretta di battute e sticker, eppure ciascun commento vanta un numero spropositato di like che innescano un meccanismo tipico della psicologia di massa.
Secondo uno studio di Influencity, basato sul monitoraggio di 5.000 profili di content creator, il 23% dei follower dei maggiori influencer è composto da profili falsi acquistati. Tuttavia, in un mondo dove il consumismo è un dovere, l’idea che delle aziende paghino per rendere famose le proprie pagine social non fa notizia. Di conseguenza, più che ignorare l’esistenza di un possibile Internet svuotato, pur di trarne beneficio gli utenti ne sottovalutano i rischi. Ironizzano di fronte ai segnali più evidenti dell’intelligenza artificiale, chiamandoli AI Slop, espressione che rappresenta i contenuti artificialmente generati di basso livello.

La saturazione di questi slop sta portando Internet in uno stato di enshittification, ovvero un decadimento demenziale delle piattaforme ospitanti. Grazie a un pubblico fidelizzato o artificiale, la qualità dei contenuti viene superata dalla quantità. Ma è un fenomeno non si limita ai soli social media. Si estende a qualsiasi tipologia di azienda, ormai arrivata a delegare anche le mansioni più importanti all’intelligenza artificiale. L’enshittification è ordinaria amministrazione nella filosofia della Silicon Valley, secondo le parole di Cory Doctorow, ideatore del termine stesso. Le big tech vivono con il mito del lavoratore instancabile, portatore di guadagno a prescindere dal risultato, ma la cerchia del Macintosh Café ci è arrivata troppo tardi.
L’AI Slop finisce per avere un effetto paradossale: si ride dei suoi errori e della sua goffaggine, ma proprio questa ironia distrae dall’artificialità delle reazioni e dal codice espressivo schematico che le piattaforme stanno normalizzando. Il lessico digitale inizia a essere assimilato nel quotidiano, fino a lasciare in bocca un miscuglio di termini anglosassoni, storpiature e frasi sospese. Il vero campanello d’allarme di questa storia non è l’ipotetica alba di un nuovo analfabetismo, ma ciò che ha comportato il venir circondati da bot: la solitudine. La socialità, anche se digitale, portava quel confronto che permetteva agli utenti, che prima di tutto erano persone, di valutare le proprie convinzioni e soprattutto di provare dubbi. Trovarsi da soli in un universo di siti, applicazioni e post generati da macchine è ciò che ci rende più deboli in un mondo che cambia. Dopo i dogmi, il gusto e la socialità, cosa verrà portato via al genere umano? E soprattutto, chi sarà a strapparglielo?