RAV, un reazionario

Raffaele Alberto Ventura, milanese, classe 1983, oggi vive e lavora a Parigi. Animatore del blog Eschaton, autore Minimux fax ed Einaudi, collabora con «Esquire», «Linus», «Le Grand Continent». È un reazionario.
Raffaele Alberto Ventura, milanese, classe 1983, oggi vive e lavora a Parigi. Animatore del blog Eschaton, autore Minimux fax ed Einaudi, collabora con «Esquire», «Linus», «Le Grand Continent». È un reazionario.

A quest’accusa (che ai nostri occhi ha il valore di un generoso complimento), RAV non è nuovo. Se questo epiteto inizialmente Ventura se lo è attribuito da solo, quasi per scherzo, oggi, con la pubblicazione del suo ultimo libro, Radical Choc. Ascesa e caduta dei competenti (Einaudi), non possiamo fare a meno di prenderlo sul serio. Niente a che vedere, ovviamente, con il neo-reazionarismo dell’alt-right di Moldbug né dell’ultimo Nick Land, tantomeno con l’uso più comune di un termine che stava a indicare quanti volevano ripristinare l’Ancien Régime dopo la caduta di Napoleone e che ha finito per descrivere tutti quelli che, ostili a ogni forma di innovazione e di progresso, difendono lo status quo. L’ambiguità semantica del termine, infatti, ha permesso a Mussolini di definire reazionarie le “democrazie plutocratiche”, e ai loro detrattori di considerare reazionari la Thatcher e Regan. Al di là degli slittamenti semantici, degli anatemi culturali e degli usi strumentali, noi immaginiamo il reazionarismo come una teoria che ancora oggi attende di essere completamente sviscerata, forse perché sono pochissimi i pensatori che si sono consapevolmente annoverati tra le sue fila, e che assomiglia quasi, in un’ipotetica cartina geografica delle idee, a una piccola isola situata in mare aperto, dove solo saltuariamente qualcuno proveniente dagli arcipelaghi della destra o della sinistra si inoltra senza mai risiedervi stabilmente. I frutti amari che l’isola produce, in genere, sono la sfiducia nel progresso (da cui l’approccio pessimistico e sarcastico nei confronti del presente e del futuro), una generica misantropia che attribuisce i mali del mondo all’uomo prima che all’assetto sociale, il rifiuto di una concezione astratta della società per guardare alla “realtà effettuale” delle cose, la rinuncia a fornire risposte programmatiche dettata dalla consapevolezza che ogni soluzione si riveli peggiore del problema a cui vuole porre rimedio. Senza dubbio, i pensatori che più spesso sono naufragati sull’isola reazionaria sono quelli che hanno seguito la corrente del realismo politico, una teoria anch’essa dai contorni molto sfumati che ci può condurre da Machiavelli a Nassim Taleb (?), e da cui anche Ventura si è lasciato trasportare. Crimine dei crimini, il realismo politico, per una sinistra che, con Mark Fisher, ne fa «una forma di complicità con lo status quo», e quindi una filosofia della reazione. Quanto è aderente dunque, questo epiteto, con il ritratto intellettuale di RAV? A leggere il suo ultimo libro si trovano più affinità che divergenze tra il “compagno” Ventura e una certa “tradizione” reazionaria che ha saputo trovare delle chiavi di lettura molto innovative per leggere il presente. Insomma, Ventura, i frutti del pensiero reazionario li ha colti, e proprio grazie a questo suo peccato originario (per taluni), ci fornisce tantissimi spunti per interpretare la crisi decennale che stiamo vivendo, accelerata da una pandemia che ne ha svelato, acuendole, tutte le contraddizioni, e testimoniando della «bancarotta dell’intelligenza» avvenuta nelle società occidentali, un’espressione, questa, del reazionario più puro di tutti, Nicolás Gómez Dávila – autore che può servire da frame of reference per quanti vogliono vedere le analogie tra RAV e il pensiero reazionario – e che infatti troviamo formulata allo stesso modo nell’epilogo di Radical Choc.

Il libro in questione si interroga proprio sulle cause della crisi di un modello di sviluppo, quello del capitalismo avanzato. Finita l’età vittoriana, dove a opporsi erano padroni e proletari, le società occidentali hanno vissuto durante il Novecento un processo di burocratizzazione integrale radiografato accuratamente da autori come il polacco Jan Maikaiskij e il francese Guy Debord, passando per il mantovano Bruno Rizzi: un capitalismo senza più capitalisti, dove la «gestione avrebbe sostituito la proprietà». Max Nomad, un altro autore che dovremo cominciare a tradurre e a studiare, nel suo articolo intitolato appunto Capitalism without capitalist, apparso nel 1934, diceva esplicitamente: «Il capitalismo ha prodotto i suoi successori sotto forma di un nuovo strato sociale di managers, organizzatori, tecnici e altri funzionari dotati d’istruzione che si sono gradualmente impadroniti di tutte le funzioni di management tecnico e commerciale che in origine spettavano al proprietario capitalista individuale. È questa nuova classe media che, cresciuta in numero e importanza, in un modo o nell’altro, potrebbe ben presto, per mezzo dello Stato, assumere l’effettivo e completo controllo dell’intera costruzione sociale». Sono proprio gli effetti terminali di questo processo a venire indagati in Radical Choc, nonostante le continue e suggestive digressioni storiche che Ventura fa per dare forza al suo discorso, rinvenendo la stessa tendenza allo sviluppo e poi al declino di una classe “manageriale” parassitaria (dalla crisi della Scolastica, agli sperperi condannati da Ibn Khaldun) anche in altre epoche. Radical Choc analizza quindi le contraddizioni di un capitalismo integralmente burocraticizzato, sia nell’ambito privato che in quello pubblico, e che, in seguito alla “rivoluzione manageriale” di cui parlava Burnham, ha portato alla concentrazione del potere non più nelle mani di una classe, ma negli ingranaggi di un processo amministrativo al quale partecipano politici, scienziati, manager, funzionari, consulenti, medici, ingegneri, intellettuali: tutti coloro che amministrano un mercato divenuto un «puro dispositivo di pianificazione tecnocratica».

Bruno Rizzi, La burocratizzazione del mondo

Ma perché se tutto è così pianificato e burocraticizzato, il sistema è andato in tilt, generando quelle disuguaglianze, quei conflitti sociali e religiosi, e quella coda lunga di risentimenti e di scompensi che abbiamo oggi sotto gli occhi? Le cause sono molteplici ma correlate, e una di queste è connaturata alla burocrazia, il cui funzionamento Ventura analizza nel dettaglio grazie ad un’ampia bibliografia che va da Weber a Michels fino alla letteratura manageriale americana più recente. Per farla breve, ogni forma di organizzazione non è immune a un’anomalia congenita, l’inclinazione alla sostituzione dei fini: «quel processo – scrive Ventura servendosi dell’esempio del Partito socialista tedesco – secondo cui un’organizzazione cessa di perseguire gli scopi per i quali è stata concepita (in quel caso, gli interessi del proletariato) e impiega tutte le risorse per garantire la propria auto-conservazione (e quindi gli interessi della burocrazia)». Ecco allora che nella società integralmente burocraticizzata, laddove il potere decisionale del singolo si restringe, e dove «gli incaricati dei fini vacillano – dice Gómez Dávila– mentre gli incaricati dei mezzi operano, i mezzi diventano fini. E così l’umanità non ha altro fine che quello di accumulare mezzi». Allo stesso modo di come nel film Brazil di Terry Gilliam la co-protagonista accumula ricevute su ricevute che attestano la ricezione delle altre ricevute. Un mondo dove la figura del rivoluzionario è incarnata da Henry Tuttle (Robert De Niro), eccezionale ingegnere che ripara abusivamente i tubi delle caldaie domestiche dei cittadini senza essere autorizzato dall’Agenzia Centrale, e che avrà modo di dire: «fra un po’ di tempo grazie al vostro bellissimo sistema non si potrà più aprire un rubinetto senza riempire un 27B/60!». A questo punto non importa più se a mandare avanti la baracca sono capitalisti o comunisti: lo scontro non è tra fautori di sistemi sociali radicalmente diversi, ma tra concezioni diverse del modo migliore per gestire lo stesso sistema economico. Un’ipotesi che consente a RAV di interpretare l’esperienza bolscevica in questi termini: «Lenin aveva portato al potere una combriccola di intellettuali e tecnici, remunerandoli generosamente e ricreando di fatto una gerarchia in senso alla sua utopia realizzata». 

Brazil, esilarante celebrazione della stupidità del mondo tecno-burocratico

A questa prima causa, e al fatto che la burocrazia è un apparato di amministrazione dei rischi a bassa resilienza nella gestione di situazioni extra-ordinarie e nell’assorbimento delle loro criticità, bisogna aggiungere l’inefficienza di quelle élite a cui abbiamo delegato il compito, sin dai tempi del patto sociale ipotizzato da Hobbes, di attenuare il grado di incertezza delle nostre esistenze per mezzo dello Stato moderno e della sua burocrazia. Un tempo monarchi e tiranni, oggi funzionari, scienziati, manager, ingegneri: sono loro i “competenti”, quelle macchine incaricate di ridurre le incertezze e di garantire sicurezza, ma che in questa fase di fine ciclo sono divenute difettose perché inadeguate nel fornire delle prestazioni efficaci da rendere vantaggiosa, per la popolazione, la propria “servitù volontaria”. Le prestazioni offerte dai “competenti”, sottomesse ai rendimenti decrescenti della loro competenza e degli strumenti tecnologici di cui dispongono (anch’essi soggetti a dei cicli di innovazione schumpeteriani), sono troppo costose rispetto ai benefici, sempre più marginali, che comporta il loro mantenimento. Se il termine élite indica sincronicamente sia la posizione dominante e ristretta del gruppo che detiene il potere, sia la legittimità di tale “detenzione”, ora noi vediamo che la nostra élite è sempre meno ristretta (basti pensare a quanto oggi il terziario avanzato, “lo strato più basso della classe dominante”, sia affollato) e ha sempre meno facoltà di controllo sulla megamacchina impazzita. La nostra élite non è più un’élite, e quindi non è più legittimata a ricoprire la sua posizione sociale: i nostri sistemi sono gestiti da un «esercito di competenti con competenze sempre più approssimative» rispetto ad un apparato burocratico sempre più complesso, specializzato e stratificato, che è divenuto impossibile da coordinare e nei confronti del quale sembra troppo dispendioso sia invocare la piena automazione del sistema, sia la piena professionalizzazione di ogni addetto: in tutti i campi, quello politico, scientifico, economico, si generano sempre più cortocircuiti imprevisti, delle crisi risolte attraverso soluzioni iatrogene, ossia peggiori dei mali che si volevano curare, aprendo nuovi e inediti problemi che ogni volta vanno a scaricarsi altrove, su piani secondari – fino al collasso definitivo. Se Ventura utilizza l’esempio degli effetti negativi degli investimenti in sicurezza, specie le misure adottate dagli Usa in materia di antiterrorismo, che hanno finito per radicalizzare soggetti solo potenzialmente terroristi, noi potremo applicare questo stesso trend ad altri settori. Nelle politiche di inclusione dagli oneri finanziari sempre più elevati, che quando non si riducono a investimenti sul piano simbolico più che strutturale, e quindi a banali politiche di tokenism, spesso generano tutta una catena di risentimenti che poi vanno ad acuire le tensioni sociali e richiedono ulteriori spese in bilancio.

Ecco che la perversa combinazione tra una burocrazia naturalmente difettosa e un’élite che non è in grado di corrispondere alle nostre aspettative, per il fatto che in nessun settore si può assistere a una crescita esponenziale permanente della curva di rendimento, tantomeno in quello della formazione, dove spesso si paga più il “cartellino”, come già suggeriva Pareto, e quindi le semplici credenziali fornite dai titoli formativi che non la reale expertise, ci pone di fronte all’irrisolto paradosso di Böckenförde: «lo Stato liberale secolarizzato vive di presupposti che non è in grado di garantire». Dinnanzi a questa crisi di legittimità del sistema tradizionale dei competenti, impossibilitati ad assicurare lo stesso benessere di un tempo, si aggira lo spettro dei populismi, manovrato da una classe risentita, esclusa dalla cittadella ma pronta ad assediarla. Facendo leva sulla propria estraneità al mondo di una politica burocraticizzata (è questa l’accusa che viene spesso rivolta all’Europa e a quei parlamenti che rispondono alle sue direttive senza più far valere il principio del decisionismo politico), la classe populista, anti-intellettualista ed eccentrica, abilissima nel rastrellare il malumore diffuso e nel tradurlo in consenso elettorale, si prepara, coerentemente con il principio di circolazione delle élite di Pareto, ad assaltare la vecchia guardia che ormai, come dice Mosca, ha perso le qualità grazie alle quali è arrivata al potere. Elaborando delle nuove formule per conquistare le stanze del potere, questa nuova classe però non si accorge che le stanze sono vuote e che la macchina va da sola verso il baratro. Il rischio, logicamente secondo Ventura, è che il populismo, caratterizzato inoltre da un deficit di competenza (alla pari, se non di più dei suoi predecessori) a cui va aggiunto un certo grado di improvvisazione e parvenuismo, finisca schiacciato negli ingranaggi della tecnostruttura cambiando tutto per non cambiare niente.

Studioso delle asimmetrie, dopo Teoria della classe disagiata, in cui si mostrava lo sfasamento tra la percezione di sé e le reali condizioni di sussistenza di una “classe creativa”, sfruttatrice e sfruttata allo stesso tempo, e ora mostrando lo sfasamento tra le promesse che la moderna società, democratica e liberale, ha fatto ai suoi sottoposti e le reali prestazioni che riesce effettivamente a offrire, Ventura ha messo forse un punto alla sua trilogia della fine, che è poi una teoria della fine, un’eschaton precisamente, con toni apocalittici e stavolta molto meno letterari rispetto al suo libro di esordio. Si tratta di un libro reazionario? Nicolás Gómez Dávila diceva che «destra e sinistra si caratterizzano per la distinta interpretazione che danno del titolo ambiguo che Goya dà ad un Capriccio: El sueño de la razón produce monstruos. La sinistra traduce con “dormire”; la destra con “sognare”». Dallo stato di passività della ragione, secondo la sinistra, nascono i mostri, mentre secondo la destra da uno stato “alterato” di attività. Lungi da noi voler fare di Ventura un intellettuale di destra, ci sembra che la sua interpretazione e la sua sensibilità propendano più verso il “sogno” che verso il “sonno”. Lo stato di alterazione o di deformazione nello spettacolo dominante (Debord) in cui versa la ragione occidentale, è la causa della disforia, individuale e collettiva, che Ventura intravede quasi ossessivamente in tutte le sue analisi, mostrandone le conseguenze più perverse e grottesche. Se la sinistra vuole svegliare la società dal sonno della ragione, risveglio come metafora dell’acquisizione di una coscienza di classe per tornare appunto a sognare un’alternativa (all’insegna del marxiano “sogno di una cosa”), Ventura ci dice che siamo entrati in una fase di inflazione onirica, e che a generare mostri sotto forma di una concatenazione di conflitti sociali, è proprio il sogno a occhi aperti di un benessere irrealizzabile: una bolla pronta a esplodere.

Se Teoria della classe disagiata è un “oggetto culturale” ancora di sinistra, almeno sul piano del packaging, perché a un rapido sfrondamento ci si accorge che tutti i riferimenti “pop”, letterari e cinematografici, che andavano a creare una cornice che il lettore di sinistra riconosceva, in realtà erano più dei pop-up segnaletici che nascondevano un quadro reazionario, con Radical Choc Ventura racconta la storia del nostro collasso senza più fronzoli di alcun tipo. La prospettiva infatti è molto più vicina a quella della “tradizione” reazionaria su cui sicuramente non si appiattisce ma che viene intersecata costantemente. Anche gli autori più citati si trovano proprio sul limes di un cultura di sinistra talmente eterodossa (Majkaiskij, Trotsky, Rizzi, Debord) da confinare con quella che sta ai suoi antipodi: quella di Mosca, Pareto e Michels, quegli stessi che poi hanno influenzato tutta la tradizione élitista e liberale americana – pensiamo a Burnham, Dahl, Lasswell, e poi allo stesso Schumpeter (che negli anni universitari era membro del “Pareto Circle” di Harvard). Nel mezzo l’ultimo Weber, quello più pessimista. Siamo quindi di fronte a un libro pervaso da un sentimento di sfiducia nei confronti del progresso, che attraverso la formula di “rendimenti decrescenti” applicata a tutti i campi da Ventura, dice con altri termini, forse più presentabili e scientifici, la stessa cosa sostenuta da Cioran, per cui il progresso «è l’equivalente moderno della Caduta, la versione profana della dannazione». Un libro che si cimenta nella demistificazione di una democrazia che sarebbe ingenuo idolatrare come valore in sé, ma solo intendere come un assetto provvisorio che può giovare fintanto che ce lo possiamo permettere. A concludere il tutto una chiosa tardoimperiale («Il nostro tempo è passato e il mondo in cui siamo cresciuti appartiene già a ieri»). Finalmente, dopo tutti gli sforzi fatti per passare da reazionario, RAV lo è diventato davvero, e adesso potrà scrivere i suoi acrostici indolenti guardando i barbari bianchi passare. Ci chiediamo però se i suoi lettori, e le testate che ne ospitano quotidianamente i contributi, saranno altrettanto indulgenti come lo sono stati con Teoria della classe disagiata. Ventura ha tradito, ma come poteva essere altrimenti? «Le idee ci tradiscono se non le tradiamo noi per primi. Dobbiamo essere fedeli solo alla complessità delle cose» (Nicolás Gómez Dávila).

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