Narrazioni e simboli nello spazio globale

I codici simbolici della geopolitica cambiano nel tempo e nello spazio. In un mondo multipolare, la competizione strategica si gioca anche nel dominio immateriale delle idee. Un’analisi comparata tra contesti e momenti storici diversi ci aiuta a capire come gli attori costruiscono il proprio ruolo nel sistema internazionale.

L'Essequibo a un passo dal baratro

Georgetown, notte tropicale. Le luci giallastre dei moli si riflettono sull’acqua torbida dell’Atlantico, mentre le sagome delle petroliere ExxonMobil attendono al largo. Da quelle stive colme di greggio nasce la nuova ricchezza della Guyana, piccolo Stato ex colonia britannica che in pochi anni è passato dall’anonimato geopolitico a diventare la potenza emergente dell’energia sudamericana. Ma a poche centinaia di chilometri, oltre il fiume Essequibo, Caracas sogna la riconquista. Oggi, nel cuore dell’Amazzonia, il Sudamerica rischia di aprire un nuovo fronte di guerra.

Roma sul filo dell'impossibile

Nessuno dispone di libero arbitrio illimitato. Né i singoli né i popoli. L’idea di scegliere fuori dai vincoli è un mito moderno, quando nella realtà prevalgono il determinismo dei bisogni e della geografia. Di conseguenza le nostre opzioni sono inevitabilmente limitate: le danno il luogo in cui nasciamo e viviamo, le alleanze, le dipendenze materiali. Possiamo scegliere, ma dentro cornici che non scegliamo. Per questo l’Italia cammina sul filo. Il rapporto con Israele e con il Nord Africa obbedisce solamente ai dettami della geografia e dell'istinto di sopravvivenza che, volenti o nolenti, impone linee di condotta molto diverse a quelle a cui siamo abituati.

Il tratto messianico dei conflitti odierni

Nel Medio Oriente si combatte un conflitto privo di razionalità politica e guidata da visioni religiose e punitive. Trump, Netanyahu e Khamenei ne incarnano i protagonisti, ciascuno spinto da una missione ideologica o divina. I loro centri di potere, pur consapevoli dei rischi di un conflitto totale, sembrano destinati allo scontro, sospinti da fanatismi, calcoli di potere e profezie apocalittiche che minacciano l’equilibrio mondiale.

Lo Stato come ostaggio

Ogni autunno, a Washington, la stessa liturgia si ripete: bilancio bloccato, agenzie federali ferme, impiegati senza stipendio. È lo shutdown, una crisi apparentemente amministrativa che cela una verità più profonda: gli Stati Uniti non stanno semplicemente “spegnendo” il governo, ma stanno usando il suo arresto come strumento di potere interno e leva di pressione geopolitica.

Opalescenza strategica africana

L’Africa si impone come nuovo pivot geopolitico, non più pedina del Risiko globale ma attore autonomo. Già Céline ne aveva colto l’opacità quotidiana, irriducibile a categorie eurocentriche. Oggi questa opalescenza strategica rivela tattiche leggibili ma logiche profonde inaccessibili. L’Occidente, imprigionato nei suoi schemi coloniali e postcoloniali, deve rinnovare strumenti e linguaggi per comprendere un continente che ridisegna i propri confini politici, economici e culturali.

Erdoğan ha le carte

La geopolitica non è mai statica, e la recente evoluzione dei rapporti tra potenze globali lo dimostra con forza. L'inasprirsi della competizione tra Stati Uniti, Russia, Cina e Iran, unito al disimpegno parziale delle superpotenze, sta rimescolando le carte a livello internazionale. La Turchia, astuta e pragmatica, sta sfruttando queste dinamiche per consolidare il suo ruolo, sia in Medio Oriente che in Ucraina.

Nicolas Sarkozy, la Libia e il fallimento mediterraneo

La guerra in Libia del 2011, spinta dall’iniziativa francese di Nicolas Sarkozy, rappresenta uno snodo cruciale nella geopolitica del Mediterraneo: per la prima volta l’Europa ha agito senza attendere gli Stati Uniti, tentando di affermarsi come potenza strategica autonoma. Ma, a tredici anni di distanza, le conseguenze dell’intervento si mostrano devastanti: la Libia è un Paese frammentato, l’intera regione è destabilizzata e l’Europa ha perso credibilità e influenza.

Le Nazioni Unite e il tramonto dell'ordine liberale

Dagli scranni del forum delle Nazioni Unite è andata in scena la messa in ridicolo dell’Europa stritolata dal dominus americano e il doppiopesismo occidentale, offrendo l’istantanea di una realtà violenta di conflitto, insieme al tracollo dell’ideale astratto di un set di regole valido per tutti i player globali.

La guerra silenziosa in Venezuela

L’aumento della taglia su Nicolás Maduro a 50 milioni di dollari da parte degli Stati Uniti non rappresenta solo un atto di ostilità politica, ma una strategia raffinata di logoramento multilivello, in cui si intrecciano giustizia penale, politica estera, pressioni finanziarie e dinamiche securitarie. Al centro della vicenda, non c’è solo il Venezuela come Stato canaglia, ma l’intera architettura di potere latinoamericana, vulnerabile a una ridefinizione profonda degli incentivi individuali e dei costi collettivi.

Revisionismo all'orientale

Cina e Giappone si fronteggiano da secoli, acuendo differenze e punti di faglia che, malgrado le razionali liaison politiche, continuano a manifestarsi. Gli imperi non finiscono: la Cina ha solo cambiato il colore dal celeste al rosso, mentre il Giappone, conscio di dover rivedere criticamente il pacifista articolo 9 della sua Costituzione, si riarma. La storia, pur procedendo, continua a proporre scene già viste.

L'Impero ottomano in mezzo a noi

La Turchia è nel pieno di una complessa situazione politica e giudiziaria: molteplici arresti sono stati condotti nei confronti dei vertici del principale partito di opposizione, il CHP. Diminuisce la libertà nella nazione anatolica, la presa di Erdoğan si fa stretta nei confronti delle opposizioni e della stampa a lui avversa.
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