Cuba e il sovranismo vaccinale

Cuba va in controtendenza rispetto a tutti i paesi del Sud America e dell'Occidente, mettendo a punto il Soberana 02 senza l'intervento di grandi multinazionali farmaceutiche.
Cuba va in controtendenza rispetto a tutti i paesi del Sud America e dell'Occidente, mettendo a punto il Soberana 02 senza l'intervento di grandi multinazionali farmaceutiche.

Il vaccino cubano Soberana 02 è entrato nella fase finale dei test per verificarne l’efficacia e la sicurezza, prima di procedere alla vaccinazione di massa del popolo caraibico. Un piccolo stato del terzo mondo, con un pil inferiore a quello della Campania, riesce a mettere a punto un vaccino pubblico senza l’intervento di grandi multinazionali farmaceutiche. La politica vaccinale di Cuba va in controtendenza rispetto a tutti paesi del sud America, ma anche in confronto a Stati più corazzati come quelli Occidentali. L’industria del farmaco dell’Avana, infatti, si sta sforzando di portare a termine non uno, bensì quattro tipi di vaccino: oltre a Soberana 02, anche Abdala è entrato nell’ultima fase di sperimentazione, mentre Soberana 01 e Mambisa sono a un livello di sviluppo anteriore. Quattro vaccini che, salvo imprevisti, saranno pronti entro la fine dell’anno non solo per il popolo cubano, ma anche come strumento di cooperazione internazionale.

La diversa strategia portata avanti dal governo di Miguel Diaz-Chanel è opposta a quella utilizzata in Europa o in America: lo Stato si impegna in prima persona a produrre le fiale vaccinali senza il bisogno di ricorrere a industrie straniere per l’approvvigionamento. La retorica sulla necessità delle multinazionali farmaceutiche che la stampa mainstream ci propina da un anno può essere smentita. Se qualcuno pensava che solo superpotenze come la Russia e la Cina potessero essere in grado di sviluppare in poco tempo grandi quantità di vaccini in autonomia, rendendo di fatto impossibile per stati come l’Italia qualsiasi altra scelta se non affidarsi a colossi come Pfizer o Johnson & Johnson, si deve ricredere. Esiste un’alternativa e l’esempio di Cuba può convincere anche i più riottosi. La possibilità di produrre un vaccino in autonomia è una scelta politica dettata da una programmazione sanitaria costruita nel corso del tempo. Delegare a soggetti economici esterni le catene di approvvigionamento essenziali per la tenuta del Paese, invece, rafforza la presenza di quei vincoli esterni che da decenni stringono il cappio alla sovranità democratica. Il sistema occidentale, in cui le forze finanziarie sono legate a stretto giro alla governance sovranazionale e agli asset produttivi strategici, oscura la gamma di possibilità alternative che, anche nella lotta alla pandemia, un governo avrebbe potuto scegliere. Soberana è la risposta cubana a questi meccanismi e, in nome omen, ribadisce la sovranità del governo dell’Avana rispetto ad omologhi ben più strutturati.

Che la storia recente di Cuba avesse un legame con la medicina si poteva intuire dal fatto che il suo guerrigliero più famoso, il Che, fosse un dottore. Tralasciando questi incisi del destino, fin da subito la neonata Repubblica socialista ha puntato sullo sviluppo di un sistema sanitario pubblico all’avanguardia. Con la fine della rivoluzione metà dei medici cubani scappano dall’isola caraibica, ma, nonostante queste difficoltà, i barbudos riescono a mettere in piedi una sanità pubblica al servizio di tutta la popolazione e non solo. Già dal 1960, infatti, è attivo quell’internazionalismo medico cubano che nel corso degli anni è diventato il principale strumento di cooperazione e diplomazia geopolitica della ridente isola caraibica. In quell’anno Fidel Castro invia un contingente di medici per supportare la popolazione cilena a seguito del terremoto di Valdivia, il più potente mai registrato sulla terra. Tre anni più tardi una squadra di 50 dottori arriva in Algeria per aiutare il popolo rimasto sguarnito di un’assistenza sanitaria dopo che la maggior parte dei medici francesi ha lasciato il paese a seguito dell’emancipazione anticoloniale. La filosofia alla base di queste missioni è semplice quanto intuitiva: il Sud del mondo che aiuta il Sud del mondo. Nel corso di più di mezzo secolo i medici cubani si sono resi protagonisti di numerose missioni in giro per il mondo, portando la loro professionalità agli ultimi tra gli ultimi: dall’Africa delle nuove nazioni strappate dal giogo coloniale, passando dai teatri di guerra mediorientali, per finire ad aiutare i paesi vicini del sud America alle prese con le ataviche carenze dei servizi di base. L’esercito di camici bianchi” come lo soleva chiamare Fidel Castro diventa non solo sempre più grande ‒ a oggi si contano circa 76000 medici, 15000 dentisti e 89000 infermieri ‒, ma funge da moneta di scambio per una crescita congiunta tra stati. Con il Venezuela di Hugo Chavez viene stilato un programma di scambio tra medici cubani e petrolio: l’Avana esporta il suo personale e le sue professionalità e il ricco paese di idrocarburi offre le sue eccedenze di oro nero.

Nel 1998 viene varato il Programa integral de salud che ha come obiettivo proprio quello di organizzare in maniera stabile le missioni internazionali di cooperazione sanitaria. In quest’ottica la Scuola latino-americana di medicina (Elam) sorta all’Avana costituisce un salto di qualità: non solo Cuba “esporta” i suoi medici in giro per il mondo, ma diventa un centro di formazione altamente specializzante per i giovani dei paesi del Sud, e soprattutto di quelli dell’America latina. I ragazzi che si formano alla scuola hanno l’obbligo di tornare nei loro paesi per spendere le competenze che hanno acquisito sull’isola di Fidel. Un ulteriore salto di qualità nella strategia medica internazionalista cubana avviene nel 2005 quando, a seguito del devastante uragano Katrina, il Líder Máximo offre al presidente degli Stati Uniti W. Bush una brigata di 1500 medici per assistere la popolazione martoriata a stelle e strisce. Dallo studio ovale arriva un secco diniego e allora Fidel, con l’ironia che contraddistingue i grandi personaggi della storia, decide di costituire un contingente internazionale specializzato in situazioni di disastro ed epidemie gravi chiamandolo Henry Reeve. La scelta di questo nome è legata alla storia di un giovane newyorkese che nel 1869 salpa alla volta di Cuba come volontario per supportare le forze indipendentiste contro il potere coloniale spagnolo. “El inglesito” come lo chiamano sull’isola, si distingue in numerose battaglie, ferito più volte, riesce sempre a riprendersi e diventa uno dei leader militari della rivoluzione caraibica che poi portò all’indipedenza dello stato cubano. Muore durante una ritirata delle forze indipendentiste ed entra nella leggenda, tanto che Fidel fa innalzare una statua in suo onore e lo ricorda come un “esempio di solidarietà e internazionalismo”. Dal 2005 la brigata Henry Reeve opera negli scenari più pericolosi e durante le crisi sanitarie di tutto il globo: gestisce l’epidemia di colera scoppiata ad Haiti a seguito del terremoto che sconquassa i Caraibi, è tra i primi contingenti ad arrivare in Africa centrale per contrastare la nascente diffusione dell’ebola, e, come tutti ricordiamo, è presente in soccorso dell’Italia durante la prima ondata di Covid fornendo supporto a diversi ospedali militari nella Lombardia travolta dal virus.

Lo sviluppo dei vaccini cubani, tra cui spicca il Soberana 02, si innesta su questa lunga tradizione medica e allo stesso tempo diplomatica. Esportare salute, costruire legami di cooperazione, formare medici e personale sanitario straniero rientrano nel tipo di gestione dei rapporti internazionali che fa di Cuba uno stato all’avanguardia nelle sfide che la sanità globale dovrà affrontare sempre più spesso nel prossimo futuro. Se tra un anno i vaccini cubani saranno pronti anche per l’esportazione, la produzione della piccola isola caraibica potrebbe diventare un’alternativa ai grandi colossi farmaceutici. L’Unione Europea difficilmente si avvarrà di Soberana 02, l’embargo degli Stati Uniti nei confronti dell’Avana è ancora in vigore, ma un sicuro campo di battaglia si troverà in quei paesi che saranno serviti dal programma dell’Organizzazione Mondiale della Sanità chiamato Covax. Esso è finanziato dai paesi industrializzati che, in accordo con le case farmaceutiche, garantiscono l’accesso ai vaccini ad un prezzo calmierato agli Stati più poveri, con l’obiettivo di arrivare a 288 milioni di dosi distribuite entro il 2021. Come abbiamo visto in questi giorni, la scelta dei vaccini non sempre rispecchia parametri puramente scientifici. Voci più o meno fondate, malelingue più o meno complottiste, hanno iniziato a seminare dubbi sul blocco durato tre giorni della somministrazione di AstraZeneca in Europa, dovuto, secondo loro, a delle pressioni della tedesco-americana Pfizer per offuscare il buon nome del vaccino anglo-svedese. Per non parlare del valzer del vaccino russo Sputnik, che passa in continuazione dall’essere osannato come soluzione imprescindibile per contrastare la pandemia all’essere denigrato come insicuro e di dubbia efficacia. In questo clima, non c’è da meravigliarsi se Soberana 02 dovrà affrontare le stesse critiche e gli stessi attacchi volti a proteggere un monopolio che difficilmente chi lo detiene è pronto a spartire.


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