Squid Game per bambini

Le petizioni contro “Squid Game” rivelano un mondo feroce, becero, superficiale. Il vero scandalo? Scandalizzarsi per la violenza della serie. Da far vedere ai bambini
Le petizioni contro “Squid Game” rivelano un mondo feroce, becero, superficiale. Il vero scandalo? Scandalizzarsi per la violenza della serie. Da far vedere ai bambini

Di Squid Game abbiamo parlato (qui e qui) e non rimane molto da aggiungere. La serie merita di essere guardata, non è rivoluzionaria – gioco di specchi distopici intorno al rat race capitalista come Hunger Games lo era per la società dello spettacolo – ma girata e pensata meglio di Hunger Games, e di sicuro superiore alla media qualitativa di Netflix. C’è, però, una specie di myse en abime, la narrazione della serie coreana che si riflette, rimpicciolita, nelle marginali vicende italiane che la riguardano. La Fondazione Carolina, Onlus che opera per contrastare il bullismo in rete, ha lanciato su Change.org una petizione contro Squid Game. La petizione in sé è bislacca e anche un po’ contraddittoria – prima si precisa che non stanno invocando un atto censorio, venti righe dopo sta scritto, verbatim, che l’unica soluzione è la censura vecchio stampo – ma i commenti meritano uno sguardo. Evitiamo, un po’ per pietà, un po’ perché in fondo ognuno è il vecchio di qualcun altro, il tiro al boomer – ci sono le solite manfrine stile Asilo Mariuccia, e un numero francamente imbarazzante di firmatari convinti che si stia parlando di un videogioco – e concentriamoci su chi è contrario. Per esempio:

Ma davvero vi illudete di riuscire a far cancellare ‘lo’ Squid Game? Netflix è una multinazionale americana piena di soldi mentre voi siete solo dei pezzenti italioti ignoranti e impotenti. Firmate, firmate, che intanto noi intellettualmente superiori ci facciamo tante grasse risate”

e

Sono curioso di scoprire chi sono questi 2500 pagliacci che vogliono fermare una serie TV che ha fruttato a Netflix ben 1 miliardo di dollari. Ma davvero pensate che la vostra inutile, banale, imbarazzante petizione possa fermarla? Non fermereste manco una zanzara dal succhiare il sangue figurarsi una multinazionale americana con ricavati che nemmeno vi sognereste”.

Ecco, qui c’è tutto Squid Game: l’impotenza dei poveri, una ricchezza così distante dalla realtà da essere misurata in cifre astratte, quasi impensabili, la separazione netta fra i padroni, che come nella serie non hanno volto, e la gente comune, identificabile, numerata. Squid Game è, a conti fatti, l’edizione concentrata – e persino edulcorata, perché la violenza eccessiva ha tratti di parodia – del mondo in cui viviamo. La Fondazione Carolina, sulla sua pagina Facebook, dice che la petizione è da intendersi come una provocazione. Ci può stare: provocazione per provocazione, però, me ne permetto una anch’io. Facciamo guardare Squid Game ai bambini, dall’inizio alla fine. È probabile che i più giovani abbiano visto solo qualche scena, su YouTube o TikTok, senza contesto: del resto, al netto dei momenti d’azione, la serie è lenta, psicologica, verbosa, tutt’altro che appetibile per un pubblico di cui si lamenta l’attention span sempre più ristretta. 

Lasciata sola, la violenza di Squid Game è pornografica: la scena dei concorrenti falciati in massa dai proiettili nel mezzo di un-due-tre-stella ha indubbiamente un suo impatto visivo, ma non significa niente. Del resto, però, Squid Game non significherebbe niente senza scene del genere. La distinzione è sottile, e lascia intendere quanto sia ambiguo lo strumento della censura: femministe radicali come Andrea Dworkin e Diana Russell hanno invocato la repressione del porno in quanto tale, e io concordo con loro, ma togliere l’erotismo sadico da, ipotizziamo, Salò o le centoventi giornate di Sodoma sarebbe un grave sfregio all’opera. C’è sempre, nella realtà, un percorso di generazione dell’orrore, ci sono poteri che lo incitano – i VIP in Squid Game, i Signori nel film di Pasolini – e l’arte strappa la pelle al corpo del mondo, ne mostra i meccanismi sottostanti. Qui sta il vero scandalo, quello necessario e opposto allo scandalo facile, irrilevante di sesso e violenza mostrati senza storia. 

Allora certo, se Squid Game viene digerito solo come sequenza disordinata di scene può stordire. Se la violenza rimane dato di fatto e non esito di una vicenda può anche venir voglia di imitarla, tanto per divertirsi. Ma non è colpa dell’opera. Cosa succederebbe, invece, se raccontassimo ai bambini che quel mondo non è in fondo molto diverso da questo, che è sbagliato allo stesso modo e che l’orrore non si giustifica da sé, perché ci sono altri mondi possibili? Qualcosa di simile alla speranza, che ha ragione di esistere solo come risposta al male, qualcosa che si possa imparare dai bambini prima di chiuderli nelle sfere di vetro della retorica. Non nascondere il mondo per com’è, ma raccontare la possibilità di una scelta invece di scegliere sempre per loro cosa guardare in streaming e, soprattutto, cosa essere. La scelta che i personaggi di Squid Game non hanno potuto avere – perché poveri, deboli, stranieri, abbandonati – e che più della violenza distingue i loro tormenti dai giochi. Roger Caillois, che sul gioco ha scritto un’opera fondamentale, La maschera e la vertigine, diceva:

Non c’è dubbio che il gioco debba essere definito come un’attività libera e volontaria, fonte di gioia e divertimento. Un gioco cui si fosse costretti a partecipare cesserebbe subito d’essere un gioco: diventerebbe una costrizione, una corvée di cui non si vedrebbe l’ora di liberarsi”.

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