Il bambino che si uccide

In Giappone agghiacciante record di studenti suicidi tra i 6 e i 18 anni. Il dramma è anche italiano. Ogni risposta è insensata, perché il senso passa per l’esperienza del nulla
In Giappone agghiacciante record di studenti suicidi tra i 6 e i 18 anni. Il dramma è anche italiano. Ogni risposta è insensata, perché il senso passa per l’esperienza del nulla

Emiko Jozuka, inviata della CNN in Giappone, ha divulgato, qualche giorno fa, alcuni dati forniti dal ministero dell’istruzione nipponico. Sono agghiaccianti. Nel 2020 si sono ammazzati 415 scolari tra i 6 e i 18 anni. L’anno prima erano 317. Già 317 scolari che si ammazzano – col veleno, gettandosi dal balcone, impiccandosi, lacerandosi i polsi – è cifra esorbitante, che mozza il fiato. L’anno scorso una statistica simile – diffusa come sempre dalla CNN – segnalava che in ottobre (2020), in Giappone, il numero dei suicidi era superiore a quello dei morti per Covid: 2153 contro 2087. Tra i 415 studenti che si sono ammazzati – osceno record da quando esiste questa statistica, cioè dal 1974 –, 14 frequentavano le scuole elementari e 136 le medie. Le statistiche ammazzano l’uomo, cancellano i volti, fanno di un problema singolare un dramma ‘sociale’, impongono la ‘normalità’ e la norma: l’unica cosa che dovremmo fare è abbracciare uno per uno quei cadaveri, pulire le ferite fino allo scolo bianco, nettare il dolore fino all’ultimo lembo di innocenza. Ma come si fa a morire così? Perché un bambino si ammazza? Perché il bambino, questo idolo della vita, sceglie di uccidersi?

Ah, certo, gli esperti vedono cause, concause e risposte ovunque. “Alla base dei suicidi ci sono una serie di fattori tra cui: problemi in famiglia, cattivi risultati scolastici, cattive relazioni con i compagni, malattie”. Il Covid – la reclusione, l’inasprimento della solitudine – hanno tradotto una situazione difficile nella saturazione nell’impossibile. Beh, ma a questo arriviamo anche noi che non siamo esperti. Certo, dice l’esperto enciclopedico, bisogna considerare la ‘tara’ giapponese, l’etica della gloria che coincide con il suicidio del fallito, un diverso rapporto culturale con la morte. In effetti, Kawabata Yasunari, sommo romanziere, Nobel per la letteratura nel 1968, morto suicida a 73 anni, scrivendo della morte dell’amico Ryunosuke Akutagawa – morto suicida a 35 anni – riesce a scorgere “la bellezza della sua morte”, con toni che soltanto una testa addomesticata al plumbeo ritiene di cupa ironia: “Suppongo che abbia studiato diversi metodi per lasciare il suo cadavere in uno stato esteticamente accettabile”. L’antropologia spiccia, però – in effetti: cosa c’è di male nell’avere un rapporto di prossimità con la morte? –, va a farsi benedire di fronte alla verità degli atti e degli scritti. Il suicidio era prassi comune nel nostro mondo, quello romano, classico, testimoniata, tra gli altri, da Seneca – “Non è opportuno, lo sai, conservare la vita in ogni caso; essa infatti non è di per sé un bene; lo è, invece, vivere come si deve”, scrive a Lucilio –, che tra l’altro si ammazza, in forme orrorifiche – tagliandosi le vene dei polsi, poi delle gambe, poi delle ginocchia, poi aiutandosi con la cicuta, poi immerso in una tinozza di acqua bollente, poi soffocato dai vapori – nel 65. Beh, si dirà, infine arriva il Cristianesimo e risolve tutto, assegnando importanza sovrana alla vita, la buona novella, alla quiete sociale. Per nulla: il cristianesimo delle origini – basta leggere lo studio canonico di Peter Brown, Il corpo e la società – spezza i lacci del vivere comune, predica la sequela di Cristo, istiga cioè a mollare la famiglia, crogiolo di ambizioni meschine, e a praticare l’astinenza. Con il Dio crocefisso, pensano i primi cristiani, il mondo finisce, bisogna dunque sfinirlo, accelerare l’apocalisse smettendo di procreare, dismettendo il corpo, dandosi al vagabondaggio e alla ferocia del digiuno, lasciandosi morire.

Eppure, così rischiamo di fare vieta filosofia, pallido discorso sul corpo morto del bimbo.

“Vi è solamente un problema filosofico veramente serio: quello del suicidio. Giudicare se la vita valga o non valga la pena di essere vissuta, è rispondere al quesito fondamentale della filosofia”

ripete Albert Camus – che non si è ucciso – dall’aldilà. Appunto: problema filosofico. Ma la vita non è un problema, è un assalto, semmai; e prenderla con filosofia pare una presa per il culo. Qui c’è il corpo morto del bambino: dilaniato, devastato, debilitato. Qui c’è il bimbo che sceglie di uccidersi: qualcosa di inaudito, autentico scandalo, un interrogativo in forma di sciacalli che non chiede risposta – e quale, poi? – ma dedizione, e annidarsi lì, annodati nel dolore. Anche un bambino può uccidersi. Teniamo presente questo. Diamogli cura, come una pianta – pensiamoci sempre, al bambino che si ammazza. Perché se è un uomo che si uccide… in quella scelta può stanarsi una qualche nobiltà. Plumbea, bastarda, obliqua. Ma c’è, comunque, c’è, una nobiltà o il suo barlume: fosse un grido inascoltato, una disattesa richiesta di amore. C’è. Nel bambino che si uccide, invece, è il gesto di chi stacca la spina al mondo. Vita che non chiede la vita, mutilazione, l’evidenza delle cose terribili. Il bambino che si uccide non domanda nulla – la sua è un’asserzione. Linea nera su ogni intenzione, filosofia, visione del mondo, futuro. Il bambino che si uccide riporta il pianeta a prima del Big Bang, traduce tutto nella planimetria di un buco nero – in un buco – nel nero.

Per altro, non c’è scampo, il problema ci riguarda. Il caso è recente, lo abbiamo letto – benché, nell’era che tende all’immortalità, cioè alla vecchiaia permanente, a una ideologia della vita che è perfino assassina, i suicidi vengano spesso tacitati, tacciati di peccato, d’infrangere l’ordine silente del grigio vivere – appena un mese fa. “Primo giorno di scuola con tre casi di suicidio”. Due quindicenni e una dodicenne, in Lombardia. Abbiamo letto che i suicidi sono la “seconda causa di morte anche per i giovani italiani dai 15 ai 24 anni” e che “con la pandemia [sono] aumentati del 20%”. Uno studio del “Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry”, pubblicato lo scorso anno, ha spiegato come l’isolamento e la reclusione forzata a causa del Covid abbiano aumentato esponenzialmente “il rischio di depressione, di ansia, di collasso mentale” negli adolescenti. Le risposte di solito sono sanitarie, oppure di cattivo gusto: demandare alla scuola ciò che la scuola non sa più fare, dopo decenni di castrazione e di imbarbarimento dello studio, è da idioti; la bella filastrocca dei genitori che dovrebbero stare di più con i figli è davvero suicidale, in un tempo che ha stravolto ogni idea di famiglia – alcova, semmai, di ulteriori solitudini, di intenzioni malriposte, di egolatria a go-go – e considera i ragazzi come consumatori o come merci, succulenti agnelli da spolpare.

Piuttosto, senza redimerci con le risposte energumene, dobbiamo rimanere lì, davanti al bambino che si ammazza. Sempre. Nella testa del bambino che si ammazza. Nel suo micidiale volo. Nello scroscio. Nello spazio tra il nero e la fiamma, tra la scelta e lo scempio. Che sia un monito, uno scettro nell’occhio, la corona di spine nello stomaco, il bambino che si uccide.

In quel racconto di alto delirio, Il sogno di un uomo ridicolo, Dostoevskij mette in moto un uomo che vuole uccidersi. Una bambina, lacera, malata, sola, è la chiave del piccolo testo. In Dostoevskij il bambino è sempre, costituzionalmente, la creatura che soffre, che grida, che ha fame e da nulla è sfamata – perché ancora non ce ne accorgiamo? Il bambino non è un soprammobile, non è un sovrappiù a decorare la vita borghese. Il bambino soffre. Il bambino latra. Il bambino ha fame. L’uomo che vuole uccidersi, infine, desiste dal gesto: un sogno gli ha fatto capire che ciò che credeva insensato, a contrario, è il solo senso possibile. Per capire che il mondo ha senso, bisogna passare per la tortura dell’insensatezza – per vedere i contorni bisogna attraversare il nulla, l’informe. Non esiste vita se prima, in questa vita, non sperimentiamo la morte – non capiamo la vita se non ci è mai passato per la testa di ucciderci. Ogni giorno è una sfida a non uccidersi. Ma il bambino… il bambino… “Oh, adesso vivere, vivere!”, urla, bramando la vita, il contro-eroe di Dostoevskij, rinsavito dal destino suicida. “L’entusiasmo, uno sconfinato entusiasmo, faceva palpitare tutto il mio essere”. Eppure… gli uomini lo pigliano per un delirante, per uno smarrito, ma “chi non si smarrisce?”, dice lui, dando allo smarrimento lo status di una mistica, di una necessità, perfino.

Un frate diceva che o credi in Cristo o ti ammazzi, che solo Cristo risolve l’assurdo in assoluto, in senso. Chissà… Bene sarebbe, in queste scuole votate a creare piccoli dirigenti d’azienda o solenni frustrati, tornare al contemplare. Fare meditazione. Il silenzio. L’energia violenta che dilava il corpo, il corpo che diventa strumento. Le nozioni vengano dopo. La ‘creatività’ – lussuria del lusso, se canonizzata nei programmi scolastici – venga dopo. Meditare. Aule come antri del niente. La cura dei piccoli guerrieri. Imparino il dominio del tempo, che lo spazio è sconfinato, che la mente è infinita e che si può trascendere. Il resto è un di più.

Teniamo sempre a mente il bambino che si ammazza, quella fiala bianca che esplode, va a pezzi dichiarando che la vita non è vita, che il mondo è insensato – ci inchiodi alla nostra ignavia.

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