Valzer per la fine del mondo

La fine del mondo è necessariamente un concetto religioso, implica il giudizio e la condanna di ciò che era: un nuovo cielo e una nuova terra, “perché le cose di prima sono passate”. Noi, invece, abbiamo solo scambiato per futuro l’upgrade del presente.
La fine del mondo è necessariamente un concetto religioso, implica il giudizio e la condanna di ciò che era: un nuovo cielo e una nuova terra, “perché le cose di prima sono passate”. Noi, invece, abbiamo solo scambiato per futuro l’upgrade del presente.

“Ognuno dentro di sé attende con ansia l’arrivo della fine del mondo”, scrive Haruki Murakami in 1Q84. E il momento è significativo: Aomame sta guardando un film sulla guerra atomica, “la distruzione dell’intera specie umana ormai è inevitabile […]. Ognuno vive a modo suo gli ultimi giorni di vita”. Che sia questa fiammata di libertà finale, senza nemmeno i vincoli della memoria postuma, che desideriamo? A dire il vero, il capitolo si intitola “Il corpo è per gli uomini un santuario”, e si parla di calci ai testicoli: del dolore, dell’umiliazione e dell’impotenza di chi riceve un calcio ai testicoli. Un altro scrittore giapponese, Yukio Mishima, ci ha mostrato nel Padiglione d’oro quanto sia asfissiante l’esistenza dei santuari: solo distruggendone le architetture la vita può davvero respirare. Resta il paradosso: per vivere bisogna abbattere il santuario del corpo, perché il mondo sia libero deve arrivare la fine del mondo.

Nel corso degli ultimi due anni abbiamo vissuto una minuscola fine del mondo, una specie di trailer per le fini del mondo più serie – le prossime pandemie vaccinate da Bill Gates, o la catastrofe climatica che ormai inevitabilmente arriverà. Eppure, già a guardare l’ombra della fine da dietro il vetro del lockdown, abbiamo rischiato lo svenimento: sintomo di quanto sia debole la società industriale, e soprattutto di quanto siamo deboli noi. Ormai dipendenti dall’ordine, affetti da un latente disturbo ossessivo-compulsivo che esplode quando le cose si spostano un poco dal loro posto, quando l’aspettativa di vita cala di un paio d’anni – anni nei quali, per dirla alla maniera di Woody Allen, probabilmente sarebbe piovuto a dirotto.

La paura e il desiderio della fine del mondo stanno in una dualità mitologica: Ettore e Achille, Batman e Joker. A metà strada fra il conservatorismo, l’idolatria delle cose come stanno, e il pericoloso oltrepassamento, la gioia del fuoco, sta quel surrogato della palingenesi che chiamiamo progresso: ma è un inganno, perché il mondo non può cambiare se non finisce. La fine del mondo è necessariamente un concetto religioso, implica il giudizio e la condanna di ciò che era: un nuovo cielo e una nuova terra, “perché le cose di prima sono passate”. Noi, invece, abbiamo solo scambiato per futuro l’upgrade del presente. In Sacrificio, di Tarkovskij, viene annunciata una catastrofe indefinita, che si sta per abbattere come una maledizione sulle cose di prima. Per salvarle, perché nulla cambi, il protagonista pronuncia un voto terribile:

“Sono pronto a rinunciare a tutto ciò che mi tiene legato alla vita se soltanto Tu farai tornare le cose com’erano prima, com’erano ieri, stamattina. Lascia che io mi liberi di questo insopportabile, disumano terrore che mi attanaglia.”

Tarkovskij, Sacrificio

Viene ascoltato: e allora perde tutto, la casa, il figlio. Un altro paradosso. Gli Aztechi hanno ragione quando dicono che agli dèi serve il nostro sangue per far sorgere il sole: l’ordine, apparentemente meccanico e impersonale, si nutre sempre di sacrifici. Nel corso di questa pandemia abbiamo sacrificato tutto perché l’ordine proseguisse. Un’intera categoria umana, alla quale è stata imposta ogni umiliazione, utilizzata come bacino di giustificazioni facili per i fallimenti dei governi e dell’accademia, ma non soltanto: abbiamo sacrificato soprattutto ciò che, di noi, non era accessibile ai governi. Adesso sanno benissimo che siamo disposti a tutto purché il mondo non cambi.

Durante questo periodo, le fonti di informazione alternative hanno, in genere, prodotto riflessioni più intelligenti di quelle allineate. Nondimeno, l’opposizione al mainstream diffonde ancora alcune idee contorte, paranoiche, troppo facili da attaccare. Soprattutto, l’idea che quello a cui stiamo assistendo sia in qualche modo nuovo, l’attuarsi di un progetto che è stato deciso in un certo momento e affidato a certi esecutori. Ma il potere non funziona così, il potere è fluido, sopravviene a tutte le relazioni umane, replica se stesso attraverso un sistema di feedback. Quello a cui abbiamo assistito è, semplicemente, il capitalismo di fronte a una crisi. Un sistema che da sempre spaccia promesse – la ricchezza per tutti o la salute per tutti – da sempre utilizza meccanismi di apartheid – la gentrificazione o le restrizioni ai non vaccinati – da sempre ricatta – con il salario o con il green pass –da sempre chiede la consacrazione della scienza – quella economica o quella medica.

Ecco il capitalismo di guerra, il capitalismo attaccato dalle circostanze. Ugualmente, non c’è nessun motivo per ipotizzare complotti: il mondo funziona così perché there is no alternative. Quelli che manovrano le leve decisionali si sono formati alle stesse scuole, appartengono alla stessa classe sociale, condividono la stessa ideologia, leggono gli stessi libri e parlano la stessa lingua – non solo l’inglese, è la semantica ad essere identica. Dunque non dovrebbe sorprendere se prendono decisioni simili. Pensate a un formicaio: per quanto sembri l’esito di una pianificazione, le formiche non sanno cosa stanno costruendo. Sono, semplicemente, formiche. Loro, chi comanda, e in fondo anche noi, siamo, semplicemente, capitalisti: nel senso crociano, non possiamo non dirci capitalisti. Basta questo per spiegare tutto.

C’è, invece, una domanda interessante, che viene posta pochissimo: perché il capitalismo si è declinato in questo ordoliberismo autoritario, invece che adottare fino in fondo l’altra narrazione, quella neoliberista, produttivista e cretinamente consumista degli inizi, il tempo degli aperitivi contro la paura? I fatti, ovviamente, non esistono prima di essere narrati, quindi non sono le vittime del virus ad aver condizionato la scelta. È stato, invece, il vento della fine del mondo, che già spira dal prossimo futuro. Stiamo vivendo gli ultimi decenni di quella democrazia liberale nata alla fine della seconda guerra mondiale: l’epoca dei ceti medi, della piena occupazione, del trickle-down. La pandemia ha suonato le campane a morto.

Non ci sono più le risorse per mantenere quel modello – l’energia a basso costo, i combustibili fossili – il pianeta non può reggere un altro mezzo secolo di padroncini con il SUV. Il capitalismo, per salvarsi, ha bisogno di diventare verticale, centellinare i propri doni, allontanare quanto più possibile le masse dal mercato, e dalla dimensione politica che è l’interfaccia del mercato. La forbice della ricchezza, da quando Piketty ha lanciato l’allarme nel 2013, continua ad allargarsi, ed era ovvio che la nostra sottospecie di democrazia l’avrebbe assecondata. Chiusa la breve parentesi del benessere diffuso, pagato ad altissimo prezzo ecologico, la ricchezza riprenderà ad alimentarsi della solita risorsa di sempre: la povertà. E la libertà si nutrirà dell’oppressione, la salvezza di pochi della dannazione di molti.

Don’t Look Up l’abbiamo visto tutti, ed ha il merito di distribuire le colpe equamente. I cattivi sono i politici, i grandi industriali, ma anche gli scienziati a libro paga, abbagliati dal sogno d’onnipotenza delle nanotecnologie sperimentali, che puntualmente falliscono. E poi la gente che rifiuta di guardare la cometa in cielo. Come sempre, l’ordine sopravvive per difetto di fantasia: è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo, diceva qualcuno. Questa è la chiave: il mondo, devastato e orrendo che sia, sopravviverà finché sopravvive l’involucro del capitalismo. Con dentro solo la promessa che tutto tornerà come prima, un prima sempre più lontano e mitico, una teogonia thatcheriana. E nient’altro.

Guido Morselli, in Dissipatio H.G., parla della bellezza tremenda di risvegliarsi soli, dopo la fine del genere umano, “chiuso l’intermezzo breve che per noi ha il nome di Storia”. Ma il libro può essere letto al contrario: forse è il protagonista suicida ad essere morto, e così funziona la morte. Finisce il mondo, non noi. Brucia il Padiglione d’oro e noi finalmente vogliamo vivere, le cose di prima passano e impariamo ad essere liberi. Nel vecchio duello hegeliano soccombe sempre chi ha paura di morire. La pandemia è stata paura di morire universale, cristallizzata, il fossile delle nostre esistenze: il nuovo carbone del nuovo spirito del capitalismo.

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