Revisionismo all'orientale

Cina e Giappone si fronteggiano da secoli, acuendo differenze e punti di faglia che, malgrado le razionali liaison politiche, continuano a manifestarsi. Gli imperi non finiscono: la Cina ha solo cambiato il colore dal celeste al rosso, mentre il Giappone, conscio di dover rivedere criticamente il pacifista articolo 9 della sua Costituzione, si riarma. La storia, pur procedendo, continua a proporre scene già viste.

Problemi d'apprendimento nell’era digitale

Alcuni lo sospettavano, ma i più hanno sottovalutato il problema: da quando il digitale ha fatto il suo ingresso nei luoghi dell’apprendimento, non è chiaro se abbia portato dei benefici, mentre comincia la conta dei danni.

La vittoria della realpolitik

La politica, così come il pensiero politico stesso, sono stati caratterizzati, in quest'ultimo ventennio, da una prospettiva e un agire dettati non già da principi, idee, visioni e narrazioni, bensì dalla necessità di soddisfare unicamente necessità contingenti. Un processo, questo, non frutto della casualità degli eventi o persino della volontà degli uomini, ma conseguenza di una forte ingerenza, da parte della storia, nelle vicende umane.

L'Africa è il futuro del califfato

La caduta delle capitali simbolo dello Stato Islamico ha ingannato gli osservatori occidentali, suggerendo una fine che non c’è. Daesh ha abbandonato la forma visibile per sviluppare reti sotterranee e policentriche, diventando un soggetto nomade del terrore. Dalla Siria all’Africa, la Jihad si trasforma in una governance parallela, strutturando insurrezioni amministrative e logistiche.

Pechino è pronta

Per la Cina, la parata militare ha un duplice obiettivo: mostrare le proprie capacità militari e la compattezza del suo popolo, così come la possibilità di far affidamento su partner strategici per sviluppare il progetto geopolitico orientale, che mira a creare un nuovo sistema internazionale in cui l’Occidente sarà costretto a subire la storia, invece di farla.

Cronache di un'invasione annunciata

L'annuncio del piano di occupazione totale a Gaza rivela quanto Israele voglia una guerra in Medio Oriente infinita. L'applicazione degli stereotipi occidentali è fallace. Tutto si basa sulla consapevolezza della necessità dell'incutere timore, perché chi perde, perde tutto.

Il ruolo del sionismo cristiano

Israele scommette sul sostegno evangelico americano, trasformando la fede in geopolitica. Ma questa dipendenza rischia di isolare lo Stato ebraico, intrappolato tra profezie bibliche e un realismo strategico che si sgretola sotto il peso di una violenza inarrestabile.

L’impero visibile

Un tempo impero silenzioso, oggi gli Stati Uniti riscrivono le regole con brutalità trasparente. Trump accelera il passaggio da un dominio sfumato a una supremazia esplicita, tra diplomazia ridotta a business e strategie di potere senza più infingimenti. L’egemonia non sfuma, si trasforma: meno soft power, più colpi diretti. E mentre il mondo si americanizza, l’America si ridefinisce.

Il germoglio del cedro

Un Paese segnato nella Storia dalla guerra. Circondato da essa. Ancora oggi, vessato e stuzzicato da chi i patti li vuole fare, non rispettare. Tre anime, due eserciti, un popolo. Il Presidente giusto al momento giusto, con tutti dalla sua parte, finalmente il coltello dalla parte del manico. Ma ogni scelta interna da ora in poi avrà il peso di un macigno nel rapporto con l’esterno. Voleva una voce e ora ce l’ha: staremo a sentire.

La creazione della nuova Ucraina

La Ukraine Recovery Conference del 10 e del 11 luglio 2025, svoltasi a Roma mentre il conflitto è ancora in corso, ha riunito 70 Stati, oltre 100 delegazioni governative e più di 2.000 imprese. Ufficialmente dedicata alla ricostruzione del Paese, la conferenza si è di fatto configurata come una piattaforma anticipata di spartizione economica e geopolitica.

Damasco, la pedina

Le dinamiche di potere del Medio Oriente si apprestano ad essere dominate da due grandi attori, la Turchia e Israele, i quali sono pronti a sfidarsi strategicamente per assicurarsi l’egemonia regionale. Tel Aviv tenta di indebolire la Siria di Al Jolani, sostenuto da Erdogan, per fomentare il caos e approfittarne tatticamente. Siamo all’inizio di una rivalità che sarà in grado potenzialmente di ridefinire gli equilibri dell’area e aprire a nuove prospettive.

Un'escalation teatrale

Nel pieno della crisi esplosa tra la fine di giugno e l’inizio di luglio 2025, Stati Uniti e Iran hanno inscenato una complessa e calibrata gestione di un'escalation, nella quale gli attori principali hanno mosso pedine militari e diplomatiche con straordinaria attenzione a non oltrepassare la soglia del conflitto aperto. A partire da un attacco simbolico contro un sito nucleare iraniano — già evacuato — ordinato da Donald Trump, fino alla risposta iraniana altrettanto contenuta contro una base americana sgombra, gli eventi suggeriscono una coreografia strategica dove la comunicazione indiretta, la deterrenza e il calcolo politico hanno avuto la meglio sull’improvvisazione bellica.
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