Russia e Occidente

Tutti i conflitti, dalla campagna di Poltava fino alla Guerra Fredda, sono scontri fra due pensieri contrapposti del mondo. O meglio, fra un pensiero del mondo e un sentimento del mondo.
Tutti i conflitti, dalla campagna di Poltava fino alla Guerra Fredda, sono scontri fra due pensieri contrapposti del mondo. O meglio, fra un pensiero del mondo e un sentimento del mondo.

A Kiev c’è un monumento alla Madrepatria di epoca sovietica, una donna alta 62 metri, armata di spada e scudo. Il sito del Museo Nazionale della Seconda Guerra Mondiale – che fino al 2015, prima che il comunismo diventasse reato d’opinione in Ucraina, si chiamava Museo Nazionale della Grande Guerra Patriottica – include una pagina dedicata alla statua, e nella fotografia di presentazione la bandiera dell’Unione Europea finisce per coprire lo scudo, così che non si vedano falce e martello. Agli occhi di qualcuno che ha scelto la storia delle idee come interesse di studio, l’angolo della foto – grottesco ma certo non casuale – dice più di quanto avrebbero potuto dire gli emblemi: è il segno della pretesa, molto oltre la cancel culture, di addomesticare le memorie. Al plurale, perché le memorie sono necessariamente molte e contraddittorie, e l’usanza delle giornate commemorative di questo e quello produce soltanto una melassa duenovembrina, universale perché “scolorantesi”, a dirla con Marc Bloch. E scolorata concettualmente è anche quella bandiera blu con la sua simbologia minima da catena di supermercati, che significa il niente inclusivo al posto del molto divisivo dell’Unione Sovietica.

“Madrepatria”, poi, è una parola contraddittoria. Non in inglese, Motherland. Non in tedesco, perché Vaterland e Heimat sono concetti molto diversi. Ma in italiano sì, e anche in ucraino: la statua si chiama Batʹkivshchyna-Maty, qualcosa come “madre della terra dei padri”. Viene in mente l’adagio giuridico latino: la madre è sempre certa, il padre mai. Una patria si può scegliere – per affinità ideologica, convenienza, circostanze della vita. Patria può essere anche un costrutto intellettuale come l’umanità o l’Europa – c’è parecchia archeologia culturale lanciata alla ricerca dell’idea d’Europa, a volte profonda come il corso di Chabod del 1943, ma si tratta sempre, allora come adesso, dei discorsi di chi può parlare, cittadini della repubblica delle lettere e grandi architetti della politica, o almeno hipster di ritorno dall’Erasmus: il silenzio degli esclusi, invece, testimonia identità locali irriducibili. La terra-madre, al contrario, ci viene data come un battesimo, l’atto di negarla è una mutilazione prima che una scelta.

Ecco, la Russia è madre: dunque è inseparabile dai russi, dai libri russi, dalle case russe. Se si ama la letteratura russa, ad esempio, necessariamente si amerà anche la Russia. Baudelaire alla finestra si racconta la leggenda dei passanti di Parigi: ma Parigi è fatta dagli uomini, è una grande arena antropologica, una fonte della storia. Le città russe sono incastonate nel paesaggio, consegnate dalla natura agli abitanti come un dono: Angelo Maria Ripellino descrive di San Pietroburgo, o Pietrogrado, o Leningrado, “quel gocciolio che cancella i contorni degli uomini”. Sono madri che c’erano da prima e adesso conservano i ricordi in un cuore sanguinante, come la Pelageja di Gor’kij: “porterò la parola di mio figlio, della mia creatura. È come una parte dell’anima mia”.

La Russia incarna, per l’Europa degli ultimi tre secoli, un “altro” vicino, tangibile. Non come la Cina e il Giappone, “altri” lontani e favolosi, e non come gli Stati Uniti, che sono solo una versione spropositata di “noi”. La Russia ha salvato l’Europa due volte: una, Stalingrado 1942, la ricordano tutti; l’altra, Borodino 1812, relativamente pochi. I russi hanno perso a Borodino, ma in modo così roccioso che, infine, è come se avessero vinto. Tolstoj racconta un Napoleone “predestinato dalla Provvidenza alla triste e non libera parte di carnefice dei popoli”, mentre osserva accigliato l’esercito russo resistere al fuoco congiunto di duecento cannoni. E le vicende della guerra come inevitabili, in ossequio a quel senso quasi geologico della storia che è parte del carattere russo.

Sconfiggendo Napoleone, la Russia ha salvato l’Europa da se stessa: almeno per un poco, dal peggior spirito dell’Europa che, infine, ha prevalso comunque. È piuttosto comune da parte antagonista la reductio ad Hitlerum dell’Unione Europea: paragone grossolano a fronte di quello, molto più calzante, con Napoleone. Se l’Europa moderna è nata dalla Rivoluzione Francese, avrebbe potuto avere uno fra due padri: Robespierre, “questo messia sanguinario” – con le parole di Georg Büchner – il metafisico, l’asceta; oppure l’arciborghese Napoleone, il materialista, il normalizzatore. Ha prevalso Napoleone, e dunque l’Europa è finita per coagularsi nella tecnocrazia che adesso si chiama Unione Europea. Sembra una contraddizione in termini, eppure non c’è altro modo di definire un potere che sussiste senza vera opposizione, con il solo fine di preservare la proprietà economica in quanto tale. Napoleone al posto di Robespierre: al posto della virtù imposta, la libertà di scegliere fra alternative tutte degradanti; al posto del terrore, la calcolata brutalità burocratica che abbiamo osservato, ad esempio, nel trattamento dei no-vax.

La Russia è un’altra cosa. All’alba dell’Operazione Barbarossa il metropolita Sergio I benedice l’Armata Rossa, nel 1943 riceve una lettera di ringraziamento da Stalin per il suo contributo allo sforzo bellico. La Russia è mistica nel senso più radicale del termine, che significa non-dualismo, unità degli opposti: difficile da capire per noi ad Occidente, con la fissazione scientifica per le categorie. Una sola Russia, fra uomini e terra, Dio e stato, alto e basso della scala sociale, morti e vivi. Anche l’Unione Sovietica col suo Lenin imbalsamato, il suo pensiero magico del popolo inteso come totem apotropaico, testimonia questa tendenza. In Russia anche il nichilismo sembra pieno di domande, della “suprema fame di verità” che Nietzsche attribuisce a Stavrogin. Non come il nostro nichilismo, che è un fatto della vita e tutti accettano senza pensarci: forse perché il nichilismo l’abbiamo già oltrepassato e siamo ormai al nulla, come dice Sergio Quinzio.

Parlando dell’attuale crisi ucraina è facilissimo cadere nelle propaganda, nella stucchevolezza, anche in certe banalità geopolitiche che possono essere vere – per esempio, che la NATO sia ormai un elemento non di stabilità, ma di destabilizzazione globale. Di Euromaidan, che è all’origine della situazione attuale, si può dire che è stato agghiacciante tanto il ruolo dell’estrema destra paramilitare, quanto quello della polizia militarizzata. Ma sarebbe facile e inutile. Maidan è una questione confusa, che ha visto schierati insieme gruppi senza nessuna affinità ideologica, almeno in teoria – nazionalisti con europeisti, Svoboda e le Femen. Ha avuto anime diverse: quella anti-corruzione, quella dirittoumanista, quella russofoba.

Soprattutto, ha scavato dentro contrapposizioni che già esistevano – fra Occidente e Oriente del paese – e ne ha accese altre, come quella fra giovani e vecchi. Mette tristezza questa mitologia ingenua dell’UE come paese del bengodi, patria della libertà e del progresso, lasciano una mesta tenerezza quelli che, da fuori, ci credono davvero. Perché noi, da dentro, sappiamo cos’è davvero. Questi sono discorsi vecchi. Adesso c’è una guerra e servono analisi attuali. Non bastano, però, perché la guerra è, sempre, anche un fatto sovrastorico e letterario. Tutti i conflitti fra l’Occidente e la Russia, dalla campagna di Poltava fino alla Guerra Fredda, sono scontri fra due pensieri contrapposti del mondo. O meglio, fra un pensiero del mondo e un sentimento del mondo. Se ne sono accorti Carlo XII e Napoleone, tecnocrati assolutisti così simili a quelli di oggi, che la Russia è qualcosa come un mare dove sprofondano gli eserciti e le idee.

“Imparentati a tutto ciò che esiste, convincendosi / e frequentando il futuro nella vita di ogni giorno / non si può non incorrere alla fine, come in un’eresia / in un’incredibile semplicità.”

Boris Pasternak

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