Classe 1997, vive e lavora a Torino, dove ha conseguito la laurea in Scienze Politiche. Lavora nel settore investigativo come analista, muovendosi tra OSINT e indagini digitali forensi. Ha collaborato e collabora con realtà italiane e straniere attive nell’analisi geopolitica e strategica, tra cui centri di ricerca negli Stati Uniti, dove è attualmente ricercatore associato. Si occupa di politica, geopolitica e sicurezza, con particolare attenzione all’Italia, al Mediterraneo e all’interesse nazionale italiano.

Andrey Spiridonov: «Continuare una guerra perché non riusciamo ancora ad immaginare la pace significa lasciare che siano i morti di domani a pagare la nostra incapacità»

«Credo che proprio Roma ci insegni una cosa fondamentale: governare significa decidere prima di sapere tutto. La conoscenza perfetta non esiste. Se aspettiamo la certezza assoluta, spesso arriveremo alla decisione quando sarà ormai troppo tardi. Ma il contrario è altrettanto pericoloso: agire sulla base di una semplice intuizione o di una paura. Governare non significa aspettare di avere tutte le risposte; significa sapere quando quelle disponibili sono sufficienti per agire e avere l’intelligenza di correggersi quando la realtà cambia»

Mezzogiorno di fuoco

Con le proteste di questi giorni, nell'Italia meridionale è in gioco la tenuta di settori strategici, dai quali dipende la capacità stessa del paese di produrre e approvvigionarsi. Intanto Washington torna a trattare con Mosca per contenere i prezzi, mentre Roma resta prigioniera di una visione manichea del mondo dimidiato tra bene e male. L'Italia fatica a far valere i propri interessi: non basta stabilire la necessità di raggiungere l’autosufficienza energetica. Bisogna anche garantire che il sistema produttivo sopravviva durante il percorso necessario per raggiungere l'obiettivo.

Banlieue, fiamme, sottomissione

Una minaccia diventa evidente quando produce violenza. Più difficile è riconoscerla quando agisce lentamente sulla società. La trasformazione di una comunità è questione strategica: la modifica della composizione, dell’appartenenza e dei riferimenti culturali significa incidere sulla sua coesione e sugli equilibri dello Stato. Il caso francese fa scuola. Le proteste che attraversano la Francia rendono visibile una frattura maturata più in profondità e mostrano al resto d'Europa, Italia compresa, dove può condurre.

Mare nostrum che sei nei guai

Ogni corpo vive finché il sangue continua a circolare. Anche l'Italia. Le sue arterie corrono per mare, costeggiano continenti, si stringono in pochi passaggi obbligati: Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, Gibilterra. Finché restano aperti, il flusso scorre quasi inosservato. Oggi questi snodi mostrano i primi segni di sofferenza, mentre nei punti decisivi del sistema mediterraneo Turchia, Russia, Cina e Marocco consolidano la propria presenza, cercando di influenzare rotte, porti e margini di manovra. Impossibile per noi restare a guardare.

Tutti contro il 44%

La vittoria dell'Alternative für Deutschland (AfD) nella Sassonia-Anhalt non costituisce più soltanto una protesta circoscritta alla Germania orientale. Il muro edificato per contenerla non riesce più a impedirle di conquistare una legittimazione elettorale di massa. Tra gli accordi di palazzo, l’inquisizione morale e burocratica del vecchio potere, emerge una Germania profonda che pretende di ridisegnare il futuro della nazione. Il valzer dei perdenti sta per cominciare.

Una guerra che serve a tutti

Mentre i Volenterosi si riarmano, gli americani tentano di riaprire i canali diplomatici con Mosca. I più furbi si espongono fino quasi a confondere la tutela dell’interesse nazionale con il protagonismo. L’Italia, sulla carta in guerra con nessuno, nel disordine generale si muove meglio degli altri. Roma insegna la tattica dell’ambiguità, restando dentro senza mostrarsi troppo ed esponendosi quel tanto che basta nel tentativo di districarsi in un conflitto che nessuno sembra ormai capace di governare.

Immigrazione, accettazione, collasso

Ceuta è il luogo in cui il continente europeo misura la propria capacità di difendersi. La recente crisi mostra ancora una volta come l’immigrazione possa essere trasformata in un’arma asimmetrica: pressione demografica, ricatto geopolitico, saturazione delle strutture di sicurezza e sfruttamento dei vincoli giuridici e del moralismo politico europeo. Mentre Rabat converte i flussi in strumento di potenza e Madrid paga il prezzo della propria debolezza ideologica, l’Italia tenta una risposta preventiva, ma parziale. La vera questione è se il continente europeo possieda ancora la volontà di difendere sé stesso.

L'interesse europeo è un tabù

I paesi europei guardano a Est per non guardarsi dentro. La Russia è il nemico perfetto: abbastanza concreta da giustificare il riarmo, abbastanza esterna da accogliere la proiezione di fallimenti maturati altrove. Più agevole prepararsi alla guerra che rivedere i propri schemi mentali. La non-minaccia russa ricompatta in superficie ciò che si disgrega nel sottosuolo europeo: guerra fuori per non nominare il conflitto dentro. In questa contraddizione si colloca l’immigrazione: tabù innominabile, tema che non può essere affrontato senza il rischio di essere etichettati come nostalgici di un passato che non trova pace. Ma ciò che viene ignorato si incancrenisce.

Il paradosso di Écône

I lefebvriani riconoscono il Papa, ma ritengono possibile disobbedirgli quando le sue decisioni contraddicono la Tradizione. Le consacrazioni del 1988 e del 2026 sono tentativi di richiamare la Chiesa alle proprie origini, accettando il rischio dello scisma in nome di uno scopo ritenuto più alto. Écône resta un bastione contraddittorio della Tradizione, il cui obiettivo è ricordare a Roma che un’apertura senza limite può finire per distruggere ciò che vorrebbe preservare.

Effetto Sigonella

Il non-accordo tra Stati Uniti e Iran e l’alterco tra Meloni e Trump sono due manifestazioni, su scale diverse, della medesima crisi dell’egemonia americana. Il primo mostra l’incapacità di Washington di ristabilire l’ordine che pretende di garantire; il secondo certifica che gli Stati Uniti non intendono affatto abbandonare il continente, ma faticano ormai a far valere la gerarchia atlantica con la naturalezza di un tempo. Le letture superficiali offerte dalla cronaca in tempo reale alimentano soltanto la confusione e aggravano l’inconsapevolezza degli italiani, riducendo a schermaglia personale ciò che invece riguarda la struttura profonda del rapporto tra Roma e Washington.

Il grido dei figli dimenticati

Negli scorsi giorni, a Belfast, è rimontata una rabbia a lungo compressa sotto la superficie della convivenza imposta dal catechismo progressista. Là dove ciò che era stato presentato come soluzione universale – compensazione demografica attraverso l’accoglienza indiscriminata via forzato linguaggio inclusivo – si rovescia nel suo contrario: abbandono, paura, territori consegnati a una barbarie quotidiana. Dove i costumi si corrompono e avanzano le pretese degli allogeni, cresce la rabbia dei dimenticati. Belfast è monito per tutto l’Euro-continente.

Lettere aperte, porte chiuse

La lettera di Zelensky serve a mostrare apparente disponibilità alla pace, a togliere argomenti agli americani che accusano Kyiv di voler prolungare la guerra, a parlare ai russi sopra la testa di Putin e a convincere gli occidentali che l’Ucraina può ancora far male. Letta da Mosca, non appare come una mano tesa, ma come una provocazione pubblica. Se lo scopo è una pace reale - non giusta - serve rovesciare i paradigmi che in quasi cinque anni hanno prodotto soprattutto un fallimento collettivo. Non si può pretendere che la parola parta sempre dagli altri. Può e deve cominciare anche da noi. Se la linea seguita non ha portato alla vittoria, né alla pace, né a un equilibrio più stabile, insistere è ottusità.
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