Ritratto di donna velata

Il sesso è prodotto dal potere, sia per quanto riguarda gli imperativi coranici rispetto all’uso del velo sia che si parli della sessualizzazione del vestiario in occidente
Il sesso è prodotto dal potere, sia per quanto riguarda gli imperativi coranici rispetto all’uso del velo sia che si parli della sessualizzazione del vestiario in occidente

“E di’ alle credenti di abbassare i loro sguardi ed essere caste e di non mostrare, dei loro ornamenti, se non quello che appare; di lasciar scendere il loro velo fin sul petto…”

Corano, XXIV, 31

C’è, ovviamente, un’amplissima letteratura intorno all’imperativo teologico del velo femminile islamico. Riassumerla qui sarebbe impossibile e, del resto, inutile se vogliamo considerare il velo da un punto di vista occidentale: gli strumenti d’indagine della teologia sono spariti dall’arsenale del polemista euro-americano, sostituiti malamente, almeno a sinistra, da un certo magnanimo relativismo socioculturale. Parliamo, allora, del velo come manifestazione tangibile di un Grande Altro che dobbiamo raccontarci per forza, perché è qui, senza averne il lessico. In Occidente l’islamofobia esiste in senso strettamente etimologico: l’Occidente ha paura dell’Islam. Lo testimoniano il recente referendum svizzero anti-burqa, la strana categoria di “Islam politico”, questo nuovo spettro che si aggira per la Francia di Macron e l’Austria di Kurz. E, sul fondo di tutto, il fallimento di una speranza ingenuo-borghese, appena accennata ma ampiamente coltivata, quella della colonia a domicilio: la speranza che gli immigrati, di fronte alla nostra generosa civiltà, sarebbero diventati piccoli aspiranti europei disposti ad amarci e servirci – sottocosto – come il buon selvaggio di Defoe. I musulmani, invece, tendono a restare orgogliosamente musulmani.

Intendiamoci, ha ragione chi dice che l’Islam è incompatibile con l’Occidente. Non che serva a molto come constatazione, però, visto che l’Occidente è incompatibile anche col cristianesimo, col buddismo, con la rivoluzione conservatrice, con Hegel e con Marx: l’Occidente contemporaneo è una nube di locuste, un liquido corrosivo, un gorgo. Nel lacaniano regime del desiderio non c’è abbastanza materia semantica per plasmare quei discorsi complessi. Vengano tollerate, certo, le alternative meno visibili: la Chiesa ridotta al silenzio, il Partito Comunista condannato allo zero virgola. L’Islam non si accontenta dell’ombra, e il velo è alterità senza compromessi, sbattuta in faccia per strada, in TV, in coda all’ufficio postale. Impossibile da sciogliere, perché attorcigliato intorno a un grosso, e banale, equivoco della vulgata liberale: l’idea che un corpo mostrato sia un corpo libero. Risalendo da qui, troviamo l’ipotesi repressiva della sessualità, già demolita da Foucault, e un’interpretazione sorpassata del potere come forza dittatoriale. Buttiamo via la paccottiglia, allora, e diciamo la verità: il corpo, che sia nudo o velato, è sempre sottoposto a una disciplina, ed è sempre relativo a uno sguardo; il sesso è prodotto dal potere, come qualsiasi altro fenomeno sociale, e riflette sempre un’egemonia culturale. Dobbiamo restare, ecco, sul concetto di sguardo. La donna musulmana è velata solo quando rischia di essere vista, in presenza di estranei, perché venga preservata una ortoprassi dell’occhio: 

“Ad altri l’universo sembra onesto. Sembra onesto alle persone oneste perché hanno gli occhi castrati. È per questo che temono l’oscenità.”

Georges Bataille

Ne risulta un feudalesimo visivo, laddove l’uomo, il marito, esercita il proprio potere tramite i meccanismi dell’economia di scarsità. Lui vede, gli altri vogliono vedere ma non possono. In Occidente l’occhio è lo stesso, ma viene costretto a godere, e la sua ansia di godere pretende l’iperproduzione di immagini. Sguardo maschile – male gaze, per la teoria femminista: evidente nell’iconografia che procede dal santino della madre al paginone della modella, e a volte le mescola anche. Difficile immaginare, almeno laicamente, gli imperativi coranici al di fuori di una società patriarcale; allo stesso modo, però, non si spiega la sessualizzazione del vestiario occidentale senza che ci sia un uomo a guardare. Mostrare il corpo aveva assunto, fra gli anni ‘60 e ‘70, una vacua connotazione di ribellismo nei confronti della generazione precedente – delle sue abitudini, non tanto delle sue convinzioni. Adesso, consegnata all’irrilevanza la rivoluzione sessuale, lo stesso potere di prima impone un nuovo regime al corpo svelato: ad oggi, rileva l’Associazione Psicologica Americana, fra il 50% e l’80% delle donne nelle pubblicità compare in abiti succinti e pose allusive, e l’UNICEF denuncia “i media che amplificano la pressione sulle adolescenti perché si conformino a certe narrative sessuali”. Compare, qui, un problema di definizioni: che esista una cultura dello stupro è ovvio, come si manifesti di preciso è difficile dirlo. Un certo femminismo kitsch, come Non una di meno e le Femen, tende a semplificare il concetto, individuando un generico predominio maschile, elementari dinamiche di repressione: il femminismo così ridotto piace a sinistra, perché comodamente esauribile in una conversazione da apericena, e colpisce a destra perché produce esiti grotteschi e dunque indignazione facile. Ma già Andrea Dworkin, con la sua solita crudele lucidità, complica la faccenda: 

“Pensate che il rapporto sessuale sia un atto privato? No, è un atto sociale. Gli uomini tendono alla predazione sessuale, le donne alla manipolazione sessuale. Se due individui lasciano il loro genere fuori dalla camera da letto, allora fanno l’amore; ma se lo portano con loro allora fanno qualcos’altro, perché la società li segue.”

Andrea Dworkin

Bisognerebbe, forse, ammettere che la cultura dello stupro in Occidente è una forma di mercanteggiamento patologico fra uomo e donna, introiettata al punto che le sue manifestazioni più evidenti sono anche le meno rappresentative. Che tutti i rapporti sono in qualche modo infetti, per quanto a volte asintomatici. C’è troppo di sbagliato sotto la superficie della consapevolezza: se “anche i padroni hanno i loro padroni”, allora il potere rimane fluido, non si può inchiodare a questo o quel momento di autoritarismo, al gender gap, al femminicidio, al revenge porn. Può tendere, indifferentemente, al paternalismo benevolo delle quote rosa, oppure a uno scintillante patriarcato girl-friendly che capovolge tatticamente i ruoli, immette sul mercato dell’immagine un uomo sessualizzato e lascia intatta l’aberrazione di fondo, che Carla Lonzi attacca così:

“La donna non ha più un appiglio, uno solo, per aderire agli obiettivi dell’uomo. In questo nuovo stadio di consapevolezza la donna rifiuta, come un dilemma imposto dal potere maschile, sia il piano dell’uguaglianza che quello della differenza, e afferma che nessun essere umano e nessun gruppo deve definirsi o essere definito sulla base di un altro essere umano e di un altro gruppo.”

Carla Lonzi

Proprio qui dobbiamo ammettere che le donne occidentali, senza velo, in nessun modo sono più libere delle donne islamiche, con il velo. In entrambi i casi vengono definite in relazione allo sguardo, al discorso di un altro. La constatazione di fondo è che siano oggetto del desiderio maschile: il Corano regola l’accessibilità a questo desiderio, la nostra iconografia, la nostra industria del corpo, vendono gli strumenti per massimizzare, concentrare su di sé il desiderio. Alla fine, c’è sempre un individuo che assume la forma voluta da un altro individuo. C’è anche una vecchia domanda, che torna senza risposta, quella di Adorno e Horkheimer:

“perché l’umanità, invece di entrare in uno stato veramente umano, sprofonda in un nuovo genere di barbarie?”

Adorno e Horkheimer

Insomma, il progresso è il male di ieri rinnovato perché funzioni anche oggi. Non ha granché senso dibattere intorno a quale modello sia meglio per le questioni di genere, quale momento della tradizione, cristiana o islamica o borghese o gender fluid – che è già oggi manifesto di prestigio sociale, e sarà tradizione domani – si debba scegliere nel marasma: è la stessa cosa. Il problema rimane il potere, che si manifesta ovunque: nelle relazioni fra gli esseri umani, e nella relazione dell’uomo col mondo. Il problema rimane la società che produce potere a tutti i livelli, potere delle vittime e potere dei carnefici. Così come si capovolgono continuamente questi due ruoli, eppure permangono tanto nelle macroquestioni sociali che nelle microrelazioni fra maschio e femmina, così il velo integrale, che cancella la figura femminile, si capovolge nella donna occidentale sempre visibile, sempre accessibile – tramite la pornografia, la prostituzione legalizzata, le narrative di libertà sessuale: il potere disciplinare, ci ricorda Foucault, impone sempre “un principio di visibilità obbligatoria”. 

*In copertina: Nicola Samorì, Thaw, 2013

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