Quella notte in cui nulla cambiò

Il colpo di stato in Giordania guidato dal principe Hamzah è fallito miseramente (e prevedibilmente). Re Abd Allah II rimane al potere di un Paese a sovranità limitata.
Il colpo di stato in Giordania guidato dal principe Hamzah è fallito miseramente (e prevedibilmente). Re Abd Allah II rimane al potere di un Paese a sovranità limitata.

Sorge su sette colli, come Roma. Ma anche se ha il teatro e tanto passato romano, oggi con l’Urbe spartisce poco. Amman somiglia a tante cose ma a pensarci bene a nessuna in particolare. Proprio come la Giordania; un insieme di realtà diverse che in fondo però si distingue benissimo. Le case giallo paglierino del centro si accatastano tra i minareti come un presepe messo lì in disordine da tempo immemore. La fissità sembra quasi voluta, nonostante il frastuono e la confusione tipica di una capitale araba. A crearla aiutano molto i ritratti onnipresenti di re Abd Allah II, l’hashemita l’illuminato. È il figlio di re Hussein e marito della “bella” Rania. Sì, Rania di Giordania; baciata dalla sorte come dalla rima che si porta addosso. La consorte ha contribuito non poco all’affetto di cui la famiglia reale gode presso il popolo. È un destino comune a molte case reali: più la première dame è graziosa, emancipata e generosa, più la pletora si spella le mani. Per una nazione alla continua ricerca di un collante vale ancora di più perché Rania è palestinese e tra gli arabi certe sfumature contano. Se non fosse per gli integralisti che ne ripudiano lo stile e le istanze occidentali, sarebbe una regina perfetta.

Le foto di tutti i membri, papà Hussein compreso, tappezzano il Paese, in ogni posa e abbigliamento possibile: stile arabo, occidentale, casual, regale. Va forte quella del re vestito con la maglia della nazionale di calcio, anche se i giordani a pallone sono scarsi e il sogno di arrivare ai mondiali Qatar 2022 svanirà forse già a giugno, magari nel derby col Kuwait. Tra le foto che spiccano ci sono quelle in uniforme, retaggio ormai più romantico che autoritario di ogni sistema di potere assoluto anche quando i governanti non sono militari. Nel  caso di re Abd Allah però il problema non si pone. Il re si è formato in Accademia nel Regno Unito ed è pilota, tra l’altro anche bravo. I giordani per la maggior parte lo vedono di buon occhio. Molto più oggi che venti anni fa, quando fu scelto da sua maestà papà Hussein tra i figli di matrimoni diversi, senza particolari carismi, se non quello di essere il maggiore. Hanno iniziato ad amarlo in particolare dal 2015 quando per vendicare un pilota giordano arso vivo dai miliziani di Daesh ha indossato la tuta da F-16 e ha chiamato il popolo alle armi, uscendo dal ruolo di re fantoccio affibbiatogli già all’ascesa al trono. Ben al di là della retorica e della forma esteriore necessaria, nel frangente specifico Abd Allah ha mostrato un lato di sé che non era ancora conosciuto; lo stesso che contraddistingueva il padre del resto: la capacità di rimanere in equilibrio e al tempo stesso di prendere decisioni difficili.

Abd Allah regna su un groviglio intricato con l’aggravante di non avere nemmeno il petrolio. La funzione di cuscinetto e pietra d’angolo che la Storia ha assegnato alla Giordania obbliga chi la governa ad avere la capacità di camminare sul filo, cercando di non passare il segno. Le rogne della dinastia hascemita sono note da sempre: metà popolazione è palestinese, fra origini e diaspora dai Territori Occupati; l’Occidente è amico (il nonno del re era inglese e parte della genetica politica nazionale pure) e con Israele, nonostante la coreografia ufficiale, le relazioni diplomatiche e d’intelligence sono cospicue e stabili da tempo. Se re Hussein è stato capace di traghettare il regno per mezzo secolo uscendo indenne da quattro guerre con lo Stato ebraico e dalla fine della Guerra fredda con astuzia e opportunismo, Abd Allah ha mantenuto la proverbiale stabilità di Amman nonostante gli sconvolgimenti degli ultimi venti anni in due Paesi chiave del Medio Oriente come Iraq e Siria. Fra monarchia costituzionale (in realtà i poteri del sovrano sono quasi assoluti) e improvvisi scossoni, il gioco fin qui è riuscito con buona soddisfazione di tutti, Occidente, arabi, Israele e Russia. In questo contesto s’inserisce la scudisciata di aprile, con gli arresti domiciliari dell’ex principe ereditario Hamzeh (anche lui pilota virtuoso) accusato di tentato colpo di stato insieme ad una cricca di dignitari di corte. Il fratellastro del re, nato dal quarto matrimonio di re Hussein, per non fare torto a nessuno era stato designato dal “piccolo re” come erede al trono, una volta morto il designato Abd Allah. L’attuale re invece nel 2005 ha cambiato le carte indicando come futuro sovrano suo figlio. Sullo sfondo ci sarebbe una diatriba da rotocalco che vede l’ex regina Noor, moglie americana di re Hussein e madre di Hamzeh, gelosa di Rania accusata di imporre il figlio come futuro re di Giordania. Parliamo di intrighi di corte e pettegolezzi.

La piccola Dinasty hascemita basta da sola a far rientrare l’allarme su possibili scricchiolii e cambi della guardia nel Paese? La risposta è sì. Le presunte trame che volevano un piano destabilizzatore del regno coordinato da forze esterne occulte, nella realtà non ci sono state. E comunque non così serie da rappresentare uno scenario futuro possibile. Al di là degli squilli di tromba della prima ora, la breve risonanza che ha avuto la notizia del possibile putsch ad Amman, basta e avanza per spiegare il tutto. La Giordania va bene così com’è. Unica possibilità di cambiamento è che l’élite al potere perda di vista questa prerogativa che alla conta dei fatti fa comodo a tutti. In sostanza a nessuno piace l’idea che il Paese perda la sua stabilità (e la sua debolezza), cosa che fa del regno hascemita un luogo destinato ad essere criticato spesso da molti ma osteggiato in concreto da nessuno. Basti pensare che ogni anno per due settimane in Giordania si tiene l’esercitazione militare Eager Lion, organizzata dal Dipartimento di Stato. L’evento ha avuto una certa rilevanza in particolare durante la guerra in Siria, quando la possibilità (questa sì auspicata dall’esterno) che Damasco collassasse, lasciava presupporre gravi instabilità al confine nord del Paese, a cavallo fra governatorato siriano di Dar’a e Israele. Nel 2017 la 3a Divisione corazzata giordana manovrava a stretto giro con le forze statunitensi già ampiamente presenti in territorio giordano, pronta ad evitare tracimazioni dello Stato Islamico verso sud e in ogni caso appoggiando i disegni americani di contenimento della rivincita siriana. Fra i mugugni degli ambienti radicali insofferenti per l’accondiscendenza hascemita verso l’Occidente e quelli di facciata del mondo arabo, nessuno meglio di Amman avrebbe potuto e potrebbe garantire maggiore continuità ad una presenza militare occidentale così importante in luoghi così delicati. Alle stesse esercitazioni hanno partecipato ogni anno anche Arabia Saudita e Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo. Maggior garanzia della trasversalità della Giordania non ci può essere. Amman in fondo è il retroterra di cose che la riguardano sempre indirettamente e il crocevia di capitali in fuga appoggiati spesso per comodo. È una specie di serbatoio sicuro dove interessi diversi fingono di osteggiarsi. Un Paese in eterno allarme ma dove alla fine la guerra vera non si azzarda mai a passare.

Basta girarla per capirlo. Percorrendo la strada 65 verso nord, lungo il Mar Morto, innumerevoli sono i fortini di avvistamento che guardano minacciosi verso la sponda israeliana. Come già accennato però, i rapporti in sordina con Tel Aviv sono più che buoni. Lo stesso re Hussein era sopravvissuto alla scelta di blandire Saddam quando nel ’91 erano partiti gli Scud contro Israele. Con ogni evidenza, una cosa è la necessaria retorica di un Paese abitato per il 40% da palestinesi, altra cosa sono gli equilibri geopolitici a cui Amman non può sottrarsi se vuole sopravvivere. A Betania oltre il Giordano, luogo del Battesimo di Gesù, il fiume è poco più di un rigagnolo; bandiera giordana e stella di David sventolano a un metro l’uno dall’altra in un certo torpore. Dire di più non serve. Tra felafel e hummus, palme e oleandri, mezzelune e croci, polvere e cristalli di sale, la Giordania è un Paese con la voce bassa incredibilmente antico e ospitale, stretto da vicini ingombranti che ne hanno sempre condizionato i destini; forse proprio per questo è diventata una pedina fondamentale per giochi molto più grandi del territorio polveroso e del popolo variegato che include. L’immensa bandiera dell’orgoglio arabo che troneggia sulla breve spiaggia di Aqaba in faccia al porto israeliano di Eliat, lo rappresenta appieno: Amman è il simbolo di un mondo grande che incombe ma che oltre un certo limite non può andare. Proprio per questo rimarrà esattamente come è.


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