L'Artsakh scomparso

Trentacinque anni fa il Nagorno-Karabakh proclamava la propria indipendenza. Nel 2023 un’operazione militare azera ha costretto centomila armeni all’esodo e svuotato la capitale Stepanakert nell’indifferenza generale. Von der Leyen si è congratulata con Aliyev per il processo di pace, senza menzionare come ci si è arrivati. La storia del Caucaso racconta tutto ciò che l’Europa non vuole guardare: i propri interessi energetici, i propri alleati abbandonati, la propria retorica sui diritti svuotata.

I conti della Scozia

A Edimburgo l’indipendenza non si vede, si scansa lasciando posto al panorama dei famosi castelli e cimiteri affacciati sulla città, al foliage d’autunno, all’efficienza discreta che collega strade e punti di interesse, ad una una comunità che sta insieme senza bisogno di proclami. I pochi indizi sull’argomento provengono dallo svolazzare delle bandiere di sant’Andrea e alle melodie struggenti delle cornamuse nella Old Town.

Mare nostrum che sei nei guai

Ogni corpo vive finché il sangue continua a circolare. Anche l'Italia. Le sue arterie corrono per mare, costeggiano continenti, si stringono in pochi passaggi obbligati: Hormuz, Bab el-Mandeb, Suez, Gibilterra. Finché restano aperti, il flusso scorre quasi inosservato. Oggi questi snodi mostrano i primi segni di sofferenza, mentre nei punti decisivi del sistema mediterraneo Turchia, Russia, Cina e Marocco consolidano la propria presenza, cercando di influenzare rotte, porti e margini di manovra. Impossibile per noi restare a guardare.

La dissoluzione del Regno Unito

Nel cortile di Buckingham Palace l’Union Jack viene ammainata lentamente per l’ultima volta. L’insieme delle croci di San Giorgio, Sant’Andrea e San Patrizio scompare piega dopo piega, chiudendo la storia di uno Stato costruito unendo regni, nazioni, persino isole diverse. È una scena ancora soltanto immaginaria, ma non più inconcepibile. Scozia, Galles e Irlanda del Nord hanno oggi governi guidati da forze nazionaliste e, riuniti a Cardiff, hanno chiesto a Londra di aprire la strada a nuovi processi di autodeterminazione.

La necessità di uno Zar

Russia Unita ha vinto con quasi il 60% dei voti, come previsto da tutti. Eppure nessuna elezione è mai una pura formalità: la parvenza dell'esercizio democratico serve a legittimare il potere, anche quando il risultato non è in discussione. Quello che il voto non risolve è la crisi ideologica - il calice del Russkiy Mir si svuota, la guerra dura da 1700 giorni senza l'epica della Grande Guerra Patriottica, e i veterani che torneranno dal fronte peseranno sulla storia russa molto più di qualsiasi voto elettorale.

Il lusso di dire No

L'Islanda non ha bisogno dell'euro, gestisce da sola le proprie acque e ha un PIL pro capite tra i più alti al mondo. Il suo No all'Europa incarna il privilegio di chi può ancora permettersi di scegliere. Chi controlla le proprie acque, la propria valuta e il proprio modello di sviluppo fatica a vedere cosa l'Europa possa aggiungere. La lezione più scomoda per Bruxelles è proprio questa.

L'ultimo spettacolo di Beppe Grillo

Dal duello a distanza a colpi di video con Giuseppe Conte, reo di avergli scippato il movimento e di averlo istituzionalizzato tradendone i valori, alla pubblicazione sul proprio blog lo scorso 29 luglio di una dura invettiva contro la sua creatura politica, il visionario padre padrone del partito pentastellato è tornato a farsi sentire sulla scena politica del paese, ammiccando alle utopie libertarian dei padroni della Silicon Valley per solleticare l’elettorato antisistema M5S delle origini più refrattario alla "Grosse Koalition" col PD.

Congo, guerra infinita

Tshisekedi lancia un dialogo nazionale per rifondare lo Stato, ma esclude l'M23 che occupa i Kivu e gli uomini di Kabila, condannato a morte in contumacia. L'opposizione ci vede la manovra per un terzo mandato vietato dalla Costituzione e ricorda come finì la Conferenza sovrana di Mobutu. Intanto Kigali muove i ribelli e Washington firma accordi sulle miniere. Il Congo resta il paese più ricco e meno governato del continente.

Tutti contro il 44%

La vittoria dell'Alternative für Deutschland (AfD) nella Sassonia-Anhalt non costituisce più soltanto una protesta circoscritta alla Germania orientale. Il muro edificato per contenerla non riesce più a impedirle di conquistare una legittimazione elettorale di massa. Tra gli accordi di palazzo, l’inquisizione morale e burocratica del vecchio potere, emerge una Germania profonda che pretende di ridisegnare il futuro della nazione. Il valzer dei perdenti sta per cominciare.

Una guerra che serve a tutti

Mentre i Volenterosi si riarmano, gli americani tentano di riaprire i canali diplomatici con Mosca. I più furbi si espongono fino quasi a confondere la tutela dell’interesse nazionale con il protagonismo. L’Italia, sulla carta in guerra con nessuno, nel disordine generale si muove meglio degli altri. Roma insegna la tattica dell’ambiguità, restando dentro senza mostrarsi troppo ed esponendosi quel tanto che basta nel tentativo di districarsi in un conflitto che nessuno sembra ormai capace di governare.

La proiezione cristiana dell'Ungheria è ad un bivio

Per quasi un decennio Budapest ha finanziato ospedali, scuole e chiese tra Siria, Iraq e Nigeria, costruendo una rete di influenza sulle minoranze cristiane mediorientali che nessun altro paese occidentale aveva saputo o voluto costruire. Orban è caduto e il nuovo premier Peter Magyar deve ora decidere se ereditare questa proiezione geopolitica o abbandonarla. Le comunità cristiane d'Oriente aspettano una risposta.

Fine dell’Operazione Militare Speciale

Il superamento di ogni sottile linea rossa da parte della “coalizione dei volenterosi”, unita alla fine della speranza di una mediazione statunitense, spinge il Cremlino verso una ridefinizione della strategia bellica. La “guerra” ora non appare più un tabù.
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