La democrazia è disgustosa

Reazionario, antiglobalista, violento. Torna in auge il libro proibito di Thomas Mann, “Considerazioni di un impolitico”. L’artista? Ha il dovere di sabotare lo Stato
Reazionario, antiglobalista, violento. Torna in auge il libro proibito di Thomas Mann, “Considerazioni di un impolitico”. L’artista? Ha il dovere di sabotare lo Stato

Harold Bloom, sentinella nella notte della letteratura occidentale, non sbagliava quasi mai. Ci ha preso anche questa volta. Nell’albero cabbalistico in cui struttura i cento geni della letteratura di ogni tempo, Thomas Mann è conficcato in Chokmah, la Saggezza divina. Con un avvertimento: chi, nel mondo avverso, eversivo al niente, dominato dal calcolo e dal digitale, saprà leggere La montagna incantata, Doctor Faustus, o la folgorante quadrilogia “Giuseppe e i suoi fratelli”? “Qualcosa di prezioso sembra essere giunto al capolinea con Thomas Mann”. Già: i romanzi/mondo di Mann chiedono tempo, costanza, altezza; una mente che voglia mettersi in gioco e in imbarazzo, che sappia andare al di là del sistema grammaticale binario vigente, vincente, soggetto-verbo-complemento & qualche aggettivo per indorare il nulla. Con caparbia malizia, Bloom ha capito un’altra cosa: l’Accademia, aliena ai romanzi di Mann, troppo complessi, troppo arditi, mette in teca Thomas Mann, “adottato una volta per tutte dai Gay Studies”. Provate a guardare la nota Wikipedia del sommo scrittore tedesco e ridete: in 14 righe è relegata la voce Opera; Omoerotismo, invece, gode di un paragrafo oceanico che si dilunga per 63 righe. Insomma, l’attitudine sessuale di Mann – che tra un tremore e l’altro ha fatto sei figli – è più importante del genio narrativo.

Austero, insondabile, di spregiudicata precocità, Thomas Mann è onorato con il Nobel per la letteratura nel 1929: aveva pubblicato romanzi indimenticabili (I Buddenbrook, La montagna incantata), un racconto perfetto (La morte a Venezia); altri capolavori sarebbero giunti. Quel giorno, a Stoccolma, disse che il suo santo prediletto era San Sebastiano, “quel giovane al palo, cui strali e frecce premono a ogni lato, e che sorride nella sofferenza”. Di quel simbolo – “grazia nella sofferenza” – Mann ha fatto egida estetica, il carisma che spiega la letteratura tedesca di cui egli, con Goethe, è il massimo rappresentante. “La Germania ha, attraverso la sua poesia, mostrato grazia nella sofferenza. Ha conservato l’onore: politicamente, poiché non si è consegnata all’anarchia del dolore, ha conservato il regno; spiritualmente, poiché è riuscita a riunire in uno il principio orientale del dolore e quello occidentale della forma, producendo bellezza nella sofferenza”. Applausi. Con l’ascesa di Hitler, pochi anni dopo il Nobel, Thomas Mann preferisce trasferirsi in Svizzera; dal 1939 si sposta negli Stati Uniti; morirà a Zurigo, nel 1955.

Esattamente dieci anni prima il conferimento del Nobel, Thomas Mann pubblica un libro fatale, Considerazioni di un impolitico, raccolta di saggi corrosivi, ostili, dalla lucidità d’acciaio. Stordito da Nietzsche, Mann ha il tono del lottatore più che dell’alato aristocratico della forma: il “mondo germanico” è altro dall’“Occidente romanizzato”, contraddistinto da “letterati e avvocati… araldi dell’illuminismo, della ragione, del progresso, della filosofia, contro i signori, contro l’autorità, la tradizione, la storia”. Lo scrittore reagisce all’“imperialismo della civilizzazione” raffigurato dal “borghese eloquente”, dall’“avvocato letterato”, avido eroe dello “spirito del tempo”, laido parto della Rivoluzione francese; si ribella all’ideologia del progresso, alla “politicizzazione” della società; va contro l’internazionalismo dilagante – che ha il culto dell’uguaglianza, accoglie il ‘diverso’ ma annienta la diversità – e la democrazia.

“Democrazia significa eguaglianza, e dunque odio, odio repubblicano, inestinguibile e geloso di ogni superiorità, di ogni autorità in ogni materia. Chi darà mai a un industriale la poltrona di ministro del Commercio? Diamola invece a un autore di commedie allegre o a un cabarettista, tanto per salvare il principio. Sarà considerato errore chiamare alle alte cariche per l’agricoltura o la cultura persone che non siano avvocati o pezzi grossi in Borsa con pretese scrittorie. E per quanto riguarda i problemi dell’esercito, sarebbe un vero schiaffo per la democrazia se in questo campo si intendesse fare un’eccezione. Rivolgersi ai militari per risolvere problemi militari? Mai più, sarebbe il dominio delle sciabole! Giacché l’autorità non è detestabile soltanto quando è di natura irrazionale e poggia sulla tradizione, sulla nascita, su privilegi: lo è per principio radicale, di per sé, in ogni caso, anche quando trae le proprie origini dal sapere, dalla capacità, dalla superiorità reale e pratica, dalla competenza tecnica”.

Considerazioni di un impolitico, il libro proibito di Thomas Mann, è la bibbia dei conservatori e dei reazionari, di chi crede al sacro più che al parlamento, al rango prima delle urne, di chi sceglie il mito al giogo della legge. È un libro pericoloso, questo, perché implacabile è la logica di Mann – l’edizione Adelphi, a cura di Marianello Marianelli e Marlis Ingenmey, supera le seicento pagine –, la ragione che combatte i mercenari della ragionevolezza. Viene fuori, tra l’altro, un’idea dell’artista potente, dinamica, dionisiaca, tra i flutti della vita, oltre il patetico mondo delle idee:

“Non creda che io sia uomo da stare tutta la vita a guardar fisso una formula intellettuale… Non sono un sistematico né un dottrinario; non sono schiavo della vergognosa smania di voler avere ragione per forza e mai mi metterò a riposo con una verità che io giudichi vera, per campare di quella tutto il resto della mia vita. Me lo impedisce la mia tendenza spiccata al disgusto e alla nausea e un bisogno troppo vivace di verità nuova, fresca e rinfrescante”.

Ah, la superba arte del disgusto!, il genio del diniego!, la prevaricazione della nausea! Con una prosa che non percorrerà mai più – metallica, arguta fino allo sfinimento, violenta – Thomas Mann combatte l’idea stessa dello Stato, organica al mondo globale, grigia, indifferente alla vitalità, al magma:

“Nello Stato moderno non c’è nulla di venerabile. Paritetico e tollerante com’è, non rappresenta più una determinata visione del mondo; cerca piuttosto di fare, bene o male, la parte del mediatore, per equilibrare i diversi interessi di classe… Centinaia di forze lavorano al dissolvimento della cultura nazionale e all’internazionalizzazione della vita”.

L’artista, in sé, opera contro lo Stato, è antidemocratico; l’uomo, se tale, si esprime al di là dell’azione politica, che avvilisce le forze verso un potere secondario, mediato, vile:

“Non solo non penso che il destino dell’uomo si esaurisca nell’attività pubblica e sociale, ma addirittura trovo quest’opinione disgustosa e inumana. Secondo me i più importanti campi dello spirito umano, religione, filosofia, arte, poesia, scienza, sussistono accanto allo Stato, al di sopra e al di fuori dello Stato, e assai sovente gli si contrappongono”.

Benedizione del caos: Considerazioni di un impolitico è atterrato in questi mesi sul suolo americano, stampato da New York Review of Books come Reflections of a Nonpolitical Man, per la cura di Mark Lilla. Nel paese in cui l’estetica è fagocitata dall’etica, in cui il perbenismo moralista cancella, a ritroso, tracce artistiche, di ogni sorta, in cui l’idea ha la prevalenza sulla vita, brutale (l’ultima a essere divorata dalla furia ideologica è la sontuosa, provocante, fittizia Jessica Rabbit: faremo un club per difendere la sua procace bellezza dalle invidie), il libro di Thomas Mann sconcerta, è una pistolettata in faccia. In effetti, il libro è entrato nel dibattito pubblico stretto da un fottio di preservativi filosofici. Il “New York Times” gli dedica una pagina, Thomas Mann on the Artist vs. the State, per lo più pacchiana: Christopher Beha, l’articolista, è impegnato a ‘contestualizzare’ il libro più che a leggerlo, e a ‘proteggere’ il lettore (“Mann aveva ragione a essere imbarazzato da questo testo”; “Larga parte del libro risulta oscuro per i contemporanei”; “Questo è un libro per lo più dimenticato”; “Mann è poi diventato il portavoce della civiltà…”), fornendoci la beota morale: “Mann aveva torto quando scrive che l’arte non può esistere in un contesto democratico. La democrazia liberale, al contrario, è la sola a salvaguardare la libertà dell’arte. Non aveva torto quando ci mette in guardia dalla tendenza democratica di arruolare l’arte per i propri fini”. Esercizi di cerchiobottismo contemporaneo.

Il libro di Thomas Mann è stato tradotto per la prima volta negli States nel 1983: il contesto politico era differente, governava Ronald Reagan, il Nobel per la letteratura andava a William Golding, lo scrittore che insegna che l’uomo, al di là del governo che adotta, imbraccia il male, per natura. Oggi perfino l’editore americano sente il dovere di dirci che si tratta di una perverse literary performance: tra poco metteranno il bollino rosso ai libri inqualificabili, censurabili, abietti. Eppure, no, non si può pettinare Thomas Mann, ridurlo a un bambolotto, scindere i pensieri che ci vanno bene da quelli che ustionano; no, non possiamo permetterci di rendere inoffensivo un libro che procede per morsi, moribondo.

“Un artista resta fino all’ultimo respiro un avventuriero del sentimento e dello spirito, amante delle deviazioni e degli abissi, aperto a quanto è pericoloso e dannoso. Il suo compito richiede libertà di movimento in qualunque direzione dell’animo e dello spirito, richiede che egli si trovi di casa in mondi diversi e anche perversi, non gli concede né di prendere domicilio in una qualunque verità, né alcuna dignità della virtù. L’artista è e rimane uno zingaro, anche se si tratta di un artista tedesco di cultura borghese”.

Il politico, a contrario, “non è uno zingaro né un avventuriero, anzi, semmai l’opposto, un pedante, un uomo di principi, un inconcusso, un virtuoso, un uomo che ha l’anima in una botte di ferro e ha detto addio a qualunque vagabondaggio spirituale”. L’artista è tale perché “non ha del tutto disimparato a guardare e a sentire le cose nella maniera primitiva del popolo”. Attinge al fondo oscuro, si tinge di fango, va nei luoghi incredibili e maledetti, si avventa dove gli altri indietreggiano. Gli repelle la politica, e dietro l’infingimento dello Stato cerca l’uomo, il volto viscerale della carne: per questo, va bandito. Che i codardi vadano a elezioni; l’artista, eletto, duella.

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