Perché odiare

Simone de Beauvoir ci insegna a non provare vergogna per uno tra i sentimenti più umani e intensi: l'odio.
Simone de Beauvoir ci insegna a non provare vergogna per uno tra i sentimenti più umani e intensi: l'odio.

Il sei febbraio del 1945 Robert Brasillach, giornalista, scrittore e fascista, viene giustiziato nei sobborghi di Parigi. C’è molto da dire sulla sua morte, che concettualmente ricorda l’assassinio di Gentile in Italia, ma ci interessa soprattutto la spaccatura che provoca fra gli intellettuali francesi. Francois Mauriac chiede a De Gaulle, con una petizione firmata, fra gli altri, da Valery e Claudel, che gli venga risparmiata la vita. Camus prima esita, infine firma, solo per ribadire la propria opposizione ideologica alla pena di morte. Sartre e Simone de Beauvoir, invece, rifiutano. Beauvoir va oltre, sostenendo che risparmiare Brasillach sarebbe un oltraggio alla dignità umana. Il pamphlet che scrive a riguardo, “Occhio per occhio”, non è filosofia politica quanto piuttosto una storia personale: anzi, è la storia di come il politico diventa personale. Alle analisi sociologiche del marxismo Beauvoir contrappone il risvegliarsi di una forza antica quanto l’umanità: l’odio. Ci racconta di come, attraverso l’esperienza dell’occupazione in Francia, i nazisti si trasformino da prodotto inevitabile di meccanismi storici in persone con cui formare un rapporto individuale di odio, parallelo e opposto all’amore. 

Il cattolico Mauriac dice che Brasillach deve essere risparmiato perché solo l’amore, la carità cristiana, può infine purificare il mondo dall’orrore nazista. Beauvoir risponde che qualsiasi reazione non sia l’odio assoluto implica una tacita tolleranza. Il massimo grado della pena rappresenta il massimo grado della repulsione:

Il verdetto conta più dell’esecuzione; è la volontà di uccidere il criminale che conta. […] La morte è la sola pena che può esprimere la violenza con cui la società rifiuta alcuni crimini.

Simone de Beauvoir

Robert Brasillach durante il processo

Per un credente come Mauriac, l’uomo è sempre vittima del peccato, un essere caduto che non si salva mai da solo: perdonarlo significa riconoscerne l’insufficienza. Beauvoir, invece, deve collocare l’idea di giustizia interamente all’interno dell’orizzonte umano. Si tratta, in qualche modo, di un diverso misticismo, e lo riconosce lei stessa: Beauvoir non dice che la vendetta e la violenza possano migliorare in pratica il mondo; dice che la giustizia sociale, quando deve passare per la lotta armata o il plotone d’esecuzione, è legittima solo se ne accettiamo la dimensione personale, solo se ci riguarda. Se odiamo il criminale, ci rendiamo responsabili della sua punizione; se non lo odiamo, la giustizia è una messa in scena alla quale non si può credere:

Perché la vita dell’uomo abbia un significato, egli deve essere ritenuto responsabile del male come del bene, e il male è ciò che viene rifiutato in nome del bene, senza nessun compromesso.

Simone de Beauvoir

Fa sorridere il pensiero di contrapporre argomenti così forti, anche inquietanti, al “volemose bene” del dibattito politico di oggi. Beauvoir sembra aver colto nel segno: la proliferazione di leggi, commissioni, iniziative contro l’odio è il segno di una società deresponsabilizzata, un mondo in cui niente è abbastanza importante da suscitare reazioni. In particolare, la sinistra italiana ha perso tutti i denti lungo un patetico processo di invecchiamento: dalla lotta dura degli anni ‘70 alla dissoluzione nell’ipocrita coretto di condoglianze per l’onestamente poco compianto Cesare Romiti. Fra le nebbie della demenza senile non si riconoscono più amici e nemici, e l’unica battaglia rimasta è quella contro le battaglie: la sinistra odierna si adopera perché a tutti vada bene tutto, dalla cassa integrazione all’utero in affitto. 

Ovviamente, la nostra modernità è violentissima, forse l’epoca più violenta della storia umana. Soltanto, la violenza è nascosta: nelle fabbriche dell’Europa orientale, nei bordelli indocinesi, nei mattatoi industriali. Quando la violenza smette di essere una questione individuale scompare anche, come rileva Beauvoir, la complicità: c’è solo una colpevolezza omeopatica, diluita infinitamente nel sangue di ciascuno. Contro questa indulgenza, anche nei confronti di noi stessi, è necessario ritrovare l’odio, cioè trasformare il ressentiment nietzschiano da frustrazione in azione. Esiste un legame inscindibile fra la categoria sentimentale dell’odio e quella politica della rivoluzione:

Quanto meno le circostanze socioeconomiche permettono a un individuo di agire sul mondo, tanto più questo mondo gli appare come inevitabile. È il caso […] di quelli che sono chiamati gli umili. C’è spesso pigrizia e vigliaccheria nella loro rassegnazione.

Simone de Beauvoir

Rimane, quindi, il paradosso di una pedagogia sociale che, mentre offre a chiunque una caramellina d’orgoglio, insegna a vergognarsi del sentimento più umano. Funziona così perché la società moderna ha come unico fine la propria conservazione: senza una morale, la vergogna come limite non serve; serve, invece, che ognuno sia “agli altri ed a se stesso amico”. E, infine, un altro paradosso, questa volta confortante: Brasillach non rinnega mai il proprio passato, alla proclamazione della condanna a morte dichiara, davanti al tribunale, “è un onore”. Muore con dignità, e nel chiederne la morte Beauvoir ne afferma, per quanto involontariamente, la statura morale. È una storia di grandi conflitti, grandi significati, grandi sentimenti. Tutte cose che abbiamo perso:

O Signore, noi che siamo stati rinchiusi dietro queste porte,

E che siamo stati sbarrati con mille catenacci,

Noi per i quali i soldati di questa fortezza

Fanno risuonare i loro passi nel chiuso dei corridoi.

Robert Brasillach

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