Raccontare il male

Dissacratore, sconfortevole, insopportabile, impossibile, irriverente, irritante, ribelle, Vincenzo Profeta è una specie di Lautréamont in visita nelle bolge italiane di oggi
Dissacratore, sconfortevole, insopportabile, impossibile, irriverente, irritante, ribelle, Vincenzo Profeta è una specie di Lautréamont in visita nelle bolge italiane di oggi

Come e fino a dove si può raccontare il male? Fino a quale cerchio infernale è umanamente possibile scendere per poterlo mostrare, descrivere, disegnare o immaginare? 

Una discesa agli inferi, questa “metafisica della fine”: ne La Palermo male di Vittorio Profeta, appena pubblicato da GOG Edizioni, l’autore sembra incarnare il conte di Lautréamont, ritornato due secoli dopo per rivisitare le bolge di quello che, nel frattempo, il male ha aggiunto nel mondo. Dante e Lautréamont, appunto; e Baudelaire, Dostoevskij, Bulgakov, Céline – se dovessimo fare un rapido esercizio di memoria, i loro nomi ci verrebbero alla mente per primi in una immaginaria classifica dei raccontatori del “male” nella letteratura, del ‘maledettismo’ che ci ha accompagnato nel corso dei secoli. Solo che in passato la visione e il racconto del male, per quanto sconfortevoli per l’anima del povero lettore, sembravano costruiti attorno a una convenzione comune: dietro il peggiore dei mali c’era sempre una ragione “ordinatrice” che non perdeva totalmente il controllo. Il “bene”, per chiamarlo così, rimaneva sempre come riferimento autorevole, riconosciuto insieme dall’autore e dal suo lettore. 

L’ultimo secolo ha “osato” leggermente di più: mai come prima il genere distopico ha così fortemente catturato il fascino dell’umanità per confondere irrimediabilmente qualsiasi traccia di demarcazione tra quello che prima sembrava più facile distinguere come “bene” e “male”. Prevedibilmente, più la tecnologia è esplosa, più i fantasmi dell’avvicinata apocalisse sono aumentati in frequenza e intensità, hanno attualizzato il male come categoria a sé stante, non più contrapponibile al sentimento del ‘bene’,  ma come nuovo spleen fin de siècle. 

Qualcosa è radicalmente cambiato anche nella convenzione narrativa del raccontare il “male”: e di questo, il romanzo di Profeta, uno dei creatori del Laboratorio Saccardi, duo artistico palermitano, ne segna un forte spartiacque: a livello narrativo e visivo, perché il suo è un libro da schermo, una sorta di sovrapposizione cauchemardesque di frammenti di tutto quello che forma il nostro mondo, online e offline. Man mano che entriamo nella sostanza del racconto, la prospettiva si allarga, come in quella scena finale di Truman Show dove, assieme al personaggio, capiamo la regia dietro: nella Palermo Male, finiamo in una sorta di recycle bin della memoria computerizzata, incapaci, assieme all’autore, di ritrovare il filo che renda “benevolo” il racconto, che gli conferisca un senso più profondo di quello letterale. Lo stile di Profeta fa male come indossare il vestito di carne di Lady Gaga – il riferimento alla pop star americana non è del tutto casuale, perché vi è in questa scrittura un fascino assoluto del male e della fragilità, che lo avvicina in modo misterioso alla visione scenografica della creatrice di Bad Romance. 

Dissacratore, sconfortevole, insopportabile, impossibile, irriverente, irritante, ribelle – ma vero fino a far maleLa Palermo Male è il libro narrativo di un’artista e, visto nella prospettiva più ampia della sua creazione, ne risulta una continuazione quasi naturale, una rivincita del delirio orale dei toni cruenti su quello visivo, dell’inconscio visionario e surrealista dei suoi lavori e interventi concettuali. Trasferire l’immaginario artistico in un piano discorsivo letterario può creare però una scossa di grandissime proporzioni anche per chi sia familiare con l’irriverenza già conclamata dell’artista. Lasciate liberi tutti i demoni e sentite quel che hanno da dire – sembra essere questo il motto dell’artista, che si sottomette a un esperimento impossibile: quello di diventare una sorta di coscienza – medium attraversata dalla decadenza assoluta della nostra epoca, attraverso l’assemblaggio delle ‘cose umane’ che l’investono da vicino o, di contro, da genius loci di cui si sente investito d’ufficio, per appartenenza al luogo e per i rituali travisamenti d’artista.  

Il vero personaggio della sua ininterrotta serie di racconti è la Sicilia, tutta concentrata e raccolta nella Palermo underground: attraverso la sensibilità macroscopica dell’autore, viene esaminato, cellula per cellula, il corpo dolente della sua terra natia. Questa è, non vi è dubbio, la prima performance letteraria che include, senza alcuna metafora: la Palermo male che parla, sì; e l’autore, che risponde a tono, peggio. Perché c’è Palermo di mezzo, la Palermo Male e il Peggio. Botta su botta; materie ruvide e pelo sullo stomaco. Il sesso e la mafia, i giro giro tondo cascasse il mondo del capitalismo e della tecno-finanza, il gioco ruba bandiera tra fascismo e nazismo, il satanismo usa e getta, eseguito a cappella, davanti al cappello floscio della solitudine straziante, ma niente è (solo) letterario, tutto è vero, e accade adesso, ma così adesso che include anche il virus, anche quello che stiamo pensando, anche le nostre azioni… 

Eccezionale il concetto grafico del libro, che sembra introdurci nel sistema operativo stesso del mondo affetto dal morbo dell’apocalisse generale. Un software confusionale che si muove sul grande raccordo anulare della comunicazione/interattività visiva della nostra epoca: “i video giochi degli anni ’80 e i pop-up dei più recenti social network, i difetti di codice, passati sistemi operativi in bug e nuovi algoritmi” – come recita il risvolto in copertina. Un collante globalizzato di come avvertiamo le trasformazioni della sconnessione visiva, che avanza di pari passo ed incalza la narrazione, un avanti-indietro a tutto vapore luciferino, un minuetto di passi falsi infernali, il riverbero del verbo narrare e l’azione-recitazione. Sulle prime, si è portati ad ascrivere tutto nella predisposizione visionaria: ah, benedetto peyote dove sei finito, in fondo a quale baule; le realtà separate e circoscritte dalla trilogia di Carlos Castaneda, i cascami della beat generation. Ricordi, rimpianti. Poi ci si rende conto che è diverso.  Tutto è qui, i demoni sono i nostri, sovra-dimensionati negli attimi fuggenti di una mini-serie di pasticche mentali, mentre ritorna ossessivamente un messaggio error del sistema e le ultime due pagine riservano un’inaspettata sorpresa. A voi scoprire che Dio non è (ancora) morto mentre a Palermo si registra un’ennesima e ostinata giornata di sole.

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