L’intellettuale impegnato

La letteratura? Ormai è un calmante, serve a rassicurare. Gli scrittori? Schiavi del proprio ego, per altro cretino, sfinito, stantio. Sul libro di Walter Siti (parte seconda)
La letteratura? Ormai è un calmante, serve a rassicurare. Gli scrittori? Schiavi del proprio ego, per altro cretino, sfinito, stantio. Sul libro di Walter Siti (parte seconda)

«Contraddizioni e travisamenti vengono allegramente tollerati e promossi nell’euforia della “aerodinamicità”; ecco uno scrittore ammirato e influente come Roberto Saviano sostenere in un articolo su “la Repubblica” che spesso di una poesia basta un verso solo (“il nucleo”) per affascinare i lettori e rendere quella poesia memorabile (“come mi batte forte il tuo cuore” della Szymborska). Quando sulla versione online del quotidiano inglese “Independent” troviamo “i venti versi più emozionanti che siano mai stati scritti”, ovviamente tratti da venti poesie diverse, più che a un’antologia ci troviamo di fronte a una pubblicità turistica per l’estetica della fretta. L’intero, la struttura, la durata, la coerenza interna (cioè i valori che quelli della mia generazione attribuivano ai classici) sembrano ormai vecchiumi da mettere in soffitta: all’enfasi del frammento corrisponde, nella narrativa, il fenomeno della sparizione dei finali – le serie televisive spesso finiscono quando finiscono i soldi del produttore o (se ci sono) i finali sembrano deludenti agli stessi fan. Chi insegna nelle scuole di scrittura creativa testimonia che i giovani hanno sempre più difficoltà a trovare i finali. La narrativa oscilla tra due estremi: o testi che cercano i vertici, i punti forti, le scene madri trascurando il resto, o testi arresi a quel che Calvino chiamava “il mare dell’oggettività”».

Walter Siti, Contro l’impegno, Rizzoli 2021, I, 3

Vogliamo tornare all’interessante raccolta di saggi Contro l’impegno di Walter Siti, perché sull’articolo precedente abbiamo ricevuto alcuni rilievi, tanto piccati quanto prevedibili, ai quali riteniamo opportuno rispondere. La prima obiezione che è stata avanzata appare ovvia: avete colto il pretesto del libro di Siti per denigrare Roberto Saviano, perché fra i diversi argomenti, anche i più pregnanti, vi siete focalizzati proprio su quello. La seconda: il finale dell’articolo sembrerebbe “tirato via”, come se non si fosse voluta affrontare una conclusione sostanziale del tema scelto. Bene, cominciamo dalla seconda osservazione. In effetti, abbiamo preferito concludere spartanamente le argomentazioni su Saviano, limitandoci alle questioni essenziali, senza dilungarci oltre, per non sbilanciarci verso una filippica che forse sarebbe apparsa eccessiva; d’altro canto, abbiamo forse offerto un assaggio di cosa significhi la “mancanza dei finali” che sta affliggendo molta narrativa letteraria e televisiva, proprio quella a cui Siti si riferisce nel passo riportato in epigrafe. La prassi del finale aperto, come sappiamo, deriva dal feuilleton e dalla narrativa di genere, in cui la serialità impone allo scrittore di abdicare alle pretese autoriali per assicurare al lettore la riproduzione delle gratifiche emotive, che diventano rinnovabili e dilazionano il possibile orizzonte di chiusura. I finali diventano così dei sotto-finali, come delle soste allusive: una specie di rassicurante fermo-rivelazione di ciò che verrà riaperto negli episodi successivi.

Dunque, se il nostro finale risultasse insufficiente, veniamo subito a concluderlo, per non doverci tornare sopra. Avevamo detto che il ritardo sul presente di Roberto Saviano, quando ha fatto certi interventi sulla questione femminile, è sembrato ammontare a una sessantina d’anni; e non depone a suo favore il fatto che, quando ha stilato elenchi di libri fondamentali per la sua formazione, quelli scritti da donne erano assenti o quasi. Ora, visto che veniamo sollecitati, aggiungiamo che il suo concentrarsi sull’ego, con la centralità irriducibile che gli assegna, spesso finisce per togliergli efficacia e limitargli il raggio d’osservazione, minando anche la sua capacità prospettica. Citiamo solo un esempio, che risale al 2015: l’editore Bompiani incarica Saviano di scrivere l’introduzione a una nuova edizione de Lo straniero di Camus. Questo è l’inizio:

«Albert Camus in questi anni mi è stato accanto mentre mangiavo, dormivo, scrivevo. Accanto mentre mi disperavo. Accanto mentre cercavo brandelli di felicità».

Visto? Anche quando gli chiedono di scrivere l’introduzione a uno dei massimi capolavori letterari, lui non riesce a non parlare della sua ricerca di brandelli di felicità, del suo disagio, del suo mangiare-dormire-scrivere. E non basta, perché prosegue con la trita contumelia vittimistica: «Accanto a me mentre tenevo il punto contro l’idiozia estremista, in un’Italia che spesso fa dell’estremismo di maniera scudo, appartenenza, bandiera». Ecco cosa fa Roberto Saviano quando gli danno un incarico importante come questo: arma i cannoni dell’autocelebrazione e della contrapposizione ego-centrata, per mettersi a sparare contro l’Italia “estremista” che non lo ama, come se si trovasse nello studio televisivo di Fabio Fazio (incarnazione di una fetta sostanziosa del potere mediatico). Quindi, tornando alla prima osservazione che ci è stata fatta, se lo spazio dedicatogli da Siti è ampio e dettagliato, significa che era importante fare chiarezza, superando le ottuse logiche di schieramento che ormai ci hanno stremati; non si capisce perché lo si sarebbe dovuto ignorare o sottovalutare.

Con questo, chiudiamo l’argomento e passiamo oltre, perché Contro l’impegno è ricco di spunti. Un problema importante su cui Siti invita a riflettere è proprio quello della frammentazione del testo letterario, che oggi tende a venire scomposto in particelle per farne un uso allusivo e dispersivo, molto in voga sui social, che va a perfezionare un omogeneizzante e indistinto cibarsi di frattaglie:

«Zygmunt Bauman, nel suo La vita in frammenti, ipotizza che una delle caratteristiche dell’uomo contemporaneo sia il “differimento del saldo” (con l’emblematico passaggio dal libretto di risparmio alla carta di credito); si vive cioè in un mondo in cui notizie e azioni si mescolano e si sovrappongono, ricevono la loro dose di odio o di consenso, ma prima che arrivi il redde rationem i contesti sono cambiati al punto che non si sa più chi sia stato responsabile di cosa. Lo stesso accade per i testi letterari, a furia di spezzettarli, riusarli e riciclarli; è come se i testi, rinunciando alla coerenza tra i livelli e all’indivisibilità strutturale, rinunciassero a essere responsabili di se stessi – mostrandosi eternamente “aperti”, continuamente nomadi in una connessione orizzontale sempre più veloce, puntando più alla fascinazione momentanea che alle conseguenze culturali (e in senso lato politiche) delle proprie scelte formali. Ma le forme si vendicano e mentre si sottraggono alla continuità col passato ci dicono comunque qualcosa sul presente. Tutta la tradizione del moderno, da Baudelaire a von Hofmannsthal, da Eliot alle avanguardie, ha fatto del frammento una risorsa: era una ribellione contro filosofie sistematiche e stramorte, contro la vischiosità liberal-sentimentale della borghesia, contro il peso dei paternalismi: insomma era una poetica antagonista. L’attuale vittoria-senza-combattere del frammento ha qualcosa di fatale per non dire di rassegnato, vi prevale un sentimento di facilità; non è tragico ma ovvio, non serve per scardinare ma per soprassedere. I classici ormai sono come quei magnifici portali medievali in bronzo su cui tutti vanno a sfregare un’unica lucertolina, resa lucente dall’ansia di fortuna dei turisti».

L’attuale vittoria del frammento, quindi, sembra disabilitare la nostra capacità di ribellione, sostituendola con un esercizio riflessivo-consolatorio che si muove senza il filo conduttore di quella trazione – e tensione – che rimanda le opere una all’altra. Siccome la cultura, propriamente la letteratura come fermento, non ha più centri propulsori, luoghi dai quali partono nuove figurazioni ed esperienze che possano irradiarsi e diffondersi, la frammentazione tende a generalizzarsi e a spalmarsi su un substrato che risponde a poche regole e necessità, proprie della sua stessa sopravvivenza. Se queste regole e necessità non si rispettassero, il neo-ecosistema – fatto di sostanza elettronica, non di quella “pastosa” dei sogni – cesserebbe di vivere, si estinguerebbe lasciando il campo a qualcos’altro. I centri propulsori non ci sono più, i “circoli” letterari diventano aggregazioni non realizzate, improduttive, in carenza di senso, ripiegate nello scrutarsi e sorvegliarsi vicendevolmente, nel continuo protendersi verso l’assorbimento di uno spazio. Non esiste nessuna reazione contro i padri – e le madri – come in passato, ma solo la ricerca di una collocazione, nel tentativo permanente di affermare un proprio esserci che resta sempre precario. Chi usa la lingua in modo sorprendente, chi osa la modernità, chi si avventura nell’infrazione degli schemi – oggi dettati dalle regole e necessità di cui si diceva –, chi crede nell’affermazione artistica resta generalmente al margine, sotto-esposto se non oscurato dal grande meccanismo che tutto muove.

«C’è un fenomeno, a esser pignoli, per cui anche nel mondo digitale si può parlare di un sopra e di un sotto, e quindi è prevista una specie di profondità: lo verifichiamo ogni giorno quando maneggiando uno smart-phone, o qualunque altro apparato tecnologico, ci accorgiamo che a una estrema semplicità d’uso (basta un bottone da premere o un tasto da sfiorare) corrisponde una pazzesca complessità sottostante; la superficie è facile ma il motore è implicato in un groviglio di calcoli e macchine non visibile, incomprensibile alla maggior parte di noi. Il sotto non ci appartiene, non lo conosciamo; a differenza dell’inconscio umano, però, questo “sottostante” appartiene a qualcuno che lo conosce benissimo perché lo ha inventato e lo mantiene in efficienza – è una complessità che dipende da algoritmi altrui, una complessità alienata. I risvolti economici e sociali di questo fenomeno Baricco soavemente li chiama “scomodi effetti collaterali” e ne dà una buona descrizione: “ricchezza distribuita in modo asimmetrico, ingiusto e insostenibile” e “inclinazione degli elettori per una qualche forma di leaderismo populista che tende a saltare la mediazione dei ragionamenti”. Bingo. Mi nasce qui spontanea una domanda vecchia, di quelle che si facevano prima che crollassero i Muri e le Torri: fino a che punto la struttura economica, e la omologa configurazione politica, determinano le forme artistiche di un’epoca? Diamo pure per scontato che il romanzo e la poesia come li si è intesi finora nella tradizione occidentale, con la loro ormai insostenibile lentezza, la loro pretesa di complessità e di interpretazioni, la loro arroganza di solitaria ambiguità e di voler essere giudicati interi, siano diventati un prodotto di nicchia come i vinili e la pellicola fotografica; si può almeno avanzare il dubbio che “fare del bene” in pillole con la letteratura possa condurre a qualche pratica controproducente? Di opposizione superficiale, magari, ma di sostanziale subalternità al sistema? Sì, da retrogrado dubito che lo spezzettamento favorisca l’universale, e sono certo che la terapia personale non può travalicare i propri limiti ergendosi a significato del mondo».

Sulla “soavità” di Alessandro Baricco nell’osservare il contemporaneo e servircelo in vassoio – sempre a posteriori, senza mai riuscire a prefigurarlo – ce ne sarebbe da dire; resta il fatto che l’integralità del creare, il corrispondere e confliggere delle diverse voci nell’opera letteraria, la loro compresenza come parti in causa che non possono essere espunte, sono tutte questioni fondanti, che restano ineludibili. Mettere se stessi al centro dell’opera, ovvero l’autorialità, deve ritrovare il suo approccio per reagire e riguadagnare se stessa, nel rapporto-contrasto con la spinta uniformante che sta assediando la pluralità. Quando l’autorialità si fa social, assumendone le regole e le necessità, si mette seriamente a repentaglio, perché nella sostanza fluida in cui stiamo nuotando rischia di perdere il contatto con le proprie sorgenti. Dunque, chi è, oggi, l’intellettuale impegnato?

«Per Sartre l’engagement letterario era sostanzialmente una scuola di libertà, intendendo per libertà il rovesciamento continuo dell’ordine – “la letteratura impegnata”, scrive in Che cos’è la letteratura?, “è il riflettere soggettivo di una società in rivoluzione permanente”. Il compito che il nuovo impegno si pone è invece più semplice e concreto: aiutarci a vivere, favorire il nostro adattamento alle mutazioni e/o farci sentire nel giusto, dalla parte degli emarginati e dei sofferenti: è, come scrive a un certo punto Gefen con sintesi fulminante, “una macchina per fabbricare rassicurazione”. È uno stimolo e un conforto per gli esseri fragili che siamo diventati di fronte alle crisi, ma insieme è uno slancio di solidarietà verso i più fragili di noi. Abbracciamoci, stringiamoci in questo periodo di resistenza emergenziale, facciamo della letteratura un’arma e un appoggio. Se Kafka pensava che la letteratura fosse “il salario del Diavolo”, ora il Male (da qualunque parte provenga: discriminazioni, epidemie, criminalità, terremoti, fascismi, polluzione industriale, autolesionismi privati) è il nemico contro cui la letteratura deve combattere».

Sappiamo che la riproduzione della letteratura non è un problema, anche perché il formato digitale ne garantisce la neo-conservazione, che secondo alcuni è fragile, mentre secondo altri è indistruttibile, in quanto capillarmente pervasiva. Ma se l’opera d’arte – come un quadro – messa in Rete resta integrale, salvo i feticismi del particolare ingrandito, l’opera d’arte letteraria che viene smembrata (o, peggio, nebulizzata) in serie di citazioni decontestualizzate e iper-riproducibili, fatte per alimentare la suggestione istantanea in vitro, perdendo la sua totalità perde l’identità. «È l’interezza l’anima segreta di un testo, e dunque le parole non sono più le stesse se vengono assunte in pillole», scrive Siti. Per concludere: nel nuovo ecosistema, la frammentazione della letteratura – imposta dalle regole e necessità di cui si parlava – per poter “arrivare” a tutti va ad abolire l’integrità dell’intero, soppiantandola con l’aggregabilità delle parti. Ma questo sarà sufficiente per costruire complessità?

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