La salute non basta

Il vaccino è diventata una questione retorica. Pensavo che avrei fatto la terza dose. Adesso non lo so più, perché è diventata la storia di questi personaggi. E io non voglio stare dalla parte di Bassetti, di Burioni, di De Luca. Di questo governo
Il vaccino è diventata una questione retorica. Pensavo che avrei fatto la terza dose. Adesso non lo so più, perché è diventata la storia di questi personaggi. E io non voglio stare dalla parte di Bassetti, di Burioni, di De Luca. Di questo governo

Qualche giorno fa ho riguardato Persona, di Bergman. C’è un dettaglio che mi era sfuggito e che non può essere casuale. Elisabet, da poco ricoverata in un ospedale psichiatrico, guarda un notiziario sulla guerra in Vietnam e fra le immagini compaiono alcuni monaci buddhisti che si danno fuoco in pubblico, per protesta contro la repressione religiosa. Il cronista non può capire e denuncia il “fanatismo” e “l’inaudita crudeltà”, e così sembrerà a molti che assistono da Occidente. Eppure ho guardato così tante volte l’immolazione di Thich Quang Duc, a Saigon l’11 giugno 1963, e ogni volta la scena mi riempie di serenità.

Il monaco immobile mentre brucia, nemmeno un lamento, la gente prega, un poliziotto cade in ginocchio: il significato ha guarito il dolore, pare sia tutta lì, indefinibile, la chiave di essere umani. “Vivere oppure morire è un dettaglio occidentale”, cantava Skoll, e di sicuro c’è sul fondo la mia fascinazione adolescenziale – della propria adolescenza si può avere tanta nostalgia quanta vergogna – per i falangisti che gridano “viva la muerte!” davanti a un agghiacciato Unamuno, per la mistica oscura di Mishima e Codreanu. Convinzioni che passano facilmente per fasciste, ma a mia discolpa dirò che ormai stanno agli antipodi di tutte le ideologie del presente: la petalosità della sinistra liberale, il materialismo pragmatico dei tecnici, il borghesissimo spirito di conservazione del centro-destra. E comunque Persona è un film sull’angoscia di stare al mondo: anche Moravia, nel recensirlo, ci ritrova Kierkegaard.

Visto che siamo in vena di confessioni, eccone una: quando ho scelto di fare le mie due dosi di vaccino speravo fosse una faccenda puramente scientifica. Spes contra spem, perché so benissimo che la scienza non può essere apolitica, che von Braun dovrebbe avere sulla coscienza i morti di Londra almeno quanto Goering, che – e questo è Adorno – dentro la scienza dorme come un demone primordiale “la fiducia incrollabile nella possibilità di dominare il mondo”. Ci ho provato: mi sono vaccinato con l’equanimità con cui si dovrebbe prendere un farmaco, nient’altro. E invece insieme al vaccino mi hanno iniettato nelle vene litri di retorica: la retorica di Mattarella che parla di dovere civico e morale, il papa e l’atto d’amore, l’Italia che rinasce con un fiore e altre trovate di soteriologia sanitaria. Un eccesso di zucchero superfluo che ad occhio e croce non può far bene alla salute. Ma insomma, sia mai che il potere non ci tratti tutti come fessi: a rimaner lì il problema non sarebbe stato grave. La situazione è diventata inquietante quando dalla persuasione si è passati al disprezzo e all’intimidazione. Il lessico è infame, a volte sembra propaganda da prima guerra mondiale. Brunetta dice questo:

“La stragrande maggioranza degli italiani ha scelto di vaccinarsi e gli ultimi giapponesi rimasti a manifestare in qualche angolo di piazza italiana sono inseguiti dal vituperio delle genti, dal freddo e dalla solitudine”.

Poi c’è De Luca che i no vax vuole annegarli, Bassetti propone il rastrellamento, a Messina qualcuno affigge manifesti stile Achtung Minen: “non entriamo nelle case dei non vaccinati”. La lingua mediatica è diventata sistematicamente brutale come non lo era mai stata nei confronti di una categoria. Schifezze del genere emergevano, semmai, dal fondo del paese contro i gay o gli immigrati, e subito venivano ricacciate nel pozzo: adesso sono pressoché normali, stanno sulla superficie come il male di Hannah Arendt.

Raccontare il vaccino come un atto di fede, una medaglia al valore nella guerra contro il virus, ha trasformato la pandemia in un’occasione collettiva di virtue signalling, quella che sarebbe dovuta rimanere una scelta tecnica è diventata una differenza esistenziale: la narrazione dice che la puntura rende diversi, migliori. È la ricetta tradizionale per tutte le atrocità del mondo, che si infliggono sempre a chi è troppo altro – non sono che poveri, non sono che stranieri, non sono che sorci.

Pensavo che avrei fatto la terza dose, per la stessa ragione delle prime due: gli studi scientifici mi convincono, se non del tutto, almeno a sufficienza. Adesso non lo so più, perché è diventata la storia di questi personaggi. E io non voglio stare dalla parte di Bassetti, di Burioni, di De Luca. Di questo governo. Delle folle che aspettavano una ragione – e il vaccino vale quanto qualsiasi altra – per dare la stura a un carnevale di discriminazione e dispotismo. Mi sento come se la scelta me la stessero negando, perché l’hanno rivendicata in esclusiva e sporcata irreparabilmente. E poi, io vedo una maggioranza potente e sostenuta dal potere, e una minoranza umiliata e offesa, inascoltata perché sta gridando contro un dogma. Magari il dogma è corretto, se non nelle premesse almeno nei risultati, ma non basta: l’istinto, quello evangelico, mi dice di stare con gli ultimi. Che fare?

Forse è solo che dovremmo imparare a morire. Se non proprio come il bodhisattva Thich Quang Duc, almeno imparare che la salute non è affatto la cosa più importante. Che non si può sacrificare tutto alla paura di ammalarsi. Forse la libertà sì, perché è nostra, e lasciarci chiudere in casa se serve: ma l’umanità no, perché quella la dobbiamo agli altri. Ritrovo, in questa pandemia, tutto quello che mi disgusta dell’Occidente moderno – comodamente riassunto, prêt-à-porter, da Oriana Fallaci ne La rabbia e l’orgoglio ai tempi di un altro grande terrore collettivo, l’11 settembre 2001, sfociato in simili politiche autoritarie e sentimenti feroci. Una società fragilissima, senz’altro valore che l’autoconservazione. Gente terrorizzata dalla morte proprio quando vivere ha smesso di avere senso. L’ossessione della salute perfetta, dice Ivan Illich, è la vera patologia dell’Occidente: e poi muore, sereno come un santo.

Quest’anno Chandra Candiani, che conosce bene il buddhismo e di Illich mi ricorda il sorriso, ha scritto un libro bellissimo, Questo immenso non sapere. Un libro che parla dei nostri errori, di come basti osservare gli alberi. Scritto nell’altro lessico, quello che abbiamo perduto in mezzo alle metafore belliciste del governo, al classismo della scienza che separa sangue da sangue, al rimpianto di una normalità che è sempre stata orrenda eppure rivogliamo a qualsiasi prezzo. Quando invece:

“Bisogna salvare le ferite. Non lasciarle sole, sperdute nell’idea fissa della medicazione e della guarigione. Bisogna interrogare le ferite e aspettare le risposte. La risposta alla ferita siamo noi. I nostri gesti, le nostre possibilità accolte o respinte, i tremori e gli assalti rispondono tutti alle ferite. Perdere una ferita significa perdere una segnaletica importante per un viaggio dentro le orme dell’esistenza, un viaggio che ci accomuna e ci distingue, ci fa cantati, cantati dalla vita cruda”.

Chandra Candiani

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