Siamo un Continente sotto assedio

In un mondo segnato da polarizzazioni interne, crisi della democrazia e pressioni esterne generate dall’universalismo occidentale, l’Europa appare un vaso di coccio tra potenze inquiete e identità in conflitto. Per evitare nuove derive e preservare la propria autonomia culturale, il Continente deve recuperare realismo, responsabilità e la propria tradizione di saggezza storica, coltivando dialogo, misura e limiti nel potere, per navigare un ordine globale sempre più instabile e imprevedibile oggi.

La svolta nazionalista in Iran

La presentazione del monumento a Re Shapur I a Teheran segna un cambio di paradigma nella narrazione iraniana: dal predominio religioso alla valorizzazione del passato imperiale e del sentimento nazionale. In un momento di isolamento e difficoltà economico-militari, la Repubblica Islamica riscopre le glorie persiane per rafforzare il fronte interno, riaffermare l’orgoglio nazionale e lanciare un messaggio di resistenza all’Occidente.

Effetto Mamdani

Laddove in passato le alte sfere del Partito Democratico statunitense sono riuscite ad inquadrare la propria base in una struttura organizzativa a rigida vocazione gerarchica, neutralizzandone di volta in volta le istanze più spinte in favore di un moderatismo da molti percepito come letargico, la schiacciante vittoria di Zohran Mamdani dimostra in maniera plastica l’efficacia di un approccio bottom up, spontaneo e grassroots nel promuovere una linea politico-ideologica per diversi aspetti agli antipodi dell’ortodossia liberal.

Il baricentro tedesco

La crescente fragilità dell’Unione Europea ridefinisce gli equilibri continentali, con una Germania che, tra potenza industriale e disciplina fiscale, tenta di affermare una nuova centralità strategica. Mentre Londra consolida l’asse nordico e Parigi appare indebolita, Berlino si prepara a guidare la trasformazione militare ed economica dell’Europa post-Brexit.

Narrazioni e simboli nello spazio globale

I codici simbolici della geopolitica cambiano nel tempo e nello spazio. In un mondo multipolare, la competizione strategica si gioca anche nel dominio immateriale delle idee. Un’analisi comparata tra contesti e momenti storici diversi ci aiuta a capire come gli attori costruiscono il proprio ruolo nel sistema internazionale.

L'Essequibo a un passo dal baratro

Georgetown, notte tropicale. Le luci giallastre dei moli si riflettono sull’acqua torbida dell’Atlantico, mentre le sagome delle petroliere ExxonMobil attendono al largo. Da quelle stive colme di greggio nasce la nuova ricchezza della Guyana, piccolo Stato ex colonia britannica che in pochi anni è passato dall’anonimato geopolitico a diventare la potenza emergente dell’energia sudamericana. Ma a poche centinaia di chilometri, oltre il fiume Essequibo, Caracas sogna la riconquista. Oggi, nel cuore dell’Amazzonia, il Sudamerica rischia di aprire un nuovo fronte di guerra.

Roma sul filo dell'impossibile

Nessuno dispone di libero arbitrio illimitato. Né i singoli né i popoli. L’idea di scegliere fuori dai vincoli è un mito moderno, quando nella realtà prevalgono il determinismo dei bisogni e della geografia. Di conseguenza le nostre opzioni sono inevitabilmente limitate: le danno il luogo in cui nasciamo e viviamo, le alleanze, le dipendenze materiali. Possiamo scegliere, ma dentro cornici che non scegliamo. Per questo l’Italia cammina sul filo. Il rapporto con Israele e con il Nord Africa obbedisce solamente ai dettami della geografia e dell'istinto di sopravvivenza che, volenti o nolenti, impone linee di condotta molto diverse a quelle a cui siamo abituati.

Il tratto messianico dei conflitti odierni

Nel Medio Oriente si combatte un conflitto privo di razionalità politica e guidata da visioni religiose e punitive. Trump, Netanyahu e Khamenei ne incarnano i protagonisti, ciascuno spinto da una missione ideologica o divina. I loro centri di potere, pur consapevoli dei rischi di un conflitto totale, sembrano destinati allo scontro, sospinti da fanatismi, calcoli di potere e profezie apocalittiche che minacciano l’equilibrio mondiale.

Lo Stato come ostaggio

Ogni autunno, a Washington, la stessa liturgia si ripete: bilancio bloccato, agenzie federali ferme, impiegati senza stipendio. È lo shutdown, una crisi apparentemente amministrativa che cela una verità più profonda: gli Stati Uniti non stanno semplicemente “spegnendo” il governo, ma stanno usando il suo arresto come strumento di potere interno e leva di pressione geopolitica.

Opalescenza strategica africana

L’Africa si impone come nuovo pivot geopolitico, non più pedina del Risiko globale ma attore autonomo. Già Céline ne aveva colto l’opacità quotidiana, irriducibile a categorie eurocentriche. Oggi questa opalescenza strategica rivela tattiche leggibili ma logiche profonde inaccessibili. L’Occidente, imprigionato nei suoi schemi coloniali e postcoloniali, deve rinnovare strumenti e linguaggi per comprendere un continente che ridisegna i propri confini politici, economici e culturali.

Erdoğan ha le carte

La geopolitica non è mai statica, e la recente evoluzione dei rapporti tra potenze globali lo dimostra con forza. L'inasprirsi della competizione tra Stati Uniti, Russia, Cina e Iran, unito al disimpegno parziale delle superpotenze, sta rimescolando le carte a livello internazionale. La Turchia, astuta e pragmatica, sta sfruttando queste dinamiche per consolidare il suo ruolo, sia in Medio Oriente che in Ucraina.

Nicolas Sarkozy, la Libia e il fallimento mediterraneo

La guerra in Libia del 2011, spinta dall’iniziativa francese di Nicolas Sarkozy, rappresenta uno snodo cruciale nella geopolitica del Mediterraneo: per la prima volta l’Europa ha agito senza attendere gli Stati Uniti, tentando di affermarsi come potenza strategica autonoma. Ma, a tredici anni di distanza, le conseguenze dell’intervento si mostrano devastanti: la Libia è un Paese frammentato, l’intera regione è destabilizzata e l’Europa ha perso credibilità e influenza.
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