Un "anarchico" all'italiana

Più che di un anarchico Indro Montanelli è un magistrale esempio di giornalista all'italiana: sempre pronto a sbeffeggiare la politica ma con un attento occhio di riguardo per chi detiene effettivamente il potere.
Più che di un anarchico Indro Montanelli è un magistrale esempio di giornalista all'italiana: sempre pronto a sbeffeggiare la politica ma con un attento occhio di riguardo per chi detiene effettivamente il potere.

Il padre del radicalismo britannico e dell’anarchismo filosofico, William Godwin, il principio d’autorità lo metteva in discussione così, ricorrendo (ottimisticamente) a segrete energie umane: «ciascuno è abbastanza saggio da governarsi da solo». Sottratta idealisticamente al pedaggio della storia, difficile trovare categoria più attraente e multifunzionale di quella “anarchica”. Incerta quanto genericamente intrigante, consente in effetti ampie possibilità: dribblare consuetudini e buon senso, demonizzare a priori il capro espiatorio di turno (come successe al povero Valpreda, dato come sicuro colpevole cinque minuti dopo l’arresto dal giovane cronista RAI garantista a intermittenza Bruno Vespa); buttarla in fallo laterale (o anche, come dicono a Roma, “in caciara”) come succede per prassi all’indomani di qualche attentato di poco conto; riabilitare in una zona ideologicamente franca personaggi considerati, con una definizione di per sé controversa, “controversi”; di dare una provvidenziale rinfrescata di indipendenza a personaggi che col potere hanno avuto e hanno rapporti quantomeno ambigui; di restituire una dimensione anticonformista e vagamente libertaria a caratteri e atteggiamenti orgogliosamente individualisti.

Non è un caso che Indro Montanelli (scomparso il 22 luglio 2021)  ripetesse così spesso l’adagio prezzoliniano «chi ha carattere ha brutto carattere»; e non è un caso nemmeno che proprio al giornalista di Fucecchio la qualifica di “anarchico” continui ad essere così spesso accostata, in diretta continuità coi suoi due acclarati “maestri”: l’“anarchico conservatore” Giuseppe Prezzolini (ipse dixit) e il genio dell’editoria Leo Longanesi, che secondo Montanelli incarnava al meglio «la figura dell’anarchico italiano». «L’Italia non è democratica, né aristocratica. È anarchica», aveva scritto nel 1921 Prezzolini nel suo Codice della vita italiana, aggiungendo poi: «tutto il male dell’Italia viene dall’anarchia. Ma anche tutto il bene». Così dicendo, anticipava, in fondo, la celebre risposta di Mussolini al giornalista svizzero Ludwig che gli aveva chiesto com’era governare gli italiani («inutile», si era sentito rispondere), e insieme rifletteva peripezie intellettuali vissute in prima persona: l’interesse iniziale mostrato insieme a Papini con Il Leonardo (1903-1907) per un pragmatismo anglo-americano di gusto pseudorivoluzionario da trasformare in metodo di azione e di vita, compatibile con qualunque filosofia e religione; quindi l’abbandono delle posizioni scettico-irrazionaliste e la conversione al crocianesimo, tanto criticato fino a due o tre anni prima, per approdare, da ultimo, a un completo nichilismo autorevolmente celebrato da oltreoceano.

Codice della vita italiana (Robin Edizioni) di Giuseppe Prezzolini

Nel clima di soffocante conformismo del dopoguerra, in quegli anni in cui, come scrisse Renato Poggioli a Pavese, «se non sei rosso ti credono nero», Prezzolini fu rimosso velocemente. Non era classificabile. Non aveva etichette. Su questa strutturale sfiducia prezzoliniana negli italiani (divisi in furbi e fessi) Montanelli costruì con intelligenza e contraddittoria spavalderia visione e carriera. La visione era quella di uno che, pur disprezzando nell’intimo il «palazzo», si assumeva il difficile compito di separare il grano dal loglio, per offrire un affidabile vademecum elettorale ai lettori pronti a pendere dalle labbra di questo anarchico-conservatore diventato punto di riferimento della borghesia italiana; di uno che, con quella superficialità tipica di gran parte del nostro giornalismo, snobbava come “bischerate” approfondimenti e questioni “tecniche” anche quando erano fondamentali; di uno che con popolaresca spavalderia si metteva a prendere in giro il presidente americano Clinton solo per il suo aspetto fisico o, allineandosi all’integralismo cattolico più buio, salutava l’AIDS come punizione divina…    

Quanto alla carriera, beh, fu lunga e prestigiosa, distesa su oltre sessant’anni. Dai tempi dell’Universale, il mensile degli anni Trenta diretto da Berto Ricci, all’ultima fatica, intrapresa a ottant’anni compiuti, de La Voce, estremo omaggio prezzoliniano fin dal nome, passando naturalmente per i decenni trascorsi ad impreziosire il Corriere della sera, interrotti temporaneamente quanto bruscamente nel 1973 quando, giudicato dal direttore Piero Ottone in dissenso con la linea del quotidiano, viene licenziato dopo 40 anni di onorato servizio; episodio all’origine della “vendicativa” nascita de Il Giornale in chiave anti-Corriere nel febbraio 1974 e dagli avventurosi sviluppi: iniziata in un’orbita felicemente berlusconiana (compreso irrelativo sostegno alla riforma Mammi) e conclusa con la roboante rottura con il fondatore di Forza Italia, che ebbe l’effetto immediato di accomodarlo nelle grazie di quella sinistra progressista in quella stessa zona, “martiri di Silvio”, in cui si sarebbero poi aggiunti anche Biagi e Santoro. Da ricordare sono anche le collaborazioni significative verso la fine dello stesso decennio con L’Europeo dove, dal 1957 al 1964, firmò ogni settimana, con lo pseudonimo di Marmidone, un vibrante filo diretto con i lettori (I nostri affanni) e nel 1964 il trasloco alla Domenica del Corriere, con la seguitissima rubrica, ribattezzata La stanza di Montanelli destinata ad essere riproposta poi sul Corriere a metà ani Novanta sotto la direzione Mieli. Tribune dalle quali Montanelli poteva scatenarsi con toni decisamente più scanzonati e provocatori di quelli concessi dal più sorvegliato Corriere alla cui direzione, nell’ottobre 1961, Alfio Russo aveva sostituito Mario Missiroli. Anche se, almeno da un punto di vista editoriale, l’operazione più interessante cui partecipò resta quella del Borghese, anticipatore per molti aspetti di Dagospia, ultimo e nel complesso insoddisfacente sforzo di Leo Longanesi.

Da lui, raccontava Montanelli, ho imparato «giravolte rischiose e azzardati zig zag». Le stesse del popolo italiano, appunto, profondamente anarchico, incapace di “fare sistema”, abituato nei secoli ad arrangiarsi in proprio e tradizionalmente sprovvisto di memoria, composto com’è – lo osservò col solito acume Prezzolini – solo da “contemporanei”, senza antenati né posteri, cioè. È in questa dimensione originaria, antropologica prima ancora che culturale, che Montanelli ha sempre convenientemente alloggiato, con quell’innato gusto per il paradosso che lo portava a dire «non c’è un giudizio cui sia rimasto fedele», dando presuntuosamente colpa però alla benedetta esperienza e alla sua capacità di imporre la revisione delle idee (perché solo i cretini ecc. ecc.). Pratica che negli anni Novanta, dopo l’apertura degli archivi sulla guerra coloniale italiana in Africa, sbatté impietosamente sull’evidenza della realtà storica a proposito dell’uso contro la popolazione etiope di quelle armi chimiche messe al bando dalla Convenzione di Ginevra; dopo averlo sempre negato, dovette chiedere scusa a storici di professione come Del Boca.

All’ombra dei maestri Prezzolini e Longanesi, l’”anarchico” Montanelli ha sempre navigato con classe sopraffina in questa dimensione profondamente italiana, sferzante ma sotto sotto autoassolutoria. Cos’altro significa infatti non avere né antenati né posteri se non sentirsi liberi da obblighi e doveri sia nei confronti di chi ci ha preceduto che di chi verrà dopo? Sapendo che tutto comunque col tempo scolorirà nel confortevole regno dell’indistinto, là dove le responsabilità sono troppo distribuite e allargate per essere davvero perseguite e dove l’informazione non ha alcun interesse ad arrivare? Solo alla luce dell’illuminante “contemporaneismo” prezzoliniano si può capire quell’altra specialità sportiva di casa Italia che è il trasformismo, figlio prediletto del longanesiano “tengo famiglia”, felicemente declinato anche dalla classe intellettuale come “nicodemismo”, alibi di cui in tanti si sono serviti nel dopoguerra per ripulire il proprio passato.

Il Montanelli che da “storico” negava risolutamente ci fosse mai stata una resistenza italiana, è lo stesso Montanelli che è stato a modo suo sempre un “partigiano”. Lo era stato da giovane come fascista, poi dopo la seconda guerra mondiale, fasciato dallo stesso viscerale anticomunismo che, dopo averlo portato negli anni Cinquanta ad essere sospettato di congiura golpista per gli stretti rapporti l’ambasciatrice americana Clare Boothe Luce, lo fece approdare, in occasione delle delicate elezioni anticipate del 20 giugno 1976, a chiedere ai suoi lettori-elettori di votare la tanto detestata DC, turandosi il naso per scongiurare il temuto “sorpasso” comunista. Poco dopo, il 2 giugno 1977, fu gambizzato a Milano da un commando delle Brigate rosse, episodio concluso con l’incontro e il perdono dei suoi attentatori. Lo è stato anche da giornalista, ovviamente, perennemente orfano di quella destra liberale seria e autorevole che nel nostro Paese si è mostrata cronicamente latitante e non è mai riuscita ad assumere una qualche consistenza culturale. E lo è stato, come accennato, negli ultimi anni, dopo la rottura con Berlusconi nel 1994, pienamente riconciliato con una sinistra felice di invitarlo addirittura alle feste dell’Unità.

Un giornalista «testimone del suo tempo», come lui stesso si definiva. Di sicuro magistrale esempio di giornalismo all’italiana. Sempre pronto a sbeffeggiare acutamente il mondo della politica, ma sempre attento a non usare lo stesso metro con i veri poteri forti dell’epoca. Su tutti, la Fiat di Valletta, la Montedison di Cefis (lo stesso Cefis, che lo sostenne per la nascita de Il Giornale) o la Mediobanca di Cuccia (lo stesso Cuccia che contribuì al progetto “vociano”, dimostrazione su carta dell’impossibilità di ricavare un nucleo adeguato di lettori fra la destra del Giornale e la sinistra di Repubblica. Pronto anche a unire, con alcuni articoli nel luglio del 1962, la propria autorevole voce – lui che in economia mai aveva dato prova di essere uno specialista – al fuoco di fila scatenato dagli amici americani contro un Enrico Mattei pericoloso nemico pubblico a tutti gli effetti, colpevole di voler sparigliare in senso anti-atlantico le regole dell’approvvigionamento energetico, in un clima che portò un consiglio dei ministri (governo monocolore guidato da Segni) a licenziare alla fine del 1961 direttore de Il Giorno Gaetano Baldacci, quotidiano allora nella disponibilità dell’Eni («per aver continuato a mantenere la sua linea, nonostante le ripetute diffide», fu la motivazione). Meno di un anno dopo, nell’ottobre del 1962, come tutti sanno, Mattei sarebbe morto in un incidente che solo eufemisticamente può definirsi sospetto…

Per questo si fa una certa fatica a seguire Marco Travaglio quando nel suo libro Indro: il 900. Racconti e immagini di una vita straordinaria (Rizzoli, 2021) dopo aver definito ironicamente «mostro sacro» il presidente dell’Eni (sacro? Per chi?), risolve l’imbarazzante querelle in poche striminzite e assolutorie righe. E per questo fa sorridere lo stesso Marcello Veneziani quando nel ritratto parallelo con Scalfari (La Verità, 17 luglio 2022) scrive, secondo il facilone schema «destra-sinistra», che «con Montanelli il giornalismo si fece arte, con Scalfari esercizio sul potere». A differenza del fondatore de La Repubblica, quello de Il Giornale che mi risulti non sì definì mai un “accompagnatore di interessi”; eppure lo è stato indubbiamente anche lui, partecipe per decenni della vita politica italiana, compreso l’esaltante e insieme famigerato biennio 1962-1964, bruscamente segnato della cessione agli americani della divisione elettronica della Olivetti e appunto dalla morte di Mattei (il quale, il 27 luglio, sempre sul Corriere, aveva replicato al giornalista elencando le «numerose inesattezze e deformazioni della realtà» scritte sul prezzo del metano, sul petrolio sovietico, sugli accordi con Iran ed Egitto, sui punti di attrito con le Sette sorelle e sul reale indebitamento dell’Eni, consigliando infine all’”articolista” di scegliere con più cura le sue «fonti e i suoi eventuali consiglieri»).

Dopo la rottura de il Giornale fu accusato da diversi simpatizzanti berlusconiani di essere «passato al nemico». Non avevano tutti i torti: alle elezioni del 1996 si ritrovò ad appoggiare (senza entusiasmi) Romano Prodi e ancora in quel senso andarono le sue dichiarazioni alla vigilia delle elezioni del 2001. Gli ultimi anni della sua vita li trascorse a difendere la sua idea di un’“altra destra”, sobria, conservatrice, colta, pessimista. Un qualcosa che assomigliava molto a un fantasma. Era la stessa cara anche al maestro Prezzolini, lontana anni luce da quella qualunquista propagandata con successo da Berlusconi, certo, ma che in Italia non ha mai smesso di somigliare a un fantasma…

La battaglia contro il mostro sacro mattei elogia le doti imprenditoriali le intuizioni il fiuto, il “prestigio internazionale e la personale onestà”, poi però lo dipinge come il vero ministro degli esteri che sposta il baricentro della politica estera dall’occidente verso il terzo mondo, e lo accusa di concludere in africa affari poco vantaggiosi e poco trasparenti, come del resto i bilanci dell’eni. Per lui Mattei è  un “incorruttibile corruttore” che usa – per sua stessa ammissione – i partiti e i giornali come “taxi” dove si sale, si paga (con finanziamenti e contratti pubblicitari che imbavagliano l’informazione, senza contare l’acquisto del “giorno”). Il 27 ottobre 1962 la morte misteriosa del presidente dell’Eni a Bascapé (Pavia) chiude bruscamente la querelle”.

Indro Montanelli

Un giornalista, un testimone del mio tempo

Grazie ai capitali procurati da La Mediobanca di Cuccia: La Voce.

Come accade spesso agli anziani, Indro tornava agli amori giovanili, con quel richiamo alla “Voce” di Prezzolini che considerava un modello insuperato di giornalismo politico indipendente. Ritrae le due fondamentali categorie in cui, secondo Prezzolini, si possono suddividere i cittadini italiani:  i furbi e i fessi. leggiamo: Eccolo il più “politicamente scorretto” degli “apoti”, coloro che non se la bevono:

«Oggi non starebbe dalla parte del pensiero unico».

Veneziani

L’altro, Giuseppe Prezzolini, il caso è quando Giuseppe Prezzolini propose, di fronte al fascismo come di fronte al bolscevismo, la “Società degli Apoti”, di “coloro che non le bevono”, che si tengono fuori della mischia, al giornalista definito dalla Rizzoli il più grande del Novecento.

Montanelli l’anarchico borghese. La seconda vita (1958-2001)

Un testimone del suo tempo, un anarchico borghese, un anarchico conservatore,

L’anarchico Marcello veneziani.

Gennaro Sangiuliano, già autore dell’ esaustiva biografia, Prezzolini anarchico-conservatore. L’Italia non trovò modo di riscattarli. O forse non volle. C’è poco da stupirsi. E questo era insopportabile per l’establishment dominante. Ancora più insopportabile e, sicuramente, incomprensibile, risultava, ai maestrini del pensiero, la sua struttura politico-culturale che proprio non poteva avere cittadinanza nel nostro Paese: (il termine fu coniato nel 1922 e usato in un articolo sulla “Rivoluzione liberale” di Piero Gobetti) fascisti monarchici laici e non credenti.

Dal dicembre 1933 fino alla chiusura della rivista nell’aprile 1935, il M. scrisse una ventina di articoli, spesso irriverenti, di politica interna ed estera o di cultura.

Ottone, dopo avergli annunciato in lacrime il licenziamento per ordine della Crespi, rifiuta di pubblicare la sua lettera di commiato ai lettori, in cui Montanelli lo scusa, definendolo «latore senza colpa di un pronunciamento padronale». Indro racconta la scena in una lettera a Spadolini:

«La sera del 16 ottobre Ottone mi telefona per dirmi che ha bisogno di parlarmi e che verrà all’indomani alle nove e mezzo a casa mia. Naturalmente, ho già capito di che si tratta. L’indomani viene e, mentre lo precedo in salotto, sento alle spalle un singhiozzo. Quando mi volto, è già sprofondato in una poltrona, e col viso inondato di lacrime (vere!) mi dice: ‘Se avessi saputo di dover affrontare un giorno come questo, non avrei accettato la direzione del Corriere: è il giorno più amaro della mia vita’. Mi spiega che il Consiglio d’amministrazione ha dichiarato “incompatibile” la mia presenza al Corriere… e che mi si chiedono le dimissioni. Rispondo che ci penserò, e infatti ci penso, ma poi decido di darle per motivi di dignità… La sera mi chiama Ottone. Dice che non può pubblicare la mia lettera e che verrà a parlarmene. L’indomani… mi dice che la mia allusione al ‘pronunciamento padronale’ non è riproducibile. Dico: ‘O non mi hai detto che a cacciarmi è stato il Consiglio d’amministrazione, che è l’organo dei padroni?’. ‘Sì, ma dopo aver sentito il mio parere’. ‘Ah, ma questo ieri non me l’avevi detto’. ‘Lo consideravo implicito’. ‘Ma allora, scusa, perché piangevi?’. Non risponde. Gli dico: ‘Vattene’. E non lo accompagno alla porta”. Subito lo chiama Gianni Agnelli per offrirgli un contratto a La Stampa di Arrigo Levi. “C’è stato al telefono un diverbio fra Ottone e Levi. Ottone ha detto che la mia assunzione è un atto sleale. Levi ha risposto: ‘Non ve l’ho portato via. Siete voi che lo avete buttato sul lastrico. Dovevo lasciarcelo un giornalista come Montanelli?’. Mi vorrebbero ramingo coi campanelli come i lebbrosi del Medio Evo. Ecco i fatti, caro Giovanni, come si sono realmente svolti. Non mi hanno affatto turbato».

Il Corriere di Ottone e La Stampa di Levi omettono il suo nome nei titoli in prima pagina (I giornalisti nuovo bersaglio della violenza, Attentati delle Brigate rosse a direttori di due giornali).

Dai suoi diari

«3 giugno 1977. Anche l’Unità esce con un titolo a sette colonne in cui campeggia il mio nome. Lo stesso fa Repubblica, ma Scalfari… sostiene la strana tesi che l’attentato è stato organizzato contro i nemici di Montanelli, cioè contro di lui, insinuando così il sospetto che me lo sia organizzato da me. Il mio successo lo riempie di un furore che lo fa sragionare. Ma la cappella più grossa la fa il Corriere che titola su cinque colonne sul centro pagina: ‘Attentati contro giornalisti’, mettendo il mio nome solo nel sommario… Continua l’alluvione dei telegrammi e la processione delle visite. I personaggi ufficiali non m’interessano, m’interessano gli anonimi. È dalle loro facce e parole che misuro l’affetto, il rispetto, la stima da cui sono circondato’. ‘La notizia che in fondo mi fa più piacere è che in due salotti milanesi – quello di Inge Feltrinelli e quello di Gae Aulenti – si è brindato all’attentato contro di me e deplorato solo il fatto che me la sia cavata. Ciò dimostra che, anche se non sempre scelgo bene i miei amici, scelgo benissimo i miei nemici… A un certo punto arriva Ottone… Per fare fronte alla sua ipocrisia, chiamo a raccolta la mia, e lo accolgo cordialmente, ma fingendo di non accorgermi che vorrebbe abbracciarmi (questo è troppo)… Più tardi sopraggiunge Levi che, dopo consulto con Ottone, aveva a sua volta evitato, nel titolo, il mio nome… Ma da quali ometti è rappresentato questo povero giornalismo italiano!’. Esce mercoledì da Rizzoli I conti con me stesso»

Nel 1937 viene sospeso e poi esce dal partito

Stereotipi antisemiti anni trenta volontario in africa.

Carlo Rosselli lo descrive un po’ impacciato.

Nel luglio 1937, il M. si recò in Spagna per seguire alcune fasi della guerra civile. A parte un accordo con L’Illustrazione italiana e Omnibus di Longanesi, arruffato sul piano ideologico, contraddittorio per l’invio di qualche corrispondenza, si era fatto accreditare dal quotidiano romano Il Messaggero, cui mandò ogni giorno, a partire dal 29 luglio, articoli di schietta ispirazione franchista. Con una notevole eccezione (il 19 luglio), che gli valse il richiamo in patria: e cioè il racconto in termini niente affatto eroici della conquista di Santander, che irritò moltissimo il comando militare italiano. Per di più, l’articolo era stato scritto non dalla zona dei combattimenti, bensì da Saint-Jean-de-Luz, oltre frontiera, in territorio francese.

Nel 1938 l’ingaggio, sia pur all’inizio come semplice collaboratore (tre pezzi al mese e obbligo di esclusiva), da parte del Corriere della sera, dopo due tentativi precedenti (nel 1936 e nel 1937) andati a vuoto, sempre con il direttore A. Borelli. Il M. vi sarebbe rimasto fino al 1973, diventando ben presto la principale firma di «via Solferino».

Trovata su un personaggio scuola longanesiana

Nei primi mesi di guerra: reportage non di rado inaffidabili guerra in abissinia.

Lo scrittore italiano ha sempre scritto per i signori, mai per il pubblico.

La cultura chiusa in se stessa.

Tra i più notevoli servizi del M. apparsi sul Corriere negli anni Sessanta, vi furono le cinque bordate contro la gestione dell’Ente nazionale idrocarburi (ENI), apparse fra il 13 e il 17 luglio 1962, in cui il M. prese di mira il presidente, E. Mattei, per l’uso disinvolto della «rendita petrolifera», per i bilanci a suo dire criptici, per la corruzione esercitata nei confronti di partiti politici e organi di stampa; a quanto pare il M., nella sua azione, sarebbe stato ispirato dai vertici della Confindustria. Quindi i reportage dedicati a Sardegna, Toscana, Emilia Romagna e Lombardia, nell’ambito di una lunga serie sulle Regioni intitolata Italia sotto inchiesta, apparsa fra il 1963 e il 1965. Infine una campagna – iniziata il 10 feb 1968 e protrattasi fino al 1973 – che portò alla ribalta nazionale la salvaguardia di Venezia e della sua laguna, minacciata da nuovi insediamenti industriali (poi non realizzati).

Dopo quattro anni di direzione Spadolini, la proprietà del Corriere (Giulia Maria Crespi in testa), preoccupata anche dal peggioramento dei conti, il 15 marzo 1972 portò al vertice di via Solferino P. Ottone, con l’intenzione di svecchiare il quotidiano e di farne l’organo della borghesia più liberale. Onde, per esempio, le collaborazioni di P.P. Pasolini e alcune significative inchieste sulle morti bianche. Il M., che pure da qualche tempo si trovava a disagio con la proprietà, disagio accentuatosi con il licenziamento di Spadolini, mantenne all’inizio rapporti abbastanza distesi con Ottone, salvo ben presto criticarne lo sbilanciamento a sinistra e le eccessive aperture ai sindacati interni. Giunse così alla decisione, nell’ottobre 1973, di abbandonare il Corriere e di fondare un nuovo quotidiano, insieme con una folta pattuglia di redattori e firme di via Solferino, quali E. Bettiza, E. Corradi, M. Cervi, C. Zappulli e G.G. Biazzi Vergani. Contemporaneamente, lasciò pure la Domenica del Corriere, iniziando (il 22 novembre) una nuova rubrica settimanale su Oggi, che continuò fino alla morte. In quel periodo di interregno, il M. collaborò per alcuni mesi a La Stampa, diretta da A. Levi.

Nel marzo 1983 il condirettore Bettiza lasciò Il Giornale, dopo che il M. ne aveva contestato l’apprezzamento troppo aperto al Partito socialista italiano (PSI) di B. Craxi (diventato, dopo la fine del «compromesso storico», l’ago della bilancia nella politica italiana); i due si riconciliarono solo nel 1996.

Il 1989 fu l’anno della «fine del comunismo» e del crollo del Muro di Berlino

Il M. se ne rallegrò, anche se i suoi articoli al riguardo furono venati da un’evidentissima sfumatura malinconica, per la scomparsa di quel mondo bipolare in cui era riuscito a ritagliarsi un ruolo da protagonista. Nel 1991 il M., per conservare la propria indipendenza, rifiutò il seggio di senatore a vita, propostogli dall’allora presidente della Repubblica, F. Cossiga.

Centrale, nella storia del Giornale del M., fu il ruolo di S. Berlusconi

Questi nel 1977, già immobiliarista di successo, era diventato azionista della SEE, con una quota del 12 % (pari a quella dell’imprenditore A. Boroli). Il quotidiano, pur con una tiratura di circa 270.000 copie, chiudeva i propri conti con perdite allora modeste, ma destinate a crescere. Per porvi riparo, in quell’anno il M. riuscì a far subentrare alla SPI la concessionaria pubblica Società italiana pubblicità per azioni (SIPRA), che garantì un lauto «minimo garantito» per un altro quinquennio. Nell’ottobre del 1979 Berlusconi portava la propria quota al 37,5 %.

Negli anni Ottanta, Berlusconi stava costruendo il proprio impero televisivo. Il Giornale lo affiancò in tutto quel periodo, sostenendo la «libertà d’antenna» (e quindi la legislazione conseguente) contro il monopolio pubblico della RAI. Solo a tratti ci furono tensioni con il M. per alcune sue bordate contro il politico in quel momento più vicino a Berlusconi, e cioè Craxi, presidente del Consiglio dall’agosto 1983: ammirato dal M. per l’anticomunismo e il filoatlantismo, ma criticato per il temperamento arrogante. A parte questi incidenti, Berlusconi e il M. filarono sempre in perfetto accordo, anche dopo la scoperta dell’iscrizione del primo alla loggia massonica P2 (1981), su cui il M., pur deprecandone il retroterra affaristico e approvandone lo scioglimento, dette un giudizio quasi assolutorio, reputando il suo capo, L. Gelli, una sorta di golpista da operetta.

Nel gennaio 1994, dopo mesi di frizioni, avvenne la rottura irreparabile tra il M. e Silvio Berlusconi, in coincidenza con l’annuncio della «discesa in campo» di quest’ultimo.

Non tollerando di avere un «padrone» impegnato in politica, il M. abbandonava la direzione del Giornale, trasformandosi in uno dei più duri oppositori del leader di Forza Italia. L’evento suscitò grande scalpore nel mondo giornalistico.

Molti non capirono. Dopo tutto, il Berlusconi «politico» stava per appropriarsi del lessico utilizzato per vent’anni dal Giornale. Il richiamo ai perduti «valori morali»; la retorica dello scontro di civiltà fra «anticomunisti» e «comunisti». L’ammirazione per gli Stati Uniti di R. Reagan e l’Inghilterra di Margaret Thatcher. Il peana al «libero mercato». Il revisionismo sul fascismo e la Resistenza; il disprezzo per il «Palazzo». La diffidenza verso i giudici «politicizzati» (anche se, dal 1992, il foglio milanese era divenuto uno dei più calorosi fiancheggiatori di «Mani pulite»). In realtà il M., ergendosi a portavoce del senso comune dell’italiano medio, aveva offerto autorevolezza agli impulsi qualunquistici e anarcoidi presenti nel nostro corpo sociale. Solo quando Berlusconi s’incaricò di dare per la prima volta, nel 1994, una rappresentanza politica a questo magma informe, il M. si rese conto di avere involontariamente recitato la parte dell’«apprendista stregone».

Nel maggio 1995, il M. ritornò come editorialista al Corriere, diretto da P. Mieli, che pure, a decorrere dal 1° ottobre, gli affidò una seguitissima Stanza quotidiana di dialoghi con i lettori

Pochi mesi dopo il governo Fanfani, appoggiato da Dc e Psdi, è costretto alle dimissioni e viene sostituito da un monocolore democristiano guidato da Antonio Segni. Il futuro presidente della Repubblica resta in sella meno di un anno, ma fa

Ovviamente il bersaglio è Enrico Mattei

Siamo nel 1960, a Palazzo Chigi va a sedersi Fernando Tambroni (premier di un monocolore Dc sostenuto dal Msi).

Nel 1953, già presidente dell’Eni e parlamentare DC (era stato eletto a Milano nel 1948), venne alla ribalta la polemica sulla sua incompatibilità a presiedere un’azienda statale e De Gasperi cedette e pregò Mattei di rinunciare alla carica di deputato e restare presidente dell’Eni: tralascio qualunque commento sulla diversa gestione operata nell’ultimo ventennio a proposito del conflitto d’interessi….  I suoi rapporti con la politica furono, comunque, controversi. Sicuramente Mattei dovette fronteggiare i pesanti tentativi d’ingerenza dei partiti nel lavoro dell’azienda. Una volta disse ad un proprio collaboratore: «Tu non sai che fatica faccio io a tenere la politica fuori dall’Eni». Già allora, infatti, il virus dell’invadenza partitica aveva cominciato ad aggredire il paese. D’altro canto, però, è pur vero che Mattei per accrescere il potere politico dell’Eni usò la politica con l’arma della corruzione.

«Non mi fu chiesto assolutamente nulla. Fui io che proposi e dissi al Corriere badate bene che questo vi costerà la pubblicità dell’Eni. La pubblicità dell’Eni era molto forte in tutti giornali. Era così che lui anche aveva la complicità della stampa italiana perché pagava delle grosse somme per la pubblicità dell’Eni. E ci fu una riunione al Corriere in cui io dissi, guardate bene quanto vi rende la pubblicità di Mattei all’anno? Centinaia di milioni. Se siete disposti a perderli, io sono pronto a fare quest’inchiesta – che m’interessava dal punto di vista politico. Cioè la mescolanza fra gli affari e la politica. Questo era il pericolo che io vedevo. E debbo dire che era giusto che lo vedessi».

Che Mattei aveva in pugno le chiavi di un grande forziere italiano – il metano della Valle Padana –, che era un petroliere senza petrolio, che sostituendosi alla diplomazia andava di persona a trattare con i sovietici, che il Governo, il Parlamento e la Burocrazia non avevano mai esercitato un reale controllo sugli “oscuri” conti del gruppo da lui guidato. Mattei replicò con una lunga lettera di puntualizzazioni che venne pubblicata il 27 luglio, insieme alla controreplica di Montanelli che si dichiarò insoddisfatto delle risposte ricevute. L’inchiesta del Corriere della Sera non rappresentava un’eccezione. Sulla stampa ogni giorno Mattei era sottoposto a un tale martellamento contro di lui e le sue attività che decise di raccogliere gli articoli: realizzò così una serie di 35 volumi contenenti oltre 5.000 testi e 14.000 pagine.

Propose, perciò, ai paesi proprietari delle riserve di olio e gas un nuovo schema assolutamente rivoluzionario, cominciando nel 1956 dall’Iran dello Scià Reza Pahalavi con il quale Mattei aveva stabilito un rapporto quasi di amicizia. Per le società del cartello petrolifero il danno era enorme e le reazioni non tardarono. Le Sette sorelle sollecitarono un pesante intervento del presidente degli Stati Uniti Eisenhower e del suo ministro degli Esteri, Foster Dulles, sul governo italiano affinché Mattei non fosse riconfermato Presidente dell’Eni, ma l’esito fu negativo. Dal canto suo Mattei detestava profondamente gli americani, anche se li ammirava assai per la loro bravura e la notevole evoluzione tecnologica. Ad un suo assistente nel settembre del 1962 disse: 

«Stai attento agli americani, non ti fidare degli americani… pensa che pur conoscendo gli ottimi rapporti che noi abbiamo con gli algerini hanno avuto il coraggio di venirmi a proporre di fare un pozzo di perforazione deviato dal confine della Tunisia verso l’Algeria per andare a rubare il greggio che gli algerini hanno scoperto proprio sul confine».

Gronchi, un poco di buono al servizio del presidente dell’eni Mattei

Ha parecchio scritto anche sul fascista “Borghese”, ma sotto pseudonimo, così da aggirare il rapporto di esclusiva con il Corriere.

Se da Minzolini apprendiamo che di quelli come Montanelli si è perso lo stampo (e Travaglio?), Fontana lo ricorda a partire da una fotografia, la stessa che campeggia proprio all’ingresso del suo ufficio. Ebbene, dalle immagini a corredo del servizio scopro che si tratta di una mia foto, qui nella copertina, in cui lo si vede gesticolare nei corridoi dell’Ateneo pavese la sera in cui gli venne conferita la medaglia Teresiana.

Sono giorni, questi, in cui lavoro a una lunga postfazione de L’uragano Cefis, un introvabile libro sulle imprese del campione di un certo capitalismo italiano (l’unica copia conosciuta era finita in mano a Marcello Dell’Utri, e dunque trovo corretto che presto torni, anzi vada, in libreria). E qui fa capolino lo svettante nanismo del “liberista” Montanelli.

Questo amico di Eugenio Cefis e del capitalismo lombardo vedeva infatti come il fumo negli occhi le politiche stataliste del presidente dell’Eni Enrico Mattei, di cui Cefis era l’alter ego, tanto da attaccarlo duramente e personalmente in cinque articoli sul Corriere della Sera usciti tra il 13 e il 17 luglio 1962.

Insomma, sarà anche stato un grande giornalista, ma di economia ne capiva meno di una capra. In compenso, nessuno meglio di lui ha saputo fare dell’ottimo “lavoro sporco” conto terzi prima e dopo la morte di Mattei, ucciso nei cieli di Bascapè il 27 ottobre 1962.

A distanza di tempo, con la sua pelosa eleganza, Cefis saprà manifestare gratitudine: che Ottone avrebbe ordinato, con metodi bolscevichi, l’estromissione di Montanelli da Via Solferino nell’annus horribilis ’73 su mandato della proprietaria “zarina” Giulia Maria Crespi, perché il conservatorismo di Indro avrebbe fatto a pugni con il catto-comunismo dei primi due (è un falso clamoroso!), 2) che Ottone era filocomunista e Montanelli, invece, era di contro l’alfiere della cosiddetta borghesia capitalistica lombarda in contrapposizione all'(inesistente) apertura ottoniana verso il Pci. Ottone aveva un debole per Enrico Berlinguer? Forse solo in parte – come del resto anche Gianni Agnelli -, ma il suo presunto massimalismo è una stupidaggine trita e ritrita smentita categoricamente dal suo capolavoro Potere economico – La scienza della miseria spiegata al popolo, scritto con un cosmopolitismo alla John Kennedy.

Fascista poi antifascista, rocambolescamente salvato dal plotone di esecuzione di Regina Coeli, quindi anticomunista viscerale

Nel marzo del 1950 uscì il primo numero de Il Borghese, l’ultimo periodico ideato e diretto da Longanesi, che vantava collaboratori del calibro di G. Ansaldo e G. Prezzolini e sosteneva le ragioni d’una Destra che non si vergognasse di definirsi tale e potesse scalzare dal governo la Democrazia cristiana (DC). Il M. divenne una delle colonne ideologiche della rivista, soprattutto a partire dal 1954, allorché, allentati gli impegni da inviato all’estero, poté dedicarsi con maggior frequenza alle questioni italiane.

I suoi articoli, firmati con uno pseudonimo (soprattutto Adolfo Coltano e Antonio Siberia), erano molto più pepati, aggressivi e antidemocratici rispetto a quelli ospitati dal Corriere. In questo quadro, si collocano anche le lettere che, fra maggio e settembre 1954, il M. scrisse all’ambasciatrice degli Stati Uniti a Roma, Clare Boothe Luce, in cui ipotizzava un «colpo di Stato» in caso di vittoria elettorale delle sinistre. Questi documenti sono stati rinvenuti alla fine degli anni Novanta presso i National Archives di Washington dallo storico italiano M. Del Pero. Montanelli prese a inviarle numerose lettere, consultabili dalla fine degli anni ’90 alla Library of Congress di Washington, nel fondo archivistico dedicato all’ambasciatrice. Queste lettere, analizzate dallo storico Mario Del Pero negli anni immediatamente seguenti all’apertura del fondo Luce, venivano scritte per dare avvio ad una vera e propria collaborazione, come ha ammesso lo stesso Montanelli. Il giornalista italiano le scriveva «come ambasciatore», ma aveva insistito «che poi dovessero essere inoltrate al Dipartimento di Stato».

«Indro Montanelli era giornalista del Corriere della Sera e uno dei principali collaboratori del Borghese, il periodico diretto da Leo Longanesi dove, seppure in forma più cauta, veniva sviluppando molte delle tematiche affrontate nelle lettere a Clare Boothe Luce».

Radicale anticomunista e moglie del potente magnate dell’ editoria, Clare Boothe Luce riteneva “fragile” la resistenza opposta dalla Democrazia Cristiana al pericolo rosso.

Il ministro del Tesoro Emilio Colombo (dopo aver incontrato il presidente della Repubblica ndr) invia al presidente del Consiglio Aldo Moro una lettera dove sostiene che la situazione economica è prossima “al collasso” con la quale richiede una serie di provvedimenti con o senza la collaborazione dei sindacati e «senza riguardo ai pericoli di deflazione e di disoccupazione».

A quel punto entrò in scena il regista dell’Italia di quegli anni, cioè il banchiere Cuccia

Con la sua Mediobanca decise di prendere il controllo della situazione nominando un gruppo di intervento in cui dominavano lui e Valletta, Mediobanca da un lato e Fiat dall’altra. Cuccia mise alla Presidenza Bruno Visentini, un grande fiscalista, poi ministro, che però conosceva poco la gestione di un’impresa industriale come quella. Iniziò lì la parabola di Olivetti in mano ad azionisti e manager che guardavano ai numeri e poco alle persone, Non solo gli americani vedevano come fumo negli occhi questa azienda – una Olivetti dava  fastidio alla IBM oltreoceano – ma ancor più la Fiat che a meno di cinquanta chilometri gestiva la cultura del lavoro e delle persone in maniera totalmente diversa. Non si racconta mai abbastanza.

Rapporti a dir poco complessi con le donne, con l’accusa postuma di aver comprato una sposa bambina in Eritrea e poi gli amori di un uomo vocato alle grandi passioni, ma con una che sovrasta tutte le altre, il giornalismo. Perché da Montanelli si poteva dissentire. Di più, lo si poteva detestare, come fu odiato fino al punto d’essere gambizzato dalle Brigate rosse. Ma un punto non era controverso: la sua onestà di fondo, la sua indipendenza; il suo culto della libertà d’informazione sull’ara di un giornalismo che non voleva contaminazioni col potente di turno. Pena, ai suoi occhi, tradire l’etica del giornalista.

In realtà, quel giornalismo che tanto amava aveva iniziato a morire quando, con quello che Indro definì un golpe guatemalteco, nel 1972 l’editore Giulia Crespi cacciò Giovanni Spadolini dalla direzione del Corriere.

Era la fine del giornalismo di modello albertiniano

L’editore entrava a gamba tesa nella direzione del giornale per imporre le sue regole e i suoi deliberati. Seguì la rivolta delle grandi firme. Spadolini, pur uscendo con in tasca un cospicuo contratto di collaborazione con la testata, lo lasciò sempre nel cassetto. Gianni Agnelli gli aprì subito le porte de La Stampa, cui collaborò fino alla scomparsa, nel 1994. E l’offrì anche a Indro quando sbatté la porta del Corriere, l’anno dopo. Per poco tempo, Montanelli scrisse per il quotidiano della Fiat. Ma la sua vocazione era impiantare e dirigere una propria testata. Iniziò allora l’avventura del Giornale nuovo, per tutti divenuto ben presto “Il Giornale di Montanelli”, con esigui capitali di pochi amici. Poi arrivò il cavaliere azzurro, un imprenditore emergente di nome Silvio Berlusconi che mise i capitali necessari al decollo, riservandosi l’unico ruolo che, albertinianamente, Indro gli riconosceva: incassare gli utili a fine anno. L’avventura durò fino al 1993 quando Berlusconi ebbe la sortita improvvida, agli occhi di Montanelli, di fare quella che fu chiamata con linguaggio calcistico la «discesa in campo». Allora giunse puntuale il «non possumus» di Montanelli. Indro non avrebbe mai fatto il portavoce di un editore politico; non sarebbe mai stato col fiato della proprietà sul collo. Ognuno doveva fare il suo mestiere.

Ma era un’altra Italia, quella che precede la Grande Guerra, e poi Prezzolini non aveva fatto un quotidiano, ma un settimanale in concorrenza con un altro periodico fiorentino, Il Marzocco. La Voce fu una testata vivace, ma destinata al fallimento. Non eravamo ancora entrati nell’era post ideologica. La pubblicità, dopo gli esordi entusiastici, latitava. Il giornalismo libero e indipendente che era stato la bussola di Indro era morto. Rientrò nelle file del Corriere, curando in modo impareggiabile il dialogo con i lettori. Come solo lui sapeva fare. Finché, apertosi il nuovo secolo, chiuse gli occhi, ultimo testimone di una grande storia da tempo conclusa. Il XX secolo era proprio finito.

Nel 1985, in occasione della celebrazione degli etruschi si tenne un convegno internazionale a Firenze dove a Giovanni Semerano fu concesso un intervento di soli tre minuti dove non era possibile dimostrare nulla. […] L’inviato in Italia del giornale inglese The Guardian si incuriosì del personaggio e, grazie ai buoni uffici di Neppi Modona, lo raggiunse a Firenze e lo intervistò uscendo poi con un titolo a tutta pagina «An italian professor finds accadian roots under the linguistic tree». La notizia sconvolse il mondo culturale anglosassone e lasciò indifferente quello italiano, ad eccezione di Indro Montanelli che qualche anno dopo si incuriosì della cosa e invitò Giovanni Semerano a scrivere alcuni articoli sull’argomento sul suo giornale. Questo piccolo riconoscimento infastidì Salvatore Settis che il 23 febbraio dell’85 [lapsus?, n.d.B.] screditò su Tuttolibri de La Stampa Giovanni Semerano colpevole a suo dire di considerarsi il Galileo che pretendeva una rivoluzione copernicana a proposito dell’origine delle lingue. Ma proprio in quegli anni Vittorio Mathieu [lapsus gigante di Galimberti, si tratta in realtà di Paolo Matthiae], capo della spedizione italiana in Siria, rinveniva […] ventimila tavolette della Biblioteca di Ebla che l’assiriologo Giovanni Pettinato prese a tradurre e a divulgare la scoperta nei suoi bei libri, che confortavano l’ipotesi di Giovanni Semerano.

Questi aveva fondato, nel 1931, e dirigeva il mensile (poi quindicinale) radicalfascista L’Universale, dagli accesi toni anticapitalistici e antiborghesi. Tramite Berto Ricci, suo «maestro di giornalismo» e coscienza morale, il M. conobbe intellettuali e artisti come R. Bilenchi, M. Maccari, V. Pratolini, E. Vittorini, O. Rosai e L. Longanesi.

Fu Enzo Biagi a perdere il posto: era successo che l’allora direttore di Epoca, dopo i fatti di Reggio Emilia, aveva scritto un innocuo editoriale – titolo Dieci poveri inutili morti – in cui se la prendeva con «coloro che vedono in ogni movimento, in ogni critica, esclusivamente una manovra del Pci». Due settimane dopo il vecchio Arnoldo Mondadori aveva consegnato la sua testa alla destra democristiana.

«Felice chi è diverso essendo egli diverso, ma guai a chi è diverso essendo egli comune. infelice chi è comune e vuol essere diverso». Le parole di un poeta come Sandro Penna mi pare diano bene il senso delle cose, e lancino allo stesso tempo l’allarme: inutile voler fare piroette se mancano i fondamentali, inutile voler cullarsi in un futuro digitale smart e silyconato così lontano dalla nostra natura, inutile inseguire provincialmente un modello globalista alieno se non siamo ancora riusciti a far tesoro della nostra memoria e dunque della nostra identità a partire dal basso.

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