OGGETTO: Un'incognita chiamata Gagauzia
DATA: 27 Settembre 2020
SEZIONE: inEvidenza
Una regione dell'Europa orientale quasi sconosciuta e dalle dimensioni microscopiche è un terreno di battaglia in cui si incontrano e scontrano gli interessi di Russia, Turchia e Unione Europea
VIVI NASCOSTO. ENTRA NEL NUCLEO OPERATIVO
Per leggere via mail il Dispaccio in formato PDF
Per ricevere a casa i libri in formato cartaceo della collana editoriale Dissipatio
Per partecipare di persona (o in streaming) agli incontri 'i martedì di Dissipatio'

Le relazioni bilaterali tra Moldavia e Turchia non sono mai state così intense e fruttuose come nei tempi recenti. Oggi la Turchia è il settimo investitore in, e settimo partner commerciale della, Moldavia e contribuisce in maniera significativa alla produzione della ricchezza nazionale, essendo circa 1.200 le aziende di Ankara operanti nel suo territorio. Nel corso della fase più acuta della pandemia la Turchia ha giocato un ruolo primario nella fornitura di aiuti umanitari alla Moldavia, posizionandosi terza in termini di aiuti complessivi, dietro Russia e Cina, ma conquistando il primo posto in una regione: la Gagauzia. Ma che cos’è la Gagauzia e perché è così importante? Siamo stati abituati a sentir parlare della Transnistria, ma il vero dilemma geopolitico della Moldavia del prossimo futuro sarà probabilmente la Gagauzia.

Si tratta di una regione autonoma della repubblica moldava, abitata dal popolo gagauzo, un’etnia turcica stabilitasi in quest’area fra il 12esimo e il 13esimo secolo. Curiosamente, fu proprio la Gagauzia a dare il via alle danze separatiste che minacciarono l’integrità territoriale della Moldavia all’indomani della fine della guerra fredda. Infatti le autorità gagauze dichiararono l’indipendenza unilaterale nell’agosto 1991, ossia un mese prima che lo facesse la Transnistria, salvo poi abbandonare l’agenda secessionista in cambio di vaste concessioni in termini di autonomia.

La Gagauzia, in rosso. (Fonte: Wikipedia)

Stiamo parlando della Gagauzia perché è accaduto qualcosa di molto importante verso la fine di quest’estate. L’influente e potente ministro degli esteri turco, Mevlut Cavusoglu, si è recato in Moldavia nell’ultima settimana di agosto e non (solo) per migliorare i rapporti bilaterali ma quelli trilaterali, ossia tra Turchia, Moldavia e Gagauzia. A Chișinău, Cavusoglu ha partecipato al primo incontro del Gruppo congiunto per la pianificazione strategica, una piattaforma di dialogo scaturita dal Consiglio per la cooperazione strategica di alto livello. Quest’ultima è un organismo stabilito nell’ottobre 2018 da Recep Tayyip Erdogan e Igor Dodon, la cui esistenza ha contributo a migliorare in maniera drammatica le relazioni bilaterali, elevandole allo status di partenariato strategico.

Il vertice del gruppo congiunto è terminato con tre promesse: lavorare per permettere ad Erdogan di mettere piede in Moldavia nel dopo-pandemia, migliorare ulteriormente i rapporti bilaterali, continuare a unire gli sforzi per stanare i membri della rete spionistico-terroristica ruotante attorno al predicatore Fetullah Gulen. Dopo l’evento, Cavusoglu ha raggiunto Comrat, il capoluogo della Gagauzia, dove ha preso parte all’attesissima inaugurazione del consolato turco, la cui edificazione era stata richiesta a gran voce proprio dai locali e che, alla luce di questo e altri eventi che saranno introdotti a breve, va letta per quel che è: la prova che è errato continuare a considerare la Moldavia come un feudo russo. Lo era, ma oggi non lo è più.

L’inaugurazione del consolato turco a Comrat. (Fonte AA: Via Daily Sabah)

La Gagauzia è stata per lungo tempo un’enclave russa paragonabile alla Transnistria ma la situazione è radicalmente mutata da quando Erdogan ha incaricato l’Agenzia Turca per lo Sviluppo e la Cooperazione Internazionale (TIKA) di allungare i suoi tentacoli in Moldavia, coerentemente con la direttrice panturca dell’agenda estera del Partito della Giustizia e dello Sviluppo. In Gagauzia la Tika sta costruendo strade, edifici, ospedali, sta rinnovando luoghi in stato di abbandono, come parchi ed ex fabbriche, e sta migliorando l’intera rete infrastrutturale e dei servizi. Se oggi i gagauzi possono usufruire dell’elettricità e avere acqua potabile in ogni angolo della regione è soltanto per merito degli sforzi della Tika.

Sullo sfondo della cooperazione allo sviluppo, la Tika ha anche dato impulso ad un considerevole processo di ri-nazionalizzazione delle masse basato sulla costruzione e sul finanziamento di centri di cultura e scuole per l’insegnamento della lingua gagauza, e sulla promozione di scambi culturali, eventi e borse di studio. Oggi più che mai i gagauzi hanno una coscienza nazionale: sanno di non essere moldavi e non hanno più l’ambizione di entrare nel mondo russo perché vogliono entrare in quello turco, similmente alla vicina Ucraina. La transizione di questa regione dalla sfera d’influenza russa a quella turca è stata consacrata ufficialmente nell’ottobre 2018, data in cui Erdogan ha messo piede a Comrat per la prima volta. Un evento partecipatissimo, che ha attratto una fiumana di persone, durante il quale sono apparse decine di bandiere turche e che si è concluso con un discorso alla piccola nazione gagauza. Quel discorso, pur essendo passato inosservato nel resto del mondo e venendo completamente trascurato da coloro che si occupano di dinamiche politiche nell’Europa orientale, è estremamente importante perché ha consacrato l’entrata definitiva della Gagauzia nell’orbita della Sublime Porta.

Erdogan, parlando alla platea, dichiarò di voler diventare il portavoce e il difensore dei gagauzi e che avrebbe negoziato per loro con le autorità del governo centrale di Chișinău per risolvere la questione irrisolta dell’autonomia. Un’autonomia che, secondo il presidente turco, o sarà totale o non sarà. Da quella data in poi è stato un percorso tutto in salita: la Gagauzia ha ospitato, per la prima volta in assoluto, l’incontro annuale del Gruppo di lavoro delle minoranze turche nell’unione federale delle nazionalità europee (Working Group of Turkic Minorities in the Federal Union of European Nationalities), è uscita indenne dalla pandemia per via del massiccio impegno umanitario turco e, stranamente ma non sorprendentemente, sta vedendo ascoltato ogni appello lanciato all’indirizzo di Chișinău. Non sorprende, quindi, che durante le celebrazioni per l’inaugurazione del consolato turco di Comrat, Irina Vlah, la governatrice, abbia definito la Turchia “il paese più vicino” alla Gagauzia.

Ma non è soltanto la Turchia ad essere interessata al destino della piccola Gagauzia, a riprova della sua estrema importanza. Anche l’Unione Europea, via Romania, sta aumentando la propria esposizione nella regione. Nei primi anni 2000 Bucarest ha aperto a Comrat la scuola superiore Mihai Eminescu con l’obiettivo di diffondere l’uso della lingua rumena. La Gagauzia, infatti, è principalmente composta da russofoni, proprio come la Transnistria, e soltanto il 12.5% dei residenti è in grado di parlare rumeno. I dati forniti dalla scuola Eminescu sono (s)confortanti – a seconda di chi li legge, ossia Bucarest e/o Mosca – perché gli studenti ivi iscritti sono passati dai 100 del 2002 ai 401 del 2018. Inoltre il governo rumeno ha anche introdotto delle borse di studio per gli studenti più meritevoli della Eminescu, con le quali, una volta ottenuto il diploma, possono continuare i loro studi a Bucarest. Il programma è supportato dall’Ue, che considera la Romania il miglior strumento con cui de-russificare la gioventù moldava (e quella gagauza). La diplomazia culturale di Bucarest è anche dietro l’apertura di un corso di lingua rumena all’università di Comrat, inaugurato nel 2005 e la cui popolarità aumenta di anno in anno. I gagauzi stanno venendo spinti all’apprendimento del rumeno anche dal fatto che diverse compagnie di medie e grandi dimensioni, con sede a Bucarest, stiano delocalizzando nella regione e preferiscano assumere lavoratori con conoscenze, anche basiche, di rumeno. In breve: Romania e Ue hanno creato un bisogno, rendendo l’apprendimento del rumeno un imperativo nella ricerca di migliori opportunità di lavoro.

L’impegno in prima linea rumeno-europeo in Gagauzia non è limitato a cultura ed economia. La Romania fornisce annualmente milioni di euro per la conduzione di progetti umanitari, lavori di restaurazione e cantieristica, mentre l’Ue sta finanziando progetti di modernizzazione agricola e sviluppo rurale, sullo sfondo di iniziative di sensibilizzazione destinate ai giovani. A quasi un trentennio dalla difficile transizione democratica, mai avvenuta completamente, il fato della Moldavia continua ad essere inestricabilmente legato a quanto accade in Transnistria e Gagauzia. La Russia sta gradualmente allentando la presa sulla prima, mentre sembra aver ceduto il comando sulla seconda. Il controllo su queste due regioni, però, è vitale: è la presenza di conflitti congelati e spettri separatisti a garantire il controllo su Chișinău, ostacolandone il percorso di avvicinamento all’orbita euroamericana. A meno di inversioni di tendenza radicali, il prossimo passo potrebbe essere la fuoriuscita della Moldavia dall’orbita del Cremlino e, se accadesse, sarà per via di una regione microscopica apparentemente irrilevante: la Gagauzia.

Si ringrazia la redazione di Vision and Global Trends per la gentile concessione e traduzione dell’articolo.

I più letti

Per approfondire

Il sultano ad un bivio

La Turchia vive l’ennesimo momento di crisi interna, così violenta da riverberarsi veementemente anche verso l’esterno. Il tempo, a fronte di politica e cultura, non ha mitigato le pulsioni politiche neo ottomane, ancora avvinte ad un Gazi forse mai davvero morto, così come ad un deep state ancor più forte e pervasivo. Per Erdoğan questo è il momento della verità contro il kemalismo della piazza e di Ekrem İmamoğlu.

Pyongyang e l'amico ritrovato

La Duma russa ha ratificato all’unanimità il Trattato militare ed economico con la Corea del Nord. Non era scontato che ciò accadesse: gli accordi internazionali hanno bisogno di tempo per concretizzarsi, e la ratifica testimonia la natura perdurante degli interessi comuni alle parti. Il Trattato è un manifesto che spiega cosa sia e cosa sarà la Corea del Nord nel prossimo futuro, ovvero una fortezza dedita a rifornire il mondo di caos.

L'Ankara consensus alla prova

Negli ultimi anni la Turchia ha ricalibrato le proprie ambizioni geopolitiche proiettandosi su due fronti principali: la mediazione nel conflitto russo-ucraino e la crescente influenza nel Corno d’Africa, in particolare in Somalia. Recep Tayyip Erdoğan, sfruttando la postura ambigua tra NATO e Russia, tenta di rafforzare il proprio ruolo di mediatore globale, nonostante le tensioni con Washington per l’acquisto dei sistemi russi S-400. Parallelamente, Ankara ha costruito in Somalia un laboratorio strategico di proiezione militare, economica e diplomatica, presentandosi come alternativa credibile all’Occidente e alla Cina.

Il miraggio della pace

La controffensiva ucraina fatica a sfondare, e da Bruxelles si riaffaccia l’ipotesi della trattativa. Ma una pace negoziata rimane al momento impossibile.

Il ritorno della guerra totale

La guerra è di nuovo un fatto esistenziale. E così, dall’Ucraina alla Striscia di Gaza, sui campi di battaglia più caldi del mondo nessuno è al sicuro. La logica della guerra come atto politico ha ceduto il passo a quella della distruzione assoluta: si punta ad annientare l’avversario in quanto tale, e si teme d’essere annientati a propria volta.

Gruppo MAGOG