La strada madre

Più che una semplice striscia d'asfalto, la Route 66 è il dispositivo narrativo che ha plasmato l’epica e il sogno americano. Nel suo libro "Route 66. Cent'anni on the road" (Odoya, 2026), il giornalista Claudio Castellacci si fa archeologo del mito, attraversando in punta di piedi un'arteria cancellata dalla modernità ma immortale nell'immaginario collettivo. Tra motel abbandonati e città fantasma nel deserto, il volume si rivela un reportage sospeso tra memoria e realtà. Una riflessione profonda sulle ferite del capitalismo e sulla forza della letteratura nel preservare ciò che il progresso tende a cancellare.

La corsa all'aldilà

È in atto una competizione per riempire il vuoto trascendentale della civiltà occidentale. Dopo la deflagrazione del post-storicismo novecentesco; nel decennio delle sfide un’inattesa risacralizzazione e ricerca di senso mettono sotto i riflettori almeno tre possibili candidati. Si tratta del mito che accompagnerà gli occidentali nelle prossime sfide della contemporaneità.

Fame di mito

Nella crisi attraversata dagli ordini democratici sempre più spesso al cittadino comune viene a mancare il radicamento in un sistema di simboli condiviso: alle istituzioni e ai leader riesce impossibile costruire repertori di immagini forti che facciano da collante sociale. Urge che la politica si accompagni alla costruzione di miti condivisi per contrastare la sua perdita di credibilità.

Il mito al tempo dell'oclocrazia

Proprio il mito, la base produttrice originaria del senso, è un costituente imprescindibile di quella civiltà che ha raggiunto un dominio imperialistico sul mondo. Cancellarlo è il sistema perfetto per minare la base e giustapporre nuovi “miti” con cui finalmente identificarsi ed esserci. Tale rischio di negazione spaventa, più che per la sua effettività o efficacia attuale, per la banalità dei sostituti a confronto dei sostituiti.