Nuuk è il cuore dell'Artico

La Groenlandia non è il Venezuela. Al di là delle minacce americane – più utili a negoziare che a colpire – occorre distinguere gli scenari, perché non esiste una logica unica da applicare ovunque. Da noi, invece, tutto questo produce stupore e reazioni scomposte. Eppure, la storia degli Stati Uniti è anche la storia di un’espansione continua, ottenuta tanto con la forza quanto con assegni, trattati e acquisizioni. Da qui nasce il paradosso: “difendere” la Groenlandia dall’America con contingenti di facciata, dentro un’architettura militare che in ultima istanza resta americana. È un cortocircuito che fotografa la frattura tra centro e periferia del blocco transatlantico, sempre più distanti per approccio e visione.

Aldous Huxley a Teheran

Con un'ideologia esausta e una società che non si riconosce più nella rivoluzione, l’Iran degli ayatollah entra nel suo crepuscolo storico. La teocrazia sopravvive per inerzia, puntellata da repressione e mito identitario, mentre i pilastri di stabilità crollano. In un Medio Oriente riconfigurato, il tempo diventa il nemico più letale del Nezam, aprendo scenari di competizione regionale incontrollata e di fine dell’ordine post-rivoluzionario iraniano.

Il ritorno della legge del più forte

Il blitz contro Maduro segna il ritorno esplicito della forza nelle relazioni internazionali. Dopo la guerra in Ucraina e la distruzione palestinese, anche il caso venezuelano appare paradigmatico. L’ONU sembra paralizzata, l’Europa fragile, mentre il mondo scivola verso un ordine instabile che richiama, per dinamiche e rischi, il clima geopolitico degli anni Trenta del Novecento.

Il possibile "effetto domino" dopo Caracas

La cattura di Nicolás Maduro pone importanti interrogativi sulla tenuta degli Stati nemici degli USA. Iran e Cuba appaiono come i casi più esposti: crisi economiche, proteste ricorrenti e isolamento internazionale mettono sotto pressione sistemi sempre più fragili, con possibili conseguenze su sicurezza energetica, stabilità regionale e sugli equilibri strategici tra Washington, Mosca e Pechino.

Hugo Chávez nel mirino

I bombardamenti statunitensi del 3 gennaio non rispondono solo a logiche militari, ma colpiscono deliberatamente l’eredità politica e simbolica di Hugo Chávez. L’attacco al suo mausoleo segnala la volontà di Washington di chiudere definitivamente la stagione chavista, riaffermando la propria egemonia in America Latina attraverso un’azione di forza dal forte valore storico e ideologico.

L’ombra lunga di Chávez sul tramonto venezuelano

Il Sud America, terra di rivoluzioni e carismi, trova nell’eredità di Hugo Chávez e nel suo successore Nicolás Maduro un esempio di come il populismo possa evolversi in autoritarismo. Dal sogno bolivariano al socialismo del XXI secolo, la leadership chavista ha alternato nazionalizzazioni e politiche economiche instabili, portando il Venezuela a una crisi economica e politica senza precedenti. Il regime di Maduro, tra repressione e sanzioni internazionali, continua a dividere il paese e a sconvolgere l’intera regione.

Vincere le guerre, perdere l'Impero

Dalla distruzione sistematica degli Stati ostili a Israele all’illusione di una sicurezza ottenuta con la forza, la strategia israelo-americana ha prodotto un Medio Oriente frammentato, avversari più compatti e alleanze sempre più instabili. A distanza di vent’anni, le vittorie militari si rivelano politicamente sterili, mentre l’egemonia occidentale si consuma.

Dai libretti rossi al male di vivere

La Cina sempre più mostra fratture interne che indeboliscono il legame tra Partito e società. I giovani smettono di credere nel futuro promesso e si ritirano dalla competizione economica e sociale. Il potere risponde con controllo e retorica mobilitante ma senza una visione capace di rigenerare fiducia. Ne risulta un sistema formalmente stabile che però consuma capitale umano, motivazione collettiva e capacità di adattamento nel medio periodo.

Il prezzo dell'analisi non allineata

Oggi esercitare il mestiere dell’analista in un mondo che già manifesta i segni inquietanti di un clima prebellico significa avanzare in uno spazio dove il pensiero libero sembra ritirarsi come una marea notturna. Le accuse si moltiplicano e il confronto lascia progressivamente spazio a una semplificazione aggressiva. Il clima che ne deriva è simile a una distopia che si è materializzata senza che ce ne rendessimo pienamente conto.

Crisi incrociate nei Balcani

Tra scandali politici, pressioni anticorruzione, tensioni energetiche e fragilità istituzionali, la fine del 2025 conferma i Balcani occidentali come una regione attraversata da equilibri precari. Serbia, Albania, Kosovo e Bosnia-Erzegovina restano sospese tra riforme incompiute, polarizzazione interna e competizione geopolitica, con rilevanti ricadute sociali ed economiche.

Un mare sempre più Nero

Le dichiarazioni del leader turco Tayyip Erdogan e del Ministro degli Esteri Hakan Fidan testimoniano la percezione di insicurezza di Ankara, vittima collaterale degli scontri bellici marittimi tra Russia e Ucraina che si stanno consumando nel Mar Nero. La Turchia tenta di scongiurare un’ulteriore escalation, che minerebbe i suoi interessi vitali nell’area.

Gli ingegneri del caos e le rivoluzioni colorate

L’opinionismo politico contemporaneo è attraversato da una febbre interpretativa: ogni falò di protesta, corteo nutrito o slogan in inglese viene immediatamente archiviato come “Rivoluzione Colorata”. È il naturale trionfo di un concetto che, avendo spiegato adeguatamente troppo, oggi non spiega più niente.
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