Le logiche della guerra economica stanno travolgendo la nuova competizione tra potenze. Dalle conseguenze globali del caso di Hormuz in Medio Oriente all’uso dei droni nel conflitto in Ucraina per destabilizzare le catene logistiche e del valore di Mosca fino alle rivalità fra gli europei, le logiche di intelligence applicate all’economia stanno ridefinendo il grande gioco tra Imperi e Nazioni. In questo quadro, di fronte alla crisi del motore franco-tedesco (dal fallimento del FCAS alle diffidenze sul riarmo di Berlino), in molti rilanciano la collaborazione tra paesi latini in nome di una maggiore compatibilità strategica e culturale. Per affrontare questi nodi abbiamo raggiunto Christian Harbulot tra i più autorevoli economisti e politologi francesi, direttore e fondatore della Scuola di Guerra Economica (EGE) e direttore associato di Spin Partners Consulting, già Consigliere personale di Henri Martre al Commissariat Général du Plan, il cui rapporto omonimo è considerato fondativo per l’intelligence economica francese.
-La guerra in Iran ha messo in evidenza alcune vulnerabilità delle economie europee e, più particolarmente, delle economie asiatiche. Quale lezioni dobbiamo trarne?
L’operazione offensiva condotta dagli Stati Uniti e da Israele contro i Guardiani della Rivoluzione in Iran ha rivelato qualcosa che avevamo dimenticato: la guerra economica, in tempo di guerra, esiste.
Essa non esiste solo come economia bellica, cioè come messa al servizio dell’esercito di mezzi industriali, armi e munizioni. Ma si tratta di strategie di condizionamento in cui il fattore economico diventa essenziale nelle dinamiche del conflitto. Pensiamo al blocco di Hormuz che attraverso una forma di ricatto economico ha cristallizzato la tensione e paralizzato una parte del commercio mondiale, con pesanti ricadute nelle opinioni pubbliche nazionali. Occorre, quindi, ricordare che la guerra economica non sostituisce, ma spesso equipaggia e condiziona quella militare. La vicenda del blocco iraniano e del contro blocco americano, e degli effetti di queste belle opinioni pubbliche, ne sono una dimostrazione.
-Come devono comportarsi le democrazie occidentali in questo quadro?
La prima cosa da dire è che è impossibile riconoscere il regime dei Guardiani della Rivoluzione come interlocutore legittimo. Se lo si fa, allora bisogna essere pronti a riconoscere tutti i regimi che si comportano nello stesso modo. Questo non è un dettaglio, ma rischio sistemico che potrebbe rafforzare anche gli altri sistemi autocratici.
Non si comprende, del resto, perché oggi si debba dialogare normalmente con un regime responsabile di una repressione violenta contro il proprio popolo che dovrebbe essere, invece, emarginato sul piano internazionale in quanto privo di una vera legittimità. Non si può negoziare normalmente con loro sul diritto di passaggio nello stretto di Hormuz, sulla questione nucleare o sulla distruzione di Israele come obiettivo strategico. Bisogna prendere una posizione. Io faccio parte di quelli che non lo accettano. Per me, i Guardiani della Rivoluzione, come Hamas dopo il 7 ottobre, sono usciti dalla zona dal perimetro degli attori con cui si può dialogare e negoziare.
– Alla luce delle tensioni commerciali tra le due sponde dell’Atlantico, alimentate dai dazi e dall’affermazione del nazionalismo trumpiano, quale via intraprenderà l’Europa?
Si tratta di un problema essenziale. La guerra in Ucraina e la crisi del Medio Oriente hanno rivelato la debolezza europea e la dipendenza strutturale del continente dagli Stati Uniti. Trump considera l’Europa un’area subordinata a Washington, priva di reale autonomia strategica; e gli Stati Uniti, oggi, non sembrano disposti ad accettare un’Europa autonoma sul piano militare, diplomatico e soprattutto economico.
Questa dipendenza esiste dalla fine della Seconda guerra mondiale, anche se non è mai stata pienamente riconosciuta dai poteri politici europei. A mia conoscenza, l’unico leader ad averla contestata seriamente fu il generale de Gaulle tra il 1958 e il 1965. De Gaulle cercò di ridurre la dipendenza francese dalle major petrolifere anglosassoni, impose vincoli alle multinazionali americane, ritirò la Francia dalla struttura militare integrata della NATO e mise in discussione la debolezza del dollaro rispetto all’oro.
A parte de Gaulle, chi ha davvero denunciato questi problemi e provato a ridurre la dipendenza europea dagli Stati Uniti? Quasi nessuno. Negli ultimi anni questa dipendenza, a lungo rimossa, è diventata evidente ed è stata persino rivendicata da Trump come arma di condizionamento. Però occorre essere chiari, questa visione non è solo di Trump. Non è detto, infatti, che con un presidente democratico la situazione sarebbe diversa. Già Obama guardava soprattutto alla Cina, non all’Europa, e lo stesso vale per Biden e per molti suoi consiglieri.
Siamo quindi ad un bivio: vogliamo continuare lungo la linea tracciata dopo il 1945, oppure cambiamo? E, se cambiamo, per costruire quale tipo di autonomia europea? Al momento sento molto rumore, ma pochissime proposte concrete.
-Quali sono i principali limiti del vecchio continente su questo tema?
L’Europa oggi è condizionata anche dall’atteggiamento della Germania, che manifesta una volontà di potenza, soprattutto militare, rivendicando progressivamente una leadership sulla difesa dell’Europa, che però non coincide necessariamente con una difesa europea o un disegno comunitario. Anzi.
Abbiamo quindi due problemi: la dipendenza dagli Stati Uniti e il protagonismo della Germania che rivendica leadership militare sull’Europa. In Francia siamo molto imbarazzati di fronte a entrambe le questioni. Non sappiamo ancora trovare una soluzione che porti a una vera autonomia strategica europea, e il governo francese finge che il motore franco-tedesco continui a funzionare normalmente, cosa che non è affatto vera. Pensiamo solo agli ultimi sviluppi.
-Come gli europei possono superare questa paralisi?
Ritengo sia necessario che Paesi come Italia, Francia, Spagna e Portogallo, in particolare i Paesi latini, ma non solo, inizino a dialogare seriamente dopo le elezioni presidenziali francesi. Al momento con Macron non vedo possibile un dialogo coerente. Bisogna chiedersi se esista un asse di autonomia strategica e quale possa essere. E bisogna anche ragionare su come contenere o ricondurre in questo perimetro la Germania, che si è avviata verso una nuova politica di potenza estremamente preoccupante.
– Secondo lei, il ruolo crescente delle oligarchie digitali e la capacità trasformativa dell’intelligenza artificiale rischiano di ridefinire, persino di soppiantare gli equilibri di potere degli Stati, oppure assistiamo piuttosto a una forma di neo-mercantilismo nella quale questi attori diventano gli strumenti di una nuova politica di potenza?
Credo ci troviamo in uno scenario neomercantilista. Si può essere molto ricchi e potenti, ma i dirigenti delle grandi entità digitali restano esseri umani con una durata professionale limitata e con le debolezze tipiche dei grandi gruppi. Anche se operano nel mondo immateriale e nell’economia digitale, la loro priorità resta l’arricchimento personale, talvolta rivestito di discorsi umanisti o umanitari.
Quando questi attori si confrontano con strutture che hanno priorità diverse dall’arricchimento personale, manifestano subito la propria debolezza e porosità. Per questo l’ipotesi neo-mercantilista è la più credibile. Nella storia dei gruppi della Silicon Valley ci sono state sovvenzioni, legami e passerelle con logiche statali e industriali. Non si trattava semplicemente di permettere a qualche creativo di diventare miliardario. Si tratta di comprendere quanto l’innovazione e il digitale siano funzionali nello scenario di una rinnovata competizione tra Stati.
Il fenomeno Elon Musk non deve essere l’albero che nasconde la foresta. Se si studiano le strutture conquistatrici e le loro logiche di creazione di dipendenza durevole, si vede che il grande gioco delle big tech non si limita a Bezos, Musk o altri. È più complesso.
Le altre potenze lo hanno capito bene. Quando queste entità hanno voluto conquistare il mercato cinese, non hanno incontrato soltanto concorrenti, ma un Partito comunista che gestisce l’accrescimento di potenza di Pechino attraverso l’economia. La Cina non vuole finire come l’Unione Sovietica e ha costruito un modello di conquista molto diverso da quello della Silicon Valley e da quello nordamericano. Quegli attori infatti non sono riusciti da soli a impiantarsi in Cina. La Cina li ha respinti quali strumenti della proiezione americana e non semplici attori economici. Dunque sì, siamo dentro un modello neo-mercantile e i giganti del digitali sono elementi chiave di questo scenario.

– Dalle ricadute delle intese di Anchorage, in Alaska, ai tentativi di mediazione tra Mosca e gli occidentali, in particolare alla luce della crisi energetica, giudica possibile un ritorno della Russia sui mercati euro-americani?
La proiezione economica della Russia è indissociabile dal pantano ucraino. Oggi vediamo qualcosa che era inimmaginabile pochi mesi fa: il modo in cui gli attacchi ucraini compromettono l’immagine della Russia. Per Mosca era imprevedibile essere destabilizzata a questo livello.
Ciò riguarda anche la percezione interna del Paese. L’immensità della Russia, storicamente considerata una forza, diventa una debolezza. Non si può invadere la Russia, come dimostrarono Napoleone e Hitler, ma oggi non si può nemmeno difenderla completamente. L’Ucraina, con resilienza, strumenti come i droni e creatività, sta dimostrando che la Russia è vulnerabile nel suo entroterra.
Il potere negoziale russo era molto forte prima della guerra, soprattutto sull’energia. Poi si è ridotto durante il conflitto. Oggi, se raffinerie e infrastrutture vengono colpite da droni e la distribuzione della benzina viene paralizzata in parte del territorio russo, si produce un’incertezza che danneggia l’immagine di un Putin sereno, capace di esercitare ricatto sul prezzo del petrolio e sulla crisi energetica europea.
Non siamo più nello stesso contesto. Putin non appare pienamente sicuro di sé e il dialogo con la Cina comunista resta complicato. I rapporti tra Pechino e Mosca non sono mai stati semplici, perché hanno due matrici e identità profondamente diverse. Anche l’India osserva questa incertezza e può chiedersi che cosa diventeranno Putin e la Russia nei prossimi anni, e quale accordo si possa concludere con un Paese diventato incerto.
L’elemento centrale delle relazioni internazionali oggi è proprio l’incertezza. La Cina ha uno sguardo molto lucido sull’incertezza e ne è disturbata. Questo parametro vale anche per gli Stati Uniti: bisognerà chiedersi, infatti, come programmeranno oggi le loro forze militari e quale memoria operativa conserveranno.
L’incertezza è la vera variabile che condiziona l’evoluzione della politica, e ciò vale dall’America a Cina e Russia fino alla realtà europea. Oggi chi non sa confrontarsi con essa è più oggetto che soggetto nelle relazioni internazionali e finirà per subirne gli stravolgimenti.
-Qual è il principale fattore di incertezza europea?
In Europa pesa la questione tedesca. La Germania sembra non aver risolto pienamente i nodi del suo passato. Le ultime vicende lo confermano. Assistiamo al ritorno dei fantasmi del primo novecento. Questa deriva non rimane confinata all’ascesa di Afd, ma riguarda la classe dirigente tedesca che oggi sta inseguendo una politica di potenza basata sul proprio primato militare in Europa e cioò è decisamente inquietante.
– Nello scenario internazionale attuale, segnato dalla “minaccia ibrida”, dalla weaponisation delle interdipendenze e dalle sfide del conflitto cognitivo, come sta evolvendo la guerra economica?
Se prendo il caso della Francia, vedo regioni che cominciano a trovarsi in situazione esternamente complessa: deserti medici, aree industriali destabilizzate, apparato statale in difficoltà, popolazioni con sempre meno accesso alla società dei consumi. Per molto tempo la società dei consumi è stata il dispositivo difensivo più efficace: finché le persone potevano consumare, il resto era secondario. Oggi non è più così in una parte del territorio.
Il problema politico non sarà più solo la frattura tra metropoli e zone rurali. Sarà il rapporto tra zone che scivolano verso la sopravvivenza economica e zone che riescono ancora a inserirsi in logiche competitive, come l’Île-de-France, la regione Rhône-Alpes o alcune aree industriali residue. E questo non riguarda solo la Francia: altri Paesi europei iniziano a vivere dinamiche simili.
In Francia vediamo anche una crisi profonda della magistratura. Una parte dei magistrati non capisce che oggi la magistratura è detestata da una parte importante della popolazione. Non si crede più nella giustizia e non si crede più in una parte non trascurabile dei giudici. Questo crea una faglia sociale grave.
Dal momento in cui una parte della popolazione rimette in discussione il potere dei giudici, la situazione diventa molto delicata. La giustizia è un ambito sovrano essenziale. Se non si crede più nella giustizia, il patto sociale è indebolito. Questa frattura è più grave dei gilet gialli, perché non riguarda solo le popolazioni povere, ma anche le classi medie e superiori. Non c’è più rapporto di fiducia. La presidenziale francese del 2027 sarà sempre più centrata su questo, con tutta l’incertezza che ne deriva.
– Come valuta l’esito dell’incontro del 25 giugno tra Francia e Italia?
Credo molto nel rafforzamento delle relazioni bilaterali tra i nostri due Paesi. La relazione con l’Italia, grazie alla vostra presidente del Consiglio e al suo bilancio politico, è per me una priorità assoluta.
L’Italia ha un’esperienza più importante della Francia nella relazione transatlantica. Conosce meglio la classe politica americana, e questo è un vantaggio. Inoltre, diversamente dall’esecutivo francese attuale, Meloni non si lascia intimidire da Trump. È lucida, pragmatica e decisa.
Bisognerà aspettare un anno, perché non credo alla capacità di Macron di costruire un legame serio con Roma. Ma un anno, pur essendo lungo, non è così lungo. Bisogna però cominciare subito a tessere legami utili per il dopo-Macron. Italiani e Francesi devono parlarsi sulla base di una visione comune, pragmatica e senza pretese ideologiche o sciovinistiche.
-Un nuovo asse latino?
Certamente. Non è come dicono alcuni un’idea lunare, ma una cooperazione basilare basata su una concreta compatibilità culturale e strategica. Italia, Francia, Spagna e Portogallo appartengono a una comune cultura latina. Questa eredità non è solo un aspetto museale o archeologico, ma un modo di vivere, di pensare e di percepire in maniera condivisa l’avventura umana. E credo sia un’esigenza concreta che può irradiarsi su una parte del Mediterraneo. Bisogna costruire pertanto un nuovo asse latino: nulla lo impedisce. Si tratta di una necessità vitale per affrontare la crisi euroatlantica.
– In questa nuova competizione tra potenze, in che misura il ruolo del nucleare è determinante?
Uno dei principali meriti francesi è stata la creazione del potenziale nucleare civile. Oggi resta attuale capire come svilupparlo con lucidità.
Bisogna individuare le soluzioni più sicure e dialogare per sviluppare le migliori opzioni possibili, tenendo conto sia degli errori sia dei successi del passato. Serve concertazione. Bisogna creare task force pertinenti tra più Paesi, produrre conoscenza, parlare alle élite, spiegare l’importanza di questa prospettiva e uscire dalle trappole demagogiche che ci sono costate care. Un aspetto su cui i nostri paesi (ma non solo essi) possono costruire una vera sovranità energetica degli europei.
Si tratta infatti di una battaglia che può essere promossa anche nel Parlamento europeo e nella Commissione europea. L’unione fa la forza e su questo terreno possiamo avanzare.
– Qual è oggi l’importanza, per la Francia e per gli altri Paesi europei, di adottare una strategia nazionale di intelligence economica? E perché questa necessità rimane ancora così difficile da comprendere?
Vi racconto un aneddoto. Anni fa quando sono andato a Milano insieme a Giuseppe Gagliano, davanti ad alcune imprese italiane, abbiamo parlato con esse dell’importanza di un dispositivo capace di affrontare le sfide del presente. Quelle imprese dicevano di avere troppi interessi divergenti per costruire un approccio comune di intelligence economica. Tuttavia, sul terreno culturale, riconoscevano la possibilità di fare cose insieme, perché siamo troppo deboli separatamente e dobbiamo allearci.
Credo che oggi il contesto sia cambiato. Si può tornare a parlare di percorsi comuni di intelligence economica. Bisogna capire su quali basi: risorse, creatività industriale condivisa, mondo immateriale, analisi strategica. Italiani e Francesi devono parlarsi, anche partendo da piccole basi, con la volontà di avanzare, aiutarsi e fondere le culture.
Il generale Gallet, che mi succederà alla guida dell’EGE, pur venendo da una storia molto diversa dalla mia, mostra che è possibile creare una fusione culturale nell’intelligence economica. Questo può servire anche a un disegno europeo, capace di superare il quadro nazionale. Lo stesso dialogo andrebbe costruito con spagnoli e portoghesi. Bisogna pertanto fondare questo nuovo terreno di discussione sulla lucidità e sulla gestione dell’incertezza.
– Quanto i fattori religiosi tornano preponderanti nello scenario politico-sociale?
Per me, le religioni possono giocare un ruolo maggiore. Io sono stato battezzato, ho fatto la comunione, sono dunque un cattolico. Ma ciò che trattengo del cattolicesimo è una cosa essenziale: Gesù Cristo non predica la guerra, predica l’amore, l’intesa e la costruzione sulla base di questo amore.
Può sembrare poco, ma è qualcosa di fondamentale. Il cattolicesimo, nella sua essenza, non invita ad affrontarsi e distruggersi. Al contrario, porta un messaggio che resta decisivo: bisogna amarsi gli uni gli altri. Può sembrare utopico, ma è una forza che non bisogna mai dimenticare.
Oggi vedo una gioventù francese che torna a frequentare le chiese non perché voglia armarsi ideologicamente contro l’altro, ma perché sente il bisogno di rigenerarsi, di ritrovare un futuro positivo, costruttivo, non fondato sulla decostruzione.
Questo significa anche che certe strategie di doppiezza e destabilizzazione, condotte dai Guardiani della Rivoluzione, dai Fratelli musulmani o da alcune tendenze dell’islam politico, non possono essere accettate. Bisogna dire chiaramente a questi Paesi e a questi attori: conosciamo il vostro gioco, leggiamo la vostra strategia e non riuscirete a trasformare la realtà europea. Non è una questione di demografia o di denaro, ma dell’esistenza, sul suolo europeo, di una realtà storica, culturale e spirituale che non può essere cancellata.
In questo senso, il cattolicesimo ha portato all’umanità un principio semplice e potente: l’amore reciproco. È una forza viva, ancora presente. Il fattore religioso e culturale può essere quindi la principale forma di difesa contro le sfide ibride e cognitive dei nostri avversari.
– In conclusione, qual è oggi la sfida economico-strategica che non dobbiamo sottovalutare?
Tutte le dinamiche di conquista che provengono dal mondo dell’immateriale. Dalla cultura alla religione, dalle sfide cognitive a quelle sociali. Bisogna comprenderle, analizzarle e posizionarsi rispetto a esse. È vitale.
Non parlo semplicemente dell’intelligence economica come elemento destabilizzatore dei nostri metodi di lavoro o delle nostre società. Parlo di metodi di conquista nuovi che agiscono su aspetti culturali e immateriali dell’esistente. Bisogna vederli, dotarsi di griglie di lettura, analizzarli e imparare a gestirli lucidamente, per non diventare nuovi schiavi di un sistema che nasconde il dominio dietro un reticolo di simboli, gesti e parole.
a cura di Andrea Petolicchio e Francesco Subiaco