Ramelli, un ragazzo

“Intuivo la sofferenza che avrebbe provato e già stava provando. Ma qui comincia la mia colpa...”. 26 marzo 1987, parla Marco Costa
“Intuivo la sofferenza che avrebbe provato e già stava provando. Ma qui comincia la mia colpa...”. 26 marzo 1987, parla Marco Costa

Milano, 26 marzo 1987. In una minuscola aula del tribunale si sta tenendo una delle prime udienze del processo per l’omicidio di Sergio Ramelli, militante diciannovenne del Fronte della Gioventù, ferito a morte, sotto casa propria, dodici anni prima, a colpi di chiave inglese. In uno spazio di poco meno di cento metri quadrati si ritrovano, quasi accalcati, imputati, avvocati, giudici, parenti, curiosi, ma anche, e soprattutto, giornalisti e fotoreporter […]. Tra amenità, battute e preoccupazioni reali, il brulichio di persone si acquieta, improvvisamente, quando si accinge a prendere la parola uno strano tipo di poco più di trent’anni […]. Il suo nome è Marco Costa e quando inizia a parlare, con voce monocorde, quasi pedante, non vola più una mosca in quell’aula ridicolmente piccola […].

«Il giorno dell’aggressione, cioè il 13 marzo 1975, mi trovavo a discutere assieme al Colosio. Ci raggiunse Grassi dicendoci: “Fate alla svelta perché il ragazzo sta per uscire dal bar: è meglio che vi affrettiate”. Noi andammo nell’auletta di Biologia, dove c’erano già alcuni altri e dove c’era una borsa con delle chiavi inglesi. Io la mia l’avevo dietro: ci infilammo le chiavi inglesi e andammo» […].

«Ci avviammo verso via Amadeo e arrivammo. Ormai», continua Costa, «non pensavo più a quanto stesse accadendo alle mie spalle. Ero completamente immerso in quello che stavo per andare ad affrontare. Ero teso […]. Arrivammo lì e ricordo che ci rimanemmo poco, pochi minuti, ad aspettare che Ramelli arrivasse. Io ero in via Paladini con Aldo. Guardavamo la vetrina. Ogni tanto mi giravo, lui si girava, per vedere se fosse arrivato e una volta, girandomi, vidi proprio questo ragazzo che stava legando il motorino. Allora diedi una gomitata ad Aldo e mi avviai. Attraversando la strada, però, Ramelli mi vide. E io vidi lui. Cioè, l’ho guardato negli occhi e lì… In questi attimi, perché ancora continuava a correre, mi sono reso conto di qualcosa che non avevo capito prima, non avevo potuto provare prima. Cioè: prima i fascisti erano un simbolo, odiato, ma lì davanti non avevo più un fascista. C’era Ramelli che era un uomo e io avvertii il peso di quanto stavo facendo. Intuivo la sofferenza che avrebbe provato e già stava provando. Ma qui comincia la mia colpa che io ritengo la più grave. Comincia la mia colpa perché anche se a quel punto volevo emotivamente dire “basta, andiamocene via, non facciamo niente”, nonostante questo, c’era il senso del dovere, il rispetto, verso le decisioni prese con gli altri. E andai avanti. Questa è stata – lo è tuttora – una colpa grave perché io ho nascosto la mia coscienza in quel momento e ho affidato alla mia ideologia il compito da svolgere».

«Di fatto arrivai di fianco a Ramelli, anzi, di fronte a Ramelli. Lui si era coperto con le mani la testa e mi offriva il volto completamente libero tanto che avrei potuto colpirlo in faccia. Per quanto possa essere assurdo dirlo adesso, non lo feci perché avevo paura di rompergli un dente, di procurargli una ferita a un occhio, cioè di sfigurarlo, e quindi con la sinistra cercai di abbassargli le mani per colpirlo al capo così come mi ero fatto l’idea di come dovesse andare. E lo colpii al capo. Non so con quale forza, non so con quale precisione, ma lo colpii sicuramente. Il ragazzo, però, non si stordì: anzi, con- tinuò a urlare e cercò di scappare e scappando incespicò nel motorino che aveva tra le gambe. Il motorino cadde, lui cadde; persi l’equilibrio e caddi anche io carponi. Lui cadde invece disteso e mentre ero per terra o mentre stavo cadendo l’ho colpito almeno un’altra volta. Non so dire dove: sulla gamba, sulla schiena, ma in quello stesso momento una signora sopra di noi si mise anche lei a urlare. Ramelli stava ancora dicendo “no, no, basta!”: io non ce l’ho fatta più e sono scappato. Mi sono rialzato, ho tolto il piede che avevo sotto il motorino e mi sono avviato per scappare via, ma subito dopo mi sono anche dovuto fermare perché mi rendevo conto in quel momento che non dovevo essere io il primo a scappare. Dovevo essere l’ultimo. Mi avevano affidato questa responsabilità e quindi mi fermai. Mi fermai e mi guardai un po’ intorno. Non so cosa feci con le mani, ma sicuramente la mano sinistra era sul volto perché mi stavo nascondendo il viso. Non avevo nessun fazzoletto per coprirmi e cercavo di farlo in questo modo […]. Ci trovavamo dall’altra parte della strada, eravamo in un angolo e cominciai a parlare con i compagni dicendo loro le mie impressioni. “Sì, lo abbiamo colpito, ma credo che non gli abbiamo fatto niente perché continuava a urlare”, dicemmo» […].

«Mi avviai a Fisica, dove avevo lasciato la macchina, e incontrai il Grassi. Gli dissi le stesse impressioni che avevo avuto prima. “Va bene, ci rivedremo nei prossimi giorni. Vediamo cosa diranno i giornali domani”, rispose lui. E me ne andai a casa. Il giorno dopo comprai i quotidiani e accadde anche a me quello che accadde ad altri: cercai un trafiletto, non lo trovavo. Ho trovato invece sei colonne. Ho trovato sei colonne con Ramelli in coma ed ero stato io presente a quel fatto. Non c’era il mio nome, ma si parlava di me. Si parlava di noi».

Nicola Ventura

David Barra

*Per gentile concessione si ricalca un brandello dal libro di Nicola Ventura e David Barra, “Borghesia violenta. I bravi ragazzi del terrorismo italiano”, Gog, 2021

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