Sogno di una rivoluzione impossibile

Vademecum onirico e sconclusionato per distruggere il sistema, guadagnare il bosco e tornare a credere alle cose prime.
Vademecum onirico e sconclusionato per distruggere il sistema, guadagnare il bosco e tornare a credere alle cose prime.

Saremo in pochi all’inizio. Anzi in pochissimi. Disoccupati, vagabondi, nullafacenti, precari del mondo dell’editoria. Un manipolo di peregrini notturni che come carbonari si ritrovano in qualche bar di quartiere a notte fonda (Dpcm permettendo o meno). Non stileremo un programma, per pigrizia, ma confideremo nel passaparola. A unirci pochi ma fondamentali punti, che scriviamo sopra la tovaglia di carta come se li scrivessimo sull’acqua: rifiutiamo con ogni mezzo la grammatica esistenziale del progresso. Noi non vogliamo essere così, sempre funzionanti e pronti all’uso, sempre reperibili, sempre sorridenti, con quei sorrisi istituzionali e pubblicitari, con i sogni già assegnati. Abbiamo troppo sole dentro per spendere la nostra giornata illuminati dalla luce artificiale di uno schermo, il vento ci scuote i capelli e il mare colora le nostre pupille: non possiamo più vivere in queste foreste di cemento, in questa geografia di snodi, sbocchi, reti dove tutto è transitorio, tutto ha uno scopo, tutto è pianificato. Noi vogliamo poter fare la ronda intorno ai nostri sentimenti senza le interferenze di pop-up pubblicitari, noi vogliamo passeggiare sul ciglio delle nostre illusioni e non tra le righe di un foglio Excel. Noi non vogliamo più sapere né essere informati, non vogliamo né indignarci né commuoverci per forza, non vogliamo risposte a domande che non abbiamo mai posto, non vogliamo fare un businness plan per decidere se conviene o meno amare. Non vogliamo mettere i nostri ricordi in un cloud, non vogliamo che il telefono sappia la nostra posizione, né che ci indichi il percorso più rapido per arrivare in ufficio, perché noi vogliamo percorrere quello più bello, o il più malinconico, il più triste o il più intimo, e nessuna tecnologia saprà mai rivelarci quel tragitto. Ci sono mistadelli invisibili in cui sostare che non sono segnati sulle mappe. E non vogliamo neanche che un algoritmo ci suggerisca ciò che dovremmo desiderare, o la donna a cui siamo affini, o quante calorie abbiamo bruciato e quanti passi abbiamo fatto. Vogliamo ignorare e sbagliare, vogliamo perderci in un mondo merlettato di misteri, vogliamo indugiare amare odiare morire, vogliamo far visita ai nostri silenzi, fare l’inventario della nostra solitudine e permetterci il lusso di contemplare la noia, senza fare per forza l’esperienza di qualcosa.

Pippo Rizzo, Nudo al mare, 1936

In base a questo sconclusionato manifesto ci daremo come regola principale quella di non muoverci. Sarà fatto obbligo di ridurre al minimo gli spostamenti (l’attuale Dpcm, nello specifico caso, gioca a nostro favore). Frequenteremo il meno possibile i luoghi di transito, gli aeroporti, le stazioni ferroviarie. Resteremo tutti in patria, ognuno nel luogo che gli è stato assegnato per dovere d’anagrafe. A che pro viaggiare in questo mondo a cui hanno sottratto ogni mistero, in questo mondo cartografato, fotografato, ispezionato centimetro per centimetro, ridotto a “oggetto di interesse” perennemente disponibile per essere visitato, percorribile in lungo e in largo in tempi sempre più brevi? Abbiamo nostalgia di quel mondo grande e terribile, solcato da confini impervi, fatto di culture come fortezze chiuse e inespugnabili. Un mondo dove non ci sono più divieti è un mondo muto. Non ha niente da proibire e quindi niente da dire. Perciò la smetteremo di andare a vedere le ombre sbiadite di luoghi che non esistono più, i resti di antiche culture, gli avanzi di civiltà, lo svolgersi di tradizioni diminuite a spettacoli. Resteremo nel nostro orizzonte visibile e quell’orizzonte diventerà tutto il nostro mondo. Adoreremo chi la città, chi il quartiere, chi la strada. Essi diverranno per noi spazi solenni. Ci abitueremo a fare delle nostre fantasie un groviglio di sentieri non battuti, guarderemo al nostro quartiere come a un continente, la tangenziale diverrà per noi una frontiera. Ogni volto estraneo sarà per noi un’isola, ogni ruga un crinale. E ovunque erigeremo confini: più addensati e frequenti e fitti saranno, più lo spostamento, anche impercettibile, diventerà un’avventura, un’epopea, un esodo. Faremo della quotidiana visita al bar sotto casa una saga, del ritorno un’odissea, la donna all’incrocio la guarderemo come una sirena, la nostra vicina sarà una Calipso, la tabaccaia una Circe.

Sconosciuto, Città ideale, 1477 circa

A seguire renderemo obbligatoria, per i primi affiliati, la cancellazione immediata dalle piattaforme virtuali. Scompariremo dai radar degli algoritmi, smetteremo di produrre dati che le multinazionali possano vendere a terzi. Cancelleremo i nostri profili da siti, blog, social network e app varie. Niente più informazioni su chi siamo, sui nostri sogni, gusti, desideri. Queste informazioni, che produciamo invisibilmente perché i colossi tecnologici possano suggerirci la felicità sono state sempre usate contro di noi! E perciò ci eclisseremo, vivremo all’ombra del digitale, ci renderemo invisibili all’occhio del capitalismo della sorveglianza, saremo come fantasmi. Molti si stupiranno, smetteranno di riconoscerci, ci chiederanno i motivi delle nostre scelte. Faremo finta di niente, mentiremo. E quando saremo abbastanza, allora chiameremo tutti a raccolta per disertare gli uffici, le fabbriche e qualsiasi postazioni lavorativa, ci uniremo ai disoccupati, pionieri della rivoluzione, avvertiremo i giovani stagisti e i tirocinanti sottopagati, e con essi i funzionari statali (troveremo tra di loro ottimi veterani della nullafacenza), verranno con noi i liceali (giovani leve abbrutite ma per questo salvabili) e quando l’aria delle città sarà rarefatta, quando le saracinesche dei negozi saranno abbassate, quando i telefoni smetteranno di squillare e ogni impegno verrà sospeso, quando cesseranno i rumori metalmeccanici, i rombi di motore, gli stridii della metropolitana e il battere di dita sulle tastiere dei computer, quando gli algoritmi gireranno a vuoto, allora prenderemo la macchia, riconquisteremo gli Appennini e fonderemo l’anno zero dell’Era Ferragostana, istituiremo una società del dono, un’economia dello scambio, dove ogni attività sarà ridotta al minimo indispensabile: raccoglieremo i frutti della terra e ci riprodurremo all’ombra degli ulivi secolari. Il fuoco, che alla vista causa sempre in ognuno di noi antichi stupori, sarà la nostra sola tecnologia. Saldamente ancorati ai nostri pregiudizi custodiremo i luoghi comuni dissepolti dalle civiltà primigenie, ricameremo arabeschi sui nostri paraocchi, coltiveremo superstizioni, difenderemo insensatezze, ci leggeremo oroscopi a vicenda. E allora, solo allora, potremo darci finalmente una nuova Costituzione scritta sull’acqua, fonderemo sul silenzio la Repubblica dell’inutilità! Cittadini inservibili per qualsiasi scopo, avremo garantiti questi unici e fondamentali diritti: il diritto all’irreperibilità e il diritto alla non partecipazione. Un giorno ci troveremo tutti di nuovo disconnessi, isolati e divisi, e quindi torneremo a provare davvero interesse e curiosità per il prossimo. Torneremo a credere alle cose prime, al buio e alla luce, e quindi a vivere sospesi sulle vertigini dell’eternità e non ci saranno anni, mesi, giorni e ore e invecchieremo senza essere mai adulti.

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