Quel mostro di Talidomide

La tragedia della Talidomide ci ricorda quanto sia pericoloso lo strapotere delle case farmaceutiche
La tragedia della Talidomide ci ricorda quanto sia pericoloso lo strapotere delle case farmaceutiche

Ci scusiamo per il fatto che non abbiamo trovato modo di venire a scusarci con voi, uno per uno, per quasi cinquantanni. Siamo stati in silenzio e ci scusiamo per questo. 

Punto. Sembrerebbe la registrazione telefonica che, in automatico, risponde quando trovi una linea di assistenza occupata. O il genere di avviso alla clientela che vedresti affisso all’entrata di un locale chiuso. Ma non è così. Poiché esattamente queste furono le parole con cui la farmaceutica Grünenthal liquidò il fosco capitolo che l’aveva vista protagonista. Sarebbe stato in effetti poco fattibile, nell’ottica dell’azienda tedesca, rintracciare tutti coloro a cui avevano rovinato la vita – 20.000 individui senza braccia né gambe – facendo più sincera ammenda per aver sfigurato le gravidanze d’una generazione di madri

Molecola che già nel nome evocava un mostro mitologico piuttosto che un medicinale, la Talidomide comparve nelle farmacie a partire dal 1957. Il profilo rischi/benefici, così come venne presentato, era il migliore possibile rispetto ai barbiturici tradizionali, alternativa dell’epoca nell’ambito degli ipnotico-sedativi. Tre anni di sperimentazione preclinica bastavano per validarne la bontà. Così assicuravano. Peccato che nessun test fosse stato effettuato su soggetti in stato di gravidanza, umani o animali che fossero. A un anno dalla commercializazione, quando i due principali target si erano già assestati sulle donne incinte e sui soldati – quest’ultimi sottoposti a discrete tensioni nervose sotto cortina di ferro – i tedeschi avviarono, infine, uno specifico studio clinico. Col grossolano collaudo del dott. Augustin Blasiu su 370 individui (di cui 160 donne in allattamento), la ditta fu orgogliosa di inviare una circolare a 40.245 medici generici, esaltando i benefici dell’innovativa molecola. Magnificati i risultati di Blasiu, veniva attestato come il dottore avesse somministrato la Talidomide a molte pazienti del suo dipartimento di ginecologia e nella sua pratica di ostetricia. Conclusione: sicura ed efficace. Non nuoce né alla madre, né al bambino.  

Con adeguato bombardamento di marketing e lo sponsor di medici più rigorosi sui bonifici bancari che non sulla salute dei pazienti, ne partì, col nome di farmaci vari, la diffusione capillare. La molecola mostruosa poté così avvelenare i bacini demografici di 46 paesi nel mondo. Si era usciti dalla guerra, l’economia cresceva, ecco gli anni del “baby boom”. C’erano voglia e possibilità di metter su famiglia – la yellow pill di Gregory “dr. Frankenstein” Pincus, innesco per la rivoluzione sessuale, era ancora da venire. Prescritta come soluzione per alleviare la nausea dei primi mesi di gestazione, la Talidomide sceglieva le gravidanze da colpire con regole da roulette russa, alcune sì e alcune no. Il numero di neonati deformi, come se i genitori fossero passati fra le radiazioni della bomba H, prese ad impennarsi. Se ne accorsero gli Stati Uniti, con la Food and Drug Administration (FDA) che ritirò la propria autorizzazione. Invece, per il resto d’Occidente si dovette attendere un convegno di pediatri tedeschi del ’60, quando, solo in Germania, la produzione annua ammontava a 15 tonnellate. Fu allora che il genetista Widukind Lenz ipotizzò la correlazione fra assunzione di Talidomide in gravidanza e neonati focomelici. Sue le ricerche che avrebbero fatto emergere i casi di 1.500 bambini tedeschi con malformazioni gravi, partoriti fra il ’57 ed il ’61. E spinto l’inglese McBride a verificare gli effetti della molecola sui topi in stato di gravidanza, confermandone la “teratogenicità”. Termine clinico, questo, ad indicare la l’agghiacciante capacità di attivare sviluppi anormali del feto, con conseguenze quali, appunto, focomelia, ma anche labbro leporino, spina bifida, difetti alle pareti cardiache, aborti spontanei. The Lancet, settimanale scientifico di prestigio, pubblicò la scoperta. Errata corrige: la Talidomide fa male, molto, è teratogena e conviene che da subito le donne incinte non l’assumano più. Se il fronte della ricerca medica aveva iniziato a muoversi, non tardò la controffensiva della Grünenthal, che non si fece scrupolo di assoldare detective privati per tener sott’occhio i medici che si pronunciavano criticamente sugli effetti della loro invenzione. Il giuramento di Ippocrate si imboscava, così, per schiere di dottori, sotto il tappeto della pavidità e dell’intimidazione

Si può capire l’immenso potere di cui dispongono le aziende farmaceutiche se si esaminano le cause giudiziarie relative alla Talidomide

Riporta il prof. Peter Gøtzsche della “Clinical research design and analysis” presso l’Università di Copenhagen, a cui dobbiamo l’aver ricostruito quella trama di coperture e di insabbiamenti che legò la casa produttrice a molti fra i governi occidentali dell’epoca. Al processo in Germania, conclusosi, dopo tre anni, con un indennizzo minimo per le vittime e nessuna sentenza di condanna per i produttori – continua il prof. Gøtzsche – gli avvocati dell’azienda arrivarono a sostenere che le lesioni a un feto non sono reati, in quanto il feto non ha diritti legali. Argomentazioni che si ascoltano, tuttora, sulle bocche infami di quanti spingono per legittimare l’aborto fino al nono mese. Un altro processo, in Inghilterra, vide la censura abbattersi su quei giornalisti che provavano a render noti i risvolti dell’iter giudiziario. Fra questi, Harold Evans del Sunday Times avrebbe completato nel 1967 un articolo-inchiesta che, dimostrando la malafede della ditta tedesca, pur non venendo mai pubblicato, almeno avrebbe raggiunto la Corte Europea di Giustizia.

Prima esperienza vaccinale della storia – l’antivaiolosa – consisteva nel praticare una scarificazione sul braccio del soggetto e contaminarlo con una goccia di pus dalla pustola di una mucca infetta di vaiolo delle vacche – il vaiolo vaccino da cui la parola di cui oggi [ab]usiamo. Eravamo agli scorci del Settecento, a più di un secolo dall’avvento degli antibiotici. L’inventore del rivoluzionario trattamento, Edward Jenner, pur avendone provato l’efficacia su un paziente di otto anni, non aveva però adeguatamente considerato le conseguenze sull’organismo dei più fragili. Moltissimi, infatti, quelli che, ancora nelle prime settimane di vita, oppure in deficit da vitamine per un’alimentazione lontana dagli standard a cui noi altri siamo abituati, morirono di setticemia come pure per diretta conseguenza del vaiolo delle vacche. Una strage silenziosa. E mentre, a partire dall’Inghilterra, in Europa si vaccinava cavalcando l’onda dell’euforia, l’unico Stato a notare lo squilibrato rapporto fra i rischi e i benefici fu quello Pontificio. Tenendo quotidiana contabilità, nei registri parrocchiali, dei battesimi e dei funerali, i preti si ritrovarono in mano dei dati a dir poco preoccupanti. Li inviarono ai responsabili delle diocesi, i vescovi. Questi rigirarono le informazioni ai diretti superiori, i cardinali. Quelli giudicarono come fosse il caso di chiamare in causa l’autorità in vetta alla piramide gerarchica, il successore di Pietro. Così Leone XII optò perché fosse vietata, all’interno dello Stato della Chiesa, una cura che, nel resto del continente, causava, senza troppi clamori, tante vittime quanto quelle del virus stesso. Insegnava Sant’Agostino che la Scienza deve avere la superiorità sulle Scritture, purché sia certa. E seguendone l’ammaestramento, la Chiesa di Roma, dopo aver ideato gli ospedali nel Medioevo, di fatto aveva inaugurato il campo della statistica medica nell’Età Moderna. Malauguratamente, la modernità ci avrebbe introdotto anche al precetto mercantile del Business is Business, e la sua più turpe applicazione nel campo delle cure sanitarie. 

Sappiamo che bastava anche solo una pasticca di quella m*rda che fu la Talidomide per compromettere un nascituro, essendo il corpo umano adulto sensibile ad una quantità di 1 mg/kg ed il dosaggio al pubblico di 100 mg. In Italia, la definitiva revoca della vendita di medicine a base di Talidomide giunse nel luglio 1962, ma solo marginalmente il pericolo fu allontanato. Molte partite del prodotto rimasero in circolazione sugli scaffali delle farmacie come negli armadietti delle famiglie italiane, lasciando che nuove vittime ne pagassero le spese. Quei piccoli, diventati adulti in uno dei paesi più colpiti, si sono riuniti lo scorso settembre, alle Terme di Montecatini, attorno alla presentazione del libro “La tragedia della Talidomide: aspetti medici, scientifici e giuridici”. Ciò, affinché si tenga viva la memoria e attenta la sorveglianza. E, nell’ebbrezza collettiva, non si ripetano, un domani o più ancora oggi stesso, pari nefandezze sul corpo di innocenti. 

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