Via Nazionale e la costruzione di un'élite (non cosmopolita)

Con l’arrivo di Mario Draghi è tornata anche la Banca d’Italia. Tecnici chiamati ad agire da politici. Tutti di formazione accademica, protagonisti nel settore pubblico quanto in quello privato: tecnici sì, ma almeno con una visione di Stato. Storia di una scuola di formazione
Con l’arrivo di Mario Draghi è tornata anche la Banca d’Italia. Tecnici chiamati ad agire da politici. Tutti di formazione accademica, protagonisti nel settore pubblico quanto in quello privato: tecnici sì, ma almeno con una visione di Stato. Storia di una scuola di formazione

La recente nomina di Luigi Federico Signorini a nuovo direttore generale di Bankitalia va ad occupare il posto vacante lasciato da Daniele Franco, neoministro dell’Economia scelto da Mario Draghi. Non dovrebbero sorgere discrasie nel Consiglio dei Ministri, a differenza di quanto accaduto due anni fa, quando il Movimento 5 Stelle si oppose alla conferma di Signorini come vicedirettore di Banca d’Italia; oggi il premier e il titolare dell’Economia sono rispettivamente ex governatore ed ex direttore generale della stessa banca centrale e i pentastellati sono divenuti – stando alle ultime dichiarazioni – una forza politica “moderata e liberale”. Signorini, dal 1982 al Servizio Studi di Palazzo Koch, è membro del direttorio e vicedirettore generale dal 2013, confermato nel 2019, inoltre ha pubblicato numerosi lavori scientifici e un libro scritto con Ignazio Visco sull’economia del Paese. Proprio l’attuale governatore Visco dovrà scegliere nei prossimi giorni anche il capo della comunicazione, ruolo precedentemente ricoperto da Paola Ansuini, anch’essa assunta da Mario Draghi nella stessa veste a Palazzo Chigi.

C’è molta Banca d’Italia nel passato, nel presente e nel futuro (tutto lo presuppone) dello scenario politico italiano. Allorché viene spontaneo domandarsi se l’unico modo per accordare l’arco politico sia effettivamente quello di servirsi di un’élite tecnica, formatasi in Via Nazionale, centrale di potere autorevole nella prospettiva extra-nazionale, che si è smarcata per pragmaticità in un’economia di Stato dove pubblico e privato si intrecciano da sempre. Un’élite che, vicinissima e insieme parallela alla politica, entra ed esce dal settore privato dell’alta finanza e dalle grandi istituzioni europee e nazionali, influenzando la politica monetaria del Governo, intervenendo in situazioni emergenziali, tessendo così un fil rouge tra Via Nazionale, Ministero del Tesoro e MEF. Tecnici chiamati ad agire da politici. Tutti di formazione accademica, protagonisti nel settore pubblico quanto in quello privato: tecnici sì, ma almeno con una visione di Stato.

Questa scuola di formazione tecnica e politica vede in Guido Carli (governatore della Banca d’Italia dal 1960 al 1975 e Ministro del Tesoro dal 1989 al 1992) il suo pioniere. Fu lui a consegnare alla Banca centrale d’Italia il potere politico. Sotto la sua guida nacquero i primi veri corsi interni di formazione (1964), con l’intento di forgiare una classe dirigente tecnica, che rafforzò ulteriormente il servizio Studi nel corso dei successivi anni. Ispirandosi “all’esempio di Azzolini negli anni trenta vennero assunti numerosi giovani economisti con esperienze di studio all’estero ed altri vennero inviati in università straniere per impadronirsi di quei metodi quantitativi che in Italia trovavano pochi cultori in ambiente accademico”; di fatto il servizio Studi della Banca divenne così un ‘punto di orientamento’ per studiosi non solo della moneta, ma dell’economia in genere, formando e modellando dirigenti di altri settori della Banca e di istituzioni pubbliche-private: ministeri, industrie, banche e centri di ricerca. “La banca centrale divenne per davvero, in quegli anni, una “tecnostruttura.”(Via Nazionale – Alfredo Gigliobianco, Donzelli Editore, 2006).

Il successore di Guido Carli fu Paolo Baffi – nominato governatore il 19 agosto 1975 – fortemente desiderato dal vicepresidente del Consiglio Ugo La Malfa, ottenne il via libera da parte del Presidente del Consiglio Aldo Moro. Dopo i 4 anni in carica non ebbe ruoli istituzionali pubblici e gli succedette Carlo Azeglio Ciampi, già in Banca d’Italia dal 1946, il quale si distinse per le “indubbie capacità organizzative” a detta di Carli e Baffi, e ricoprì il ruolo di governatore della Banca d’Italia dal 1979 al 1993. Fu inoltre presidente del Consiglio dei ministri (1993-1994), ministro del Tesoro e del Bilancio e della Programmazione economica (1996-1997 / 1998-1999). Fu il primo presidente del Consiglio e primo capo dello Stato non parlamentare nella storia della Repubblica ed inoltre fu anche il secondo presidente della Repubblica eletto dopo essere stato governatore della Banca d’Italia, preceduto da Luigi Einaudi nel 1948. Carlo Azeglio Ciampi inaugurò la stagione dei c.d. governi tecnici o istituzionali della Repubblica Italiana nel 1993, rispondendo positivamente alla chiamata del presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro a fronte dello scandalo Mani Pulite e dopo che il precedente governo di Giuliano Amato era stato falcidiato dagli avvisi di garanzia. Compose un esecutivo formato in parte da politici ed in parte da tecnici di “altissimo profilo” ai portafogli economici (Luigi Spaventa, Franco Gallo, Piero Barucci -quest’ultimo ex presidente dell’Associazione Bancaria Italiana).

Il livornese, pupillo di Carli e Baffi, svolse un contributo centrale determinante in merito la sottoscrizione degli accordi posti alla base del Trattato di Maastricht (1992). Trattasi al contempo di tappa fondamentale anche per la carriera del direttore generale del Tesoro nel 1991: Mario Draghi. Egli stesso cura il negoziato con il mentore ed ex governatore Guido Carli, all’epoca Ministro del Tesoro (che lo ha voluto fortemente al suo fianco) e con Ciampi  -membro dell’autorevole “Comitato Delors”, del quale fu relatore Tommaso Padoa-Schioppa, ex Vicedirettore generale della Banca d’Italia e futuro Ministro dell’economia e delle finanze- quello dell’euro; collaborazione che gli valse il titolo di primo dei “Ciampi boys”.

Definito “il più tedesco degli italiani” si laurea alla Sapienza di Roma con una tesi sul piano Werner, sicuramente peculiare per il Draghi privatizzatore e banchiere centrale. Si forma sotto la guida del keynesiano Federico Caffè (che formò anche Visco e Tarantelli) e vola successivamente al MIT dove studia con premi Nobel e scrive come tesi tre saggi tuttora in auge. Il “caso” Draghi, tuttavia, prende piede negli anni Ottanta dove la carriera accademica si indirizza verso l’orizzonte istituzionale: inizialmente come consigliere del Ministro del Tesoro Goria e poi come direttore esecutivo della Banca Mondiale. Ma è senz’altro la già menzionata chiamata di Carli a cambiare il decorso della carriera del futuro presidente della Bce. La durata dell’incarico (dal 1991 al 2001) come direttore generale del Tesoro è duratura e significativa, ancor più se si tiene conto la riconferma sostenuta da tutti i ministri, nonostante l’evoluzione del sistema politico. L’esperienza è costituita da tanti elementi: l’intervento e il ridisegno di SACE di cui è presidente, la riorganizzazione del corpus legislativo in materia finanziaria (a partire dalla c.d. legge Draghi), “c’è poi ovviamente il capitolo delle privatizzazioni -uno dei più controversi- che porta la frequente accusa di liquidatore dell’industria italiana” (A. Aresu); operazioni che seppur di successo per alcuni, sono poco significative alla riduzione del debito pubblico.

Mario Draghi alla fine del mandato al Tesoro ha 55 anni, ed è già considerato una “riserva della Repubblica”, tuttavia è in procinto di entrare sulla scena politica il superministro Giulio Tremonti, acerrimo nemico del superbanchiere, cosicché egli vira sull’opportunità accademica e accetta l’incarico in Goldman Sachs. Draghi viene nominato alla testa della Banca d’Italia il 29 dicembre 2005, dopo lo scandalo Fazio/Fiorani. In via Nazionale, tradizionalmente, la carriera è tutta interna. Draghi, invece, arriva dall’esterno, anche se forte dell’esempio di Menichella (predecessore di Carli a capo di Via Nazionale) e del rapporto storico con Carli e Ciampi. Non solo questioni bancarie o monetarie, Draghi porta a Palazzo Koch temi come quello dei giovani, l’istruzione, la mafia. Presiede dall’aprile del 2006 al 2011 il Financial Stability Board, luogo di incontro tra banchieri centrali e Ministri delle Finanze, ritenuto superfluo e di poco valore fino allo scoppio della crisi finanziaria del 2008, causa che la trasmuta nella centrale operativa della risposta globale alla crisi. L’investitura di presidente della Bce arriva nel 2011. Prendono il via gli anni del “Whatever it takes” e del Quantitative easing, azioni estremamente politiche, “sempre sul filo della rottura con la Bundesbank ma con un forte asse con la Merkel” (A.Aresu). La storia recente è arcinota ed i pochi interventi post-pandemia ed i più celebri discorsi a Montecitorio indicano la strada ed i punti futuri dell’agenda Draghi al Governo.

Mario Draghi ha integrato nel corso della sua carriera diverse dimensioni: accademia, dirigenza pubblica italiana, finanza privata, Banca d’Italia, Bce, ed ora la Presidenza del Consiglio. È sempre parso estremamente a suo agio nel ricucire e programmare il legame tra Italia e contesto internazionale, e ciò lo identifica come l’“aggiustatore” dotato di coraggio e saggezza nell’intervento. Coadiuvato spesso e volentieri dai vecchi colleghi banchieri e da tecnici pragmatici, affronta la nuova sfida di governo. Nelle biografie di Stringher e Carli si denota come la Rivoluzione Manageriale prospettata da James Burnham rappresenta un carattere fondante della Banca d’Italia e dell’etichetta di grand commis dello Stato affibbiato ai banchieri centrali, inquadrati in quella nuova classe di competenti, obnubilante i poteri dei politici, seppur deferente rispetto ad essi. Oggi come nei precedenti casi, l’Italia si serve dei frutti della sua più illustre ed invidiata scuola, una struttura produttrice di competenza e professionalità, che punta a riprodurre sé stessa. Sia per questo rafforzamento analitico, sia per le perduranti divisioni presenti nelle coalizioni di governo, il potere ed il prestigio dei tecnici plasmati in Via Nazionale pare estendersi aldilà dei confini già ampi nei quali si mossero in passato, delineando una “sorta di aristocrazia della conoscenza, ove la competenza tecnica è fondamento dell’architettura della democrazia; bussola per il potere decisionale” (Ingranaggio del potere – Lorenzo Castellani, Liberilibri, 2020).

L’origine della logica elitaria (per abilità tecniche e istituzionali) ed autorevole di Banca d’Italia è senza dubbio da ricercare agli albori del Novecento. Tra il 1900 ed il 1930 difatti, Palazzo Koch si conquista un ruolo centrale nel panorama istituzionale italiano, divenendo parte del ‘governo’ del Paese. Nella figura dominante de “il Grande Governatore” B.Stringher si delinea quello stile di azione che avrebbe condizionato a lungo la presenza di Banca d’Italia nei rapporti economico-politici del Paese, riconoscendo, all’interno del panorama istituzionale, un rapporto partitario con lo Stato in termini di manovra, ed ampliando la struttura di collaborazione e fiducia con lo stesso (ad esempio, fornendo assistenza al Ministero del Tesoro per la gestione del debito pubblico). L’istituzione-scuola Banca d’Italia prende largo sviluppo a partire dal dopoguerra, rifacendosi al modello dell’Iri, nel periodo compreso tra la fine del regime fascista e i primi anni della repubblica democratica, e capace di generare una classe dirigente capace di elevarsi alla comprensione dei problemi nazionali. Con Luigi Einaudi e più nettamente dopo la sua uscita, Palazzo Koch venne colonizzato da uomini formatisi nell’Iri, Menichella, Formentini ed in seguito Carli. Ecco il tema delle amministrazioni trasversali e “parallele” allo Stato, cui prende piede il grande risvolto sul piano della formazione di quella ‘super’ classe dirigente che sarà Banca d’Italia. Inoltre, il cumulo di cariche cui furono destinatari nel tempo i diversi governatori (parlamentari, ministri, direttori generali dei ministeri ecc.) è il riflesso del fatto che l’autorità monetaria era ed è concepita tuttora come parte essenziale di un’unica autorità politica, presupposto giustificatore la poco nitida divisione dei poteri in relazione a routinarie consultazioni e partecipazione decisionale di Via Nazionale a rapporto con Quirinale e Palazzo Chigi. Il processo d’apprendimento, fiancheggiato da permanenti contatti con strutture pubbliche di prim’ordine, differenzia la formazione e la leadership dei propri adepti e li fornisce di una preparazione articolata e già strutturalmente inserita negli organi di potere.

Tutto ciò pone la figura del banchiere centrale contemporaneo al crocevia dei rapporti fra i poteri, il quale agisce a fianco del potere politico, in sua supplenza e come suo complemento, mai come sua alternativa: dai Ministeri del Tesoro, dal MEF alla Banca centrale, erige una struttura di rapporti multilaterali e di relazioni professionali che rafforzano il ruolo di questa istituzione come ‘vivaio’ della classe dirigente nazionale, figurando Banca d’Italia come una “sorta di rifugio occulto, sottratto al controllo democratico, della logica e dell’influenza capitalistica”.


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