2052: Scenari globali

La decrescita globale non sarà felice né infelice, ma inevitabile e ad alta temperatura
La decrescita globale non sarà felice né infelice, ma inevitabile e ad alta temperatura

Nel marzo lontano del 1972, la pubblicazione del primo rapporto al Club di Roma: I limiti alla crescita, adombrò il futuro radioso del paradigma economico dominante; un giorno, gli spazi e le risorse finite del pianeta avrebbero fermato lo sviluppo economico quantitativo. Dal 1970 al 2010, il Pil mondiale è cresciuto in media del 3.5% ogni anno, avvicinando la fine della crescita, tanto da poterla vedere e collocare nel tempo. Il norvegese Jorgen Randers, tra gli autori del primo rapporto e membro del Club di Roma, a quarant’anni dal 1972, è tornato ad avanzare un’ipotesi plausibile sul futuro dell’ambiente e dell’economia globali con 2052: Scenari globali per i prossimi quarant’anni. 2052 è anche un nuovo rapporto al Club di Roma.

La demografia ha importanza fondamentale. È occorsa tutta la storia della specie perché nel 1960 vivessero tre miliardi di persone; poi la popolazione è raddoppiata in soli quarant’anni. Per fortuna nostra e saggezza cinese, i coefficienti della moltiplicazione diminuiscono costantemente. Dal primo rapporto al nuovo studio, il numero medio di figli per donna è passato da 4.5 a 2.5; la dinamica è proseguita e sebbene debba arrestarsi entro il 2050, prima che la matematica neghi ogni maternità, i passati timori per la bomba demografica paiono scongiurati. Il massimo demografico giungerà attorno al 2040 con 8.1 miliardi di abitanti; successivamente, nonostante l’aumento della vita media, gli uomini diminuiranno. Molte aree, come il Subcontinente indiano e l’Africa nera, manterranno una natalità vivace entro la decrescita globale ma la rapidissima urbanizzazione in corso tira il freno con decisione. Chi vive in città, lontano dai campi, desidera pochi figli da mantenere ed istruire, ragionevolmente certo che la prole gli sopravviva. Pochi stati si permetteranno di finanziare politiche contrarie alla struttura profonda, bene esemplificata dalla demografia italiana che declinerebbe, secondo gli stereotipi dello studioso norvegese, a dispetto del Papa e della cultura machista.

Dalla previsione demografica dipende quella della forza lavoro potenziale, ossia il numero di persone comprese tra quindici e sessantacinque anni. Sebbene la forza lavoro effettiva si discosti sempre da quella potenziale, il numero di persone che lavorano nell’economia formale è cresciuto ovunque, almeno dagli anni Settanta. La forza lavoro potenziale avrà il suo apice un lustro avanti alla popolazione totale, quindi ci saranno sempre meno lavoratori potenziali ed effettivi. È opportuno calcolare la produttività del lavoro, rapportando la forza lavoro potenziale al Pil (Prodotto interno lordo). L’impiego di energia, macchine, computer, può rendere molto produttiva ogni ora di lavoro. Tra il 1970 ed il 2010, la produttività media lorda globale è cresciuta del 90%; le economie mature degli Stati Uniti e dell’Europa, assieme alla Cina (+1200%), hanno ottenuto i risultati migliori.

Poi, una volta che ci si è procurata l’energia, una tecnologia avanzata e che si sono copiate le soluzioni adottare dai paesi guida, la crescita della produttività si calma. Con lo spostamento del lavoro nel settore dei servizi e delle attività di cura propri delle economie avanzate, i miglioramenti produttivi diventano ardui. Dal 1970 al 2010, negli Stati Uniti, l’incremento produttivo annuo è passato dal 2%, all’1% ed i paesi emergenti stanno seguendo l’esempio dell’economia guida. I futuri incrementi della produttività globale saranno leggeri. Gli anni del miracolo economico hanno assistito ad una stupefacente crescita del Pil, trainata dall’incremento del numero di persone a lavoro nell’economia formale e dalla crescente produttività di ogni ora lavorata. Nel 2010 il Pil mondiale ha raggiunto i 67.000 miliardi di dollari, dopo una crescita media del 3.5% annuo dal 1970. Moltiplicare la forza lavoro potenziale per la produttività, previste nei prossimi decenni, permette di anticipare la tendenza del Pil. L’incremento del Pil sarà prima sempre più lento, poi giungerà all’apogeo, infine, attorno alla metà del secolo, inizierà la decrescita. Nel 2052 l’economia mondiale avrà comunque più che raddoppiato – moltiplicandosi 2.2 volte – il valore del 2010. La fine della crescita è inevitabile e non dipenderà da una prudente scelta umana ma da strutture profonde di lunga durata, difficilmente controllabili: il declino demografico e la decelerazione della produttività. Gli uomini al contrario tenteranno di continuare la crescita economica. Se l’analisi è corretta, un cambiamento epocale avanza senza fretta ma inesorabile. I limiti alla crescita avevano indagato cinque dinamiche sistemiche: la produzione di cibo, la disponibilità di risorse esauribili, la demografia, l’inquinamento e il capitale industriale, accostabile con una certa imprecisione alla traiettoria del Pil. Le cinque linee hanno tentato la crescita infinita in un pianeta di dimensioni limitate. Quarant’anni dopo, alla luce della buona disponibilità di idrocarburi, della produttività agricola e della frenata demografica, si nota che la prima crescita ad incontrare i limiti del pianeta è quella dell’inquinamento. Nella visione di 2052, una crescita del Pil, inferiore alle previsioni “ottimiste” ed alla tendenza storica del 3.5%, eviterà gli scenari catastrofici di inquinamento e consumo delle risorse, concederà maggior tempo per ravvedersi. L’economia raddoppiata, anziché triplicata, inquinerà comunque troppo.

La forma di inquinamento che sta modificando gli equilibri naturali, entro i quali le civiltà umane si sono adattate a vivere, è quella dei gas climalteranti come il metano e soprattutto CO2 (anidride carbonica). Le emissioni di CO2 originano in maniera decisiva dalla produzione di energia che libera il gas, bruciando i combustibili fossili. Una volta nell’atmosfera, la CO2 viene assorbita dagli oceani come acido carbonico e dalla massa dei vegetali ma la quantità di gas che l’industria emette ogni anno, è superiore a quella che la natura può assorbire. La concentrazione di CO2 è passata dalle 280ppm (parti per milione di particelle) di metà Settecento, alle 390ppm del 2010. L’accumulo provoca l’effetto serra e l’aumento della temperatura media planetaria, riscaldatasi di 0.7°C sempre dalla metà del Settecento. Esiste un consenso diffuso, sia scientifico, sia politico, sull’opportunità di mantenere il riscaldamento entro i 2°C, corrispondenti ad una concentrazione di CO2 inferiore ai 450ppm. Il mero obiettivo è stato confermato da 195 stati, con gli Accordi di Parigi del 2015. Attorno al 2010 l’aumento annuale di concentrazione corrispondeva a circa 2ppm, frapponendo un trentennio alla concentrazione di 450ppm. Nonostante il consenso della “buona volontà”, stati ed organismi internazionali sceglieranno di non affrontare le spese necessarie ad evitare che il riscaldamento superi i 2°C. Gli anni trascorsi dallo studio di Randers confermano l’aspettativa: nel 2020 le concentrazioni di CO2 rilevate si aggiravano attorno ai 414ppm. Il recente rapporto al Club di Roma, Come on! osserva prospettive di riscaldamento vicine ai 3°C, piuttosto che inferiori ai due, (Ernst Ulrich von Weizsäcker, Anders Wijkman, Come on!, Giunti, 2018). Il clima modificato causerà difficoltà e sofferenza. Le aree climatiche si sposteranno verso i poli e le alte quote. Gli eventi meteorologici estremi diverranno più comuni ed interesseranno una geografia insolita, occorrerà spendere per riparare i danni. Pioggia e siccità troveranno una nuova distribuzione che influenzerà l’agricoltura, ci saranno alluvioni, avanzeranno i deserti. Fonderanno i ghiacci artici, saliranno l’acidità ed il livello degli oceani, perché le acque calde occupano maggiore spazio. Moriranno foreste e barriere coralline, la perdita di biodiversità sarà terribile come quella di differenza culturale. Vi saranno grandi disparità tra le regioni, alcune funestate, altre risparmiate o avvantaggiate, almeno nel breve termine. Entro i confini del paradigma fondato sulla crescita, molti stati si impegneranno contro il riscaldamento climatico ma non faranno tutto ciò che è possibile. Ai fini dell’ipotesi plausibile occorre stimare quanto verrà intrapreso, ovvero investito. Nella media annua globale, il 75% del Pil spetta al consumo, mentre il 25% viene investito per sostenere la produzione futura. La quota sottratta da togliere ai consumi aumenterà. Gli investimenti forzati dovranno riparare i danni causati dagli eventi meteorologici estremi ed adattare la vita umana alle mutate condizioni, ad esempio con la costruzione di un desalinizzatore o con lo spostamento di una strada. Gli investimenti volontari tenteranno di prevenire i danni peggiori, convertendo la produzione energetica alle forme meno inquinanti, solari ed eoliche.

Il ruolo dello stato, nel disporre gli investimenti volontari, è imprescindibile; specialmente quando in assenza di crescita economica, l’aumento degli investimenti comporta una riduzione dei consumi e la transizione energetica non è l’unica spesa nuova. Occorrerà reagire alla scarsità di alcune risorse, dalle terre rare al pesce selvatico, garantire l’approvvigionamento idrico in condizioni difficili, gestire le scorie nucleari, costruire argini, riparare più spesso le infrastrutture, finanziare forze armate che si impegneranno maggiormente in occasione dei disastri naturali, per controllare l’immigrazione o difendere le risorse. Assimilando gli investimenti energetici alle maggiori spese, alcune delle quali originano in realtà da consumi rincarati, l’investimento globale raggiungerà il 36% del Pil. Limitatamente alla questione del riscaldamento climatico, esistono diverse stime sul costo di un impegno deciso. Nel 2009, la Iea (International Energy Agency) ha valutato come un investimento annuo pari al 1% del Pil mondiale entro il 2030, avrebbe contenuto il riscaldamento sotto la soglia pericolosa dei 2°C e comportato costi energetici più alti di un terzo. Limitata in apparenza, la ristrutturazione economica sarebbe importante; l’economia legata ai combustibili fossili languirebbe, altri soggetti guadagnerebbero.

La trasformazione procede con lentezza ma è in corso. Erede dei piani quinquennali, la linea guida cinese 2011-2015 ha collocato il 3% del Pil nell’investimento per un’economia a basse emissioni. Nel 2016 la Cina, nonostante la forte crescita economica, ha ridotto del 5% le proprie emissioni di CO2. Dopo il 2000, la Germania stabilì che una quota consistente della produzione energetica (giunta al 20%), dovesse derivare dai settori eolico e fotovoltaico. Le imprese private parteciparono agli appalti per la realizzazione ma la quota d’investimento e la natura dei progetti erano state decise sul piano politico, contro i criteri del miglior profitto. Il progetto fu finanziato alzando il costo di ogni bolletta energetica. L’esempio tedesco avrà seguito. Negli Stati Uniti la quota di ricchezza, tradizionalmente riservata all’investimento, è molto bassa; le tensioni sociali che sorgeranno quando occorrerà incrementarla sono già percepibili. I lavoratori americani non gradiranno la riduzione del consumo. Prospettive simili attendono tutte le economie mature, comprese quelle europee. Una crescita economica flebile può essere amministrata con accortezza. Dal 1990 al 2010, il Pil giapponese è cresciuto del 14%, una crescita inferiore all’1% annuo, considerata l’inflazione; nello stesso periodo i consumi pro capite sono cresciuti del 33%, i giapponesi si sono arricchiti, il costo del lavoro è esploso. Questo perché la crescita della popolazione giapponese è stata inferiore a quella della ricchezza da spartire. La dinamica dei consumi nipponici potrebbe anticipare una tendenza globale, quando inizierà l’epoca della decrescita, con la flessione demografica più rapida di quella del Pil.

Popolazione ed economia globali continueranno a crescere per molto tempo ancora, conseguentemente avranno bisogno di più energia. Buona o cattiva sorte, i combustibili fossili sono abbondanti; utopiche internalizzazioni dei costi ecologici, quote di emissione o carbon tax, non sono imminenti. I costi dei combustibili fossili aumenteranno ma acquistarli, per produrre energia, rimarrà conveniente. Nel 2012, l’87% dell’energia veniva prodotta bruciando carbone, petrolio e gas; l’8% era pulito e rinnovabile, l’ultimo 5% nucleare: sono queste le quote che gli investimenti volontari devono modificare. La diminuzione dell’intensità energetica favorisce una conversione, contrastata dalla convenienza economica. L’intensità energetica si calcola, dividendo l’unità di energia per l’unità di Pil. La riduzione dell’intensità energetica limita il bisogno di energia. Tra il 1970 e il 2010 l’energia necessaria a produrre un dollaro di Pil è diminuita del 40%, un miglioramento lento ma tenace. Se i governi intervenissero per rendere l’energia davvero costosa, l’efficientamento correrebbe veloce ma neppure organi semiautoritari come la Commissione Europea o il Partito Comunista Cinese, prenderanno una via tanto impopolare. Nondimeno, l’intensità energetica continuerà la sua traiettoria, diminuendo del 30% entro il 2052.
Il confronto tra le previsioni del Pil e dell’intensità energetica consente di avanzare una proiezione sulla quantità di energia che servirà nell’avvenire. Dopo il picco del 2030 (2040 in Cina), l’economia raddoppiata consumerà “soltanto” il 50% di energia in più, nel 2052 rispetto al 2012. Se l’87% dell’energia continuasse a derivare dai combustibili fossili, nonostante la diminuzione di intensità energetica, la CO2 in atmosfera raggiungerebbe livelli tragici. Fortunatamente, ormai da molti anni, la quantità di gas serra, emessi per ogni unità di energia prodotta, diminuisce. Bruciare gas convenzionale – quello di scisti è sporco – anziché petrolio, significa ridurre sensibilmente l’inquinamento. Il passaggio dal carbone al gas riduce le emissioni per due terzi. Infine le centrali a gas sono particolarmente adatte a coordinarsi con la discontinuità caratteristica della produzione rinnovabile. La produzione di energia dal Sole e dal vento, non incontra limiti tecnici ma economici. L’attesa che le energie fotovoltaiche ed eoliche scendano di prezzo, sostiene il ponte del gas. Dal 1975 al 2010, il costo dell’energia fotovoltaica è diminuito di oltre il 10%, ogni volta che la Terra ha completato una rivoluzione orbitale. Ogni anno i pannelli solari migliorano la produttività e costano meno. Le prospettive solari sono ottime, l’energia fotovoltaica diverrà più economica di quella fossile. L’investimento iniziale, necessario ad accompagnare una produzione piccola verso il 25% del fabbisogno globale, tra pannelli, reti e batterie, purtroppo è enorme e dovrà protrarsi a lungo, nell’ordine dell’1% del Pil mondiale. L’energia eolica conosce una dinamica simile. Senza intervento statale, la produzione energetica rinnovabile riuscirebbe comunque ad affermarsi sul mercato, grazie alle proprie forze ma con una lentezza fatale.

Vale la pena di accennare altresì alla tecnologia Ccs (Carbon Capture ad Storage). Applicare la tecnologia Ccs negli impianti che emettono CO2, ridurrebbe le emissioni di oltre l’80%, immagazzinando il gas nel terreno. Gli impianti Ccs sono addirittura in grado di estrarre CO2 dall’atmosfera, quando vengono applicati ad una centrale elettrica alimentata con biomasse vegetali; la CO2, rilasciata alla fine del processo, risulta inferiore a quella assorbita dalle piante, prima di essere bruciate. Se un quarto delle centrali fossili potesse dotarsi di tecnologia Ccs, le emissioni di CO2 verrebbero ridotte di un quarto; l’investimento raggiungerebbe l’1% del Pil mondiale. Per questa ragione costosa è poco probabile che la tecnologia Ccs sia rilevante nel futuro prossimo. Un parco eolico rappresenta un investimento, la tecnologia Ccs soltanto un costo. Nella previsione di 2052, dopo ottant’anni dal primo rapporto al Club di Roma, il 37% dell’energia sarà rinnovabile, il 23% spigionerà dal carbone, il 22% dal gas, il 15% dal petrolio, il 2% dall’atomo. Una produzione rinnovabile pari al 37% rappresenta uno scenario intermedio tra le previsioni ottimiste, fondate sulla possibilità tecnica e quelle negative. Così nel 2052, le emissioni globali di CO2 saranno simili alle attuali, perché nonostante la riduzione della percentuale fossile, il totale dell’energia prodotta sarà più grande e la tecnologia Ccs rimarrà in ombra.

Dieci anni fa l’opinione scientifica prevalente e largamente accettata a livello politico, indicava che il riscaldamento climatico non avrebbe superato 2°C, se le emissioni di gas serra fossero state ridotte del 50% ed avessero raggiunto il picco entro il 2020. Rapportare la crescita del Pil con gli sviluppi delle intensità climatica ed energetica, permette di stimare le quantità di gas serra che verranno emesse e che si accumuleranno in atmosfera. Nel 2050 la riduzione delle emissioni non sarà del 50% ma pari a zero, rispetto al 2010. Non c’è alcuna possibilità di contenere il riscaldamento entro i 2°C. Randers ha impostato il modello matematico C-Roads (elaborato dal Climate Interactive) secondo i dati del proprio scenario: entro il 2052 la concentrazione di CO2 raggiungerà i 495ppm, o menglio 538ppm (equivalenti), una volta sommati gli altri gas serra. La maggiore incertezza riguarda la possibilità del riscaldamento climatico autorinforzante; quando sostituiamo, al valore medio probabile (2.8°C), lo spazio di variazione statistica, compreso tra 1.5 e 4 gradi centigradi. Nel caso del riscaldamento climatico autorinforzante, il permafrost dell’immensa tundra artica inizierà a sciogliersi, liberando il metano di cui è ricco. Il metano innalzerà ancora la temperatura, sciogliendo ancora il suolo della tundra e così via.

Al fine di massimizzare la probabilità di un riscaldamento inferiore ai 2°C, la maggioranza degli idrocarburi, scoperti ed a bilancio delle compagnie petrolifere, dovrebbero rimanere sotto terra. Quando i mercati capirono che i mutui subprime non sarebbero stati pagati, lo shock finanziario fu enorme. Il riscaldamento supererà i 2°C ma molti barili non saranno comunque estratti, con le relative conseguenze finanziarie. L’attesa dell’Apocalisse è vana. Semplicemente il riscaldamento di due gradi renderà la vita umana peggiore di come avrebbe potuto essere. La globalizzazione fallirà la speranza distopica di creare un mondo uniforme e permarranno enormi differenze regionali, anche nelle sofferenze climatiche. Alcune attività torneranno a dimensioni locali. I popoli continueranno la sfida per raggiungere i consumi occidentali; la Cina riuscirà, quasi tutti gli altri falliranno. Milioni di persone che vivono nelle economie emergenti conseguiranno un migliore accesso a cibo, istruzione, sanità, abitazione, elettrodomestici; comprensibilmente preferiranno questi obiettivi a quelli climatici. Miliardi di persone vivranno ancora in miseria. Alcuni stati rischieranno il collasso ambientale e la decadenza in stati falliti.
Nelle economie mature, come quelle degli Stati Uniti e dei paesi europei, non sarà possibile placare le tensioni sociali, distribuendo nuova ricchezza, nel momento in cui questa viene creata, come è stato nel secondo dopoguerra; ed anzi contemporaneamente al ristagno della crescita, andranno sostenuti gli investimenti climatici volontari e obbligatori. Senza crescita, occorre imparare a redistribuire la ricchezza esistente, ovvero togliere ai ricchi per dare ai poveri. Le tensioni sociali imporranno la riduzione delle diseguaglianze. L’élite tenterà di difendere i privilegi ma alla fine, parte delle pensioni e del debito pubblico non saranno pagati. La disoccupazione è un problema che una politica economica adatta può tenere a bada purché ne abbia la volontà. I governi possono stampare nuova moneta per sostenere la spesa pubblica e mettere a lavoro i disoccupati. Una simile politica d’inflazione incontrerebbe l’opposizione delle classi provilegiate, perché trasferirebbe la loro ricchezza ai poveri, tuttavia è probabile che i governi riconoscano il momento di cedere, prima di venire costretti da scosse forti.

L’esperimento francese di limitare l’orario lavorativo ad un massimo di trentacinque ore settimanali, o la discussione equivalente sulle dieci settimane di ferie obbligatorie, prefigurano il tentativo di redistribuire senza crescita. Il rapporto al Club di Roma 2052 ritiene che democrazia e capitalismo occidentali – con la socialisteggiante eccezione scandinava a confermare la regola – siano inadeguati, davanti alle sfide del clima e della povertà: in ragione del loro orizzonte a breve termine. L’economia di mercato desidera che gli investimenti glorifichino i report trimestrali e paghino dividendi a breve termine. La democrazia non guarda oltre l’elezione successiva. Politici ed elettori inclinano al conseguimento di vantaggi immediati, mentre la riduzione delle emissioni richiede investimenti, i cui benefici sono percepibili soltanto nel lungo periodo. Le maggioranze democratiche preferiscono spendere per riparare gli edifici danneggiati dall’alluvione o magari innalzare gli argini, piuttosto che investire nel solare. Infine, la lentezza del processo decisionale democratico ha sperperato decenni preziosi e collide con la necessità di agire in fretta, quando l’inerzia ha portato le concentrazioni di CO2 nei pressi della soglia critica. Secondo Randers, il governo autoritario della Cina ha dimostrato una buona capacità, di opporre l’investimento a lungo termine al riscaldamento climatico ed alla povertà. Altrove, l’incapacità del liberal-capitalismo favorirà il rafforzamento dello stato, attivo in economia ed in grado di gestire una quota notevole della ricchezza nazionale; cambiamento politico che ci parrebbe auspicabile, nel senso di uno scioglimento del matrimonio contro natura tra democrazia e liberalismo, a detrimento dell’ultimo. Entro la dinamica globale manca un destino comune. Oltre la stagnazione degli Stati Uniti e dell’Europa, la crescita delle economie emergenti e le magre sorti del resto del mondo, risalta la Cina. Con alcuni decenni di ritardo, rispetto alla Corea e al Giappone, la Cina raggiungerà l’occidente nella sua maturità economica, con 1.4 miliardi di persone.

La sfida per fornire dell’energia necessaria un’economia in crescita e controllare l’inquinamento è ardua ma lo stato forte e l’esperienza di pianificazione a lungo termine sono gli strumenti migliori per affrontarla, sorretti da livelli di investimento tradizionalmente alti. La Cina volgerà all’energia rinnovabile, ampliando contemporaneamente i consumi, come desiderato dalla popolazione. Dal 2030 le emissioni cinesi di CO2 inizieranno a diminuire stabilmente, per raggiungere i livelli pro capite degli Stati Uniti entro metà secolo. Nel frattempo il paese avrà inquinato parecchio, contribuendo ad un riscaldamento che danneggerà la sua agricoltura, i suoi equilibri idrici e le sue coste. L’arduo impegno varrà alla Cina la supremazia tecnologica nei settori chiave, dell’eolico e del fotovoltaico, la sua industria guiderà il mondo nella conversione vitale. Randers attende che il passaggio di egemonia dagli Stati Uniti alla Cina sia pacifico. Nel 2052 la Cina conterà una popolazione più che tripla ed un’economia più che doppia rispetto a quelle americane. Agli Stati Uniti rimarrà la forza militare come abbastanza carbone, gas di scisti e terra fertile sul proprio suolo, da accettare la perdita dell’impero, senza ridurre troppo i livelli di consumo. L’aspirazione millenaria della civiltà cinese inclina all’autosufficienza, non all’espansione. Il sole accorderà alla Cina e ad altri stati, di ridurre la propria dipendenza dalle importazioni di idrocarburi, obiettivo economico, climatico ma anche geopolitico. Verso il 2052, molte persone cercheranno la felicità oltre il materialismo ma l’ideologia della crescita economica quantitativa rimarrà dominante. Senza indulgenze, né per il possibile, né per l’auspicabile, il futuro è caldo.

Eppure, rischiarato dal sole e sospinto dal vento, uno stesso spirito si manifesta ad orientare l’agire umano nelle differenti sfide sociali ed ambientali:

“Il bene comune sarà più importante dei diritti individuali […] In alcune nazioni nascerà perciò la richiesta di uno stato più forte, capace di dare un taglio ai tentennamenti della democrazia e di portare avanti politiche chiare ed efficaci, anche se ciò implicherà meno democrazia e meno libertà di mercato. […] I governi che permettono a una minoranza di appropriarsi di risorse scarse perderanno gradualmente la loro legittimazione, anche se consentono alle persone di di parlare e scrivere di tutto ciò. Se l’acqua scarseggia e si permette a pochi individui facoltosi di acquistare quella che rimane.. “

L’individualismo illuminista va temperandosi. Gli scenari peggiori e forse i fenomeni di collasso, vanno rimandati alla seconda metà del secolo, quando già tagliato il filo, cadrà la spada degli effetti stabili del riscaldamento climatico.

SOSTIENICI !

Tutti i giorni, la nostra sveglia di redazione suona alle 6 del mattino. Dalla primissima alba ascoltiamo la radio, e nel mentre passiamo in rassegna tutte le testate tradizionali e non, nazionali e straniere, dalle riviste ai quotidiani ai siti internet di nicchia. Dopo aver fatto una "cernita", cioè individuato l'1 per cento delle notizie (il restante 99 è letteralmente "cartastraccia") che si pesano come l’oro, che sparigliano, orientano, decidono il corso del dibattito profondo, produciamo un report interno. Successivamente ci riuniamo in presenza o virtualmente per condividere pubblicazioni, visioni, informazioni confidenziali, elaboriamo un timone sui temi da affrontare, per fornirti analisi, scenari, approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo richiede molto tempo, nella ricerca come nello sviluppo. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, siamo qui, pronti ad unire tutti i puntini.
Sostieni

I più letti

Gruppo MAGOG

Per approfondire

Virtù della decrescita
Economia

Virtù della decrescita

Alessio Mariani
17 Novembre 2021
I limiti alla crescita
inEvidenza

I limiti alla crescita

Alessio Mariani
27 Settembre 2020